I S T A N B U L
Istanbul fu capitale di due imperi bizantino e ottomano per sei secoli di fila, ma circa mezzo secolo dopo la sua deposizione a vantaggio della nuova capitale Ankara , rappresenta la città caratteristica del terzo mondo con una popolazione passata da uno a sei milioni di abitanti in trenta anni. Simbolo di un oriente mitico, svia i visitatori in cerca di candori eclatanti e di vegetazioni sub tropicali con i chiaroscuri delle nezbbie autunnali. Il primo contatto con Istanbul passa necessariamente per uno choc che mette in pezzi le idee raccolte. Il resto è un affare personale tra il visitatore e la città. Originariamente città peninsulare Istanbul rimane su di un arido promontorio, spazato dai venti tra il Corno d'oro e il Mar di Marmara. Da questa posizione può controllare la navigazione sul Bosforo, braccio di mare formato per lo sprofondamento di una antica striscia di costa che univa da nord a sud il mar Nero con i mari caldi. Di qua Istanbul sorveglia anche il commercio dall'est all'ovest, il passaggio mitico dei branchi (Bosforo in greco significa passaggio dei buoi) e delle vere truppe di invasione e ora dei grossi camion che attraversano il nuovo ponte. Punto nevralgico per la circolazione terrestre e marittima Istanbul fu il centro obbligato degli Imperi che dominarono i Balcani, l'Anatolia, le rive del mar Nero e del Mediterraneo orientale. Non è molto più di un secolo che Istanbul ha superato veramente il suo sito iniziale. Paradossalmente la città non si è estesa verso l'entroterra da allora. Ha superato il Corno d'oro poi il Bosforo. Così come si presenta oggi l'agglomerato si e stende per decine di chilometri lungo il mare.
apprima concentrata intorno a un promontario e a un braccio di mare Istanbul è diventata una città lineare. Scissa in grandi frammenti presenta interminabili facciate costiere, qualche volta una di fronte all'altra, strutturate con viali senza fine. Città narcisistica Istanbul si guarda essa stessa e guarda sempre al marecome punto di riferimento. Dopo il XVI secolo innumerevoli incisioni del panorama hanno celebrato questo favoloso aspetto banalizzato ai nostri giorni dalle litografie delle cartoline. Tuttavia l'espansione dell'agglomerato, come la sua divisione su grande scala,e contribuisc ad allungare la circolazione terrestre, a favore della circolazione marittima ancora intensa. Ma anche su scala ridotta a livello di tessuto urbano, la città è molto frammentaria. Il rilievo molto ondulato, sebbene poco elevato, isola i quar tieri gli uni dagli altri con ripide chine o brusche interruzioni.Come Roma Istanbul si estende su sette colline. In questo sito, la città ha sfidato il tempo ma anche una successione di grandi sovrani che hanno saputo dominare il mondo più che la loro capitale.Aldilà dei grandi assi e dei grossi insiemi prestigiosi, il dedalo delle strade e dei quartieri ha conservato la sua autonomia e protegge gli abitanti da i tentativi di risanamento da parte del potere. Ai viali e alle chiese bizantine sono succedute le Kullye ottomane,le divisioni dopo gli incendi,ma questi rimaneggiamenti non sono stati in realtà rimessi in causa che dalla fine del secolo XIX all'inizio del secolo XX. Di questa storia, continua e caotica di una città che si sposta dal suo sito o ondeggia nelle sue troppo vaste mura, non può essere detto tutto. Dei momenti o degli argomenti devono essere privilegiati. BI S A N Z I O tra l'antichità e il medioevo (IV - XV sec.d.C.) La nuova Roma Esiste più di una Bisanzio. Innanzi tutto quella dei bizantini (che d'altronde si chiamano essi stessi romani, da cui l'appellativo turco di RUMI) che vivono in una citta di cui mal comprendono i monumenti e le origini. Quella dei viaggiatori stranieri che rivedono la più grande città del mondo cristiano e sono meravigliati dalla sua ricchezza. Quella dei conquistatori ottomani che recuperarono il suo prestigio e la convertirono senza distruggerla.Quella dei turisti e degli archeologi, fatta di chiese tramutate in moschee, di moschee, di rare vestigia di tutto ciò di cui è fatta una città (case, edifici civili e strade). Queste diversità, estro le queli gli elementi obiettivi di conoscenza non dominano mai, impediscono di ottenere l'immagine semplificata di una città che è d'altronde seducente nella sua complessità e nella sua stessa rovina. Questa città, che apparentemente non esiste se non attraverso qualche chiesa non è dunque affascinante soltanto per i souvenir storici. La varietà delle immagini che essa fa nascere nel corso della storia impedisce di accontentarsi di evocare Bisanzio attraverso una sorta di inventario di vestigia archeologiche e di tracce, materiali o non, conservate nella topografia moderna. Accade che per la rapidità della sua costituzione (là sua estensione e la sua struttura interna sono fissate al quinto secolo dopo Cristo) e per il non meno rapido obblio del significato dei suoi monumenti dei secoli VIII e IX, Costantinopoli ha una forte dimensione immaginaria, una costruzione mentale forgiata dai bizantini stessi. Tutta una letteratura, quella dei PATRIA (sorte di guida che interpretavano i
monumenti invece di descriverli) ha tentato di decifrare le colonne, i rilievi le statue pagane che erano sparse allora della grande città. Attraverso queste o attraverso le testimonianze degli stranieri noi perveniamo alle sole immagini coerenti, sebbene Le colonne istoriate d'Arcadia (Xerolophos) e di Teodosio sono raccontate nella crociata di Robert de Clari (inizio sec.XIII) come annuncianti per mezzo di profezie tutte le avventure e tutte le conquiste che sono arrivate a Costantinopoli o che dovranno
Il racconto sulla costruzione della grande chiesa di Dio, chiamata santa Sofia (testo del sec.IX) ci mostra Costantino che costruisce la prima Santa Sofia, poi Giustiniano (che fece edificare l'edificio attuale) che riceveva in sognoda un angelo del Signore il piano della chiesa. All'origine di tutte queste leggende, la stessa nascita di Costantinopoli è all'insegna dell'ambiguità. Bisanzio è stata fondata da colonie di Megara nel sec.VII a.C., è stata una città fiorente, Settimio Severo vi ha costruito alla fine del II sec.d.C. l'ippodromo, le cui vestigia e tracce sono perfettamente visibili oggi, e i famosi bagni di Zenxippo in uso fino all'ottavo sec.dopo Cristo. Costantino decidendo di farne la sua capitale, intraprese grandi lavori:una cinta di mura (l'esistenza di una muraglia anteriore non è nè certa nè databile; un centro: il foro impiantato all'uscita principale della cità romana, le colonne di porfido(attuale Cumberlitas) restaurata da Costantino Porphyrogete) due viali a portici che si incrociano ad angolo retto il iale est - ovest è la Mese situata sotto l'attuale Divanyolu il viale nord sud situato sotto l'Uzuncarsi Caddesi. Un palazzo imperiale situato sotto la Moschea blu. Per compiere questi lavori Costantino mobilitò numerosi operai, sotto la direzione di un architetto, Euphratas. Fu fondata una nuova Roma, che sarebbe divenuta effettivamente capitale di un impero solo nel 395, dopo la morte di Teodosio I e la caduta dell'impero romano. Nel 393 Teodosio inaugurò il suo foro (forum rauri), nel 403 Arcadio ne inaugurò un altro, più a ovest sempre sulla Mese. Poi Teodosio II arretro la cinta di mura (che è quella che esiste ancor oggi, tra Fener e Yedikule, costruita a metà del V sec., e restaurata all'epoca ottomana) , ma lo spazio compreso tra le due cinte di mura (quella di Costantino è ancora conservata), non è veramente urbanizzata. D'altronde è importante che l'espansione imposta dai deu Teodosio (proseguita da Arcadio, e ben leggibile nella successione delle mura e dei tre fori di Costantino,di Teodosio, di Arcadio) non ha mai provocato un decentramento verso ovest. Quando la città, nel XIX e XX sec. si estenderà di nuovo, lo farà principalmente verso nord o est o al di là del Corno d'Oro o del Bosforo. Per quanto riguardo gli edifici religiosi bizantini prima di Giustiniano, essi sono di valore ma poco numerosi:i Santi apostoli (al posto della futura Moschea di Faith) e sant'Ireneimportante illustrazione della pianta basilicale paleocristiana già usata a Roma. Il profilo di metropoli religiosa non arriverà che più tardi soprattutto con Santa Sofia ricostruita da Anthenios de Tralles e Isidoro di Mileto su commissione di Giustiniano(costruita nel 548, la cupola sprofondò nel 559 a causa di un terremoto e fu ricostruita da Isidoro il giovane). Dunque dal V sec.,una volta costruita l'opera grandiosa di Teodosio e dei suoi primi successori, la struttura della citta bizantina è definita.I grandi viali sono tracciati e costeggiati di monumenti. Alle chiese seguono le grandi moschee imperiali ottomane (Faith, Selim, Bayezit, Suleymaniye, Nuruosmaniye Sultanahmet) che segnano ancora le linee del territorio. Il piano regolatore di H.Prost, applicato dopo l'ultima guerra, non farà che tradurre queste linee di forza in autostrade urbane.Durante gli ultimi secoli dell'impero bizantino (XV sec. ) la città vivrà in questo schema. Ma senza che ci sia stata una rottura politica, poichè l'impero bizantino non è che la continuazeione dell'impero romano, dunque malgrado una continuità di cui l'occidente non ha beneficiato affatto, c'è stata tra il VI e il VII sec. una profonda frattura culturale che si esprime particolarmente al livello di architettura pubblica. A guisa di quella della cità medievale, la tipologia architettonica bizantina si è impoverita. Le terme e i teatri non sonop più in programma e quelle esistenti vanno in rovina e perdono ogni significato. Restano sempre le chiese. Con la chiesa di Santa Sofia è doppiamente posto il problema dell'eternità bizantina: esternità degli edifici,eternità delle idee. Un certo numero di chiese sono state tresformate in moschee; dapprima Santa Sofia nella quale Mehmet II Faith pregò la sera stessa della presa di Costantinopoli il 29 maggio 1453. Qui, come a San Sergio e Bacco (Kucuc Aya Sofya) o a Sant'Andrea (Koca Mustafa Pasa Camii) l'aggiunta di un minareto e di un portico anteriore rende difficile l'identificazione immediata. All'interno il problema nasce dalla percezione dello spazio tra l'architettura e l'arredo, minbar, mirab e soprattutto dei tappeti
orientati verso la Mecca. Paradossalmente le uniche chiese bizantine giunte fino a noi sono quelle che sono state immediatamente trasformate in moschee, dunque mantenute, mentre quelle rimaste in possesso dei greci sono state abbattute e ricostruite da questi nel XIX sec. quando in fine, e spesso troppo tardi,avevano ottenuto l'autorizzazione di restaurare quegli edifici degradati nel corso dei secoli. Ma l'eredità di Bisanzio è anche il modello proposto agli ottomani per l'architettura delle loro moschee.Senza esserne un'imitazione le chiese di Costantinopoli offrirono alla sagacia degli ottomani degli oggetti con i quali confrontarsi. In particolare Santa Sofia è stata esplicitamente ritenuta da Solimano il magnifico e dam suo architetto Sinan il modello al quale la moschea Suleymaniye doveva misurarsi. La scoperta di Santa Sofia da parte degli ottomani ha inaugurato una sorta di rinascimento della loro architettura, che è in rapporto con la riscoperta dei monumenti di Roma antica da parte degli architetti del rinascimenti italiano.
L A C I T T A' O T T O M A N A C L A S S I C A(XV-XVIII sec.) Conquista e ripopolazione della città Costantinopoli,città abitata da centinaia di migliaia di abitanti anche un milione nel sec.XII, non ne aveva più din- quara ta -cinquantamila entro le sue mura all'inizio del sec.XV. La popolazione, turbata dalle incursioni navali turche si raggruppò lungo il Corno D'Oro. La trasformazione, dopo la conquista (1453), in capitale di un nuovo impero, quello turco, durerà quasi un secolo.Così il suo passato e le vicende la imposero finalmente come capitale, non senza problemi.Quasi la totalità degli abitanti erano fuggiti o erano stati ridotti allo stato di schiavi, la città erA INTERAMENTE DA RICOSTRUIRE
interamente da ricostruire.Dopo un primo appello, non ascoltato alla popolazione Mehmet II Faith ,il sultano conquistatore usò la forza. Fatto questo non accetto ai contemporanei tanto più che il sovrano conservò la proprietà del suolo e considerò i deportati degli inquilini. Davanti alla caiiiva volontà manifestata dagli abitanti che fuggivano in ogni occasione,il potere accordò dei diritti di proprietà,annullati qualche anno più tardi con il pretesto di disordini nell'occupazione della città. Infine,sembra che Mehmet II abbia accordato dei titolo definitivi a qualche personaggio importante,fondatore di quartier e promotori della colonizzazione. La città si popolerà così fino al secolo seguente con le deportazioni. Ogni nuova campagna militare portò il suo gruppo di coloni forzati cristiani e musulmani che si installò nei quartieri della capitale che portano il nome della loro antica patria. Giovan Maria Angiolello,un giovane veneziano fatto prigioniero alla presa del Negroponto nel 1470 e paggio al palazzo di Istanbul,disse che la lingua cambiava da quartiere a quartiere e la gente non poteva comunicare. All'inizio del XVI sec.le deportazioni divennero più selettive. Selim I deporterà,nel 1514 i migliori artigiani di Tabriz e nel 1517 un gruppo scelto di artisti e uomini di lettere del Cairo. Oltre alle indicazioni delle cronache e alle reminiscenze toponimiche dei quartieri di Istanbul,un altro elemento permette di capire la logica della topografia sociale della popolazione della città. Si può in effetti localizzare o almeno attribuire alla fine del regno di Mehmet II vale a dire all'inizio del 1480 il progetto di 180 moschee,piccole e grandi,situate entro le mura o tra le mura e il mare sul Corno d'Oro. ~ueste moschee,costruite su terreni ceduti dai sovrani,costituiscono per la maggior parte dei centri di quartiere. La loro densità e lo stato sociale dei fondatori ci forniscono indicazioni preziose circa i modi e la natura della popolazione della città. Sull'asse principale,ereditato dai bizantini,che porta da S.Sofia alla porta di Androniple,si trovano le prime moschee imperiali di ~lehmet II e di Bayezit II,ma anche il palazzo della zecca(Darphane) la caserma di Eski Odalar e accanto il bazar dei sellai e dei costruttori di armi. I fondatori delle moschee e dei quartieri,su quest'asse e intorno ad esso,sono i dignitari di corte. I commercianti,i membri delle corporazioni di mestiere non fonderanno meno di 25 moschee nella regione situata tra il Gran Bazar e il Corno d'Oro. 2uesto spazio è rimasto il cuore commerciale della città da Bisanzio 9i nostri giorni. ~1 contrario le persoonalità religiose più importanti si concentrarono ~a un lato e dall'altro dell'acquedotto di Valens sui lati delle valli ligradanti verso il Corno d'Oro o verso il M.di Marmara dove furono :ostruiti i primi collegi religiosi. :' quì che si trovano ancora i quartieri più tradizionali. uanto ai militari che rappresentarono circa un terzo dei fondatori ontro un quarto dei religiosi e altrettanti dei commercianti e dei embri delle corporazioni di mestiere,essi occuparono i punti strate ici o gli spazi non densamente popolati. osì si insediarono lungo le mura e nei luoghi ancora oggi poco opolosi,sulle rive del Mar di Marmara,talvolta nei quartieri cristiai o intorno ai quartieri greci ed ebrei del Corno d'Oro. Iesta struttura sembra essersi mantenuta
attraverso una densificazione progressiva(la città passò dai 100000 abitanti del XVI sec.ai 700000 ab.del sec.successivo)fino all'inizio del XX sec.,ed è ancora percettibile in alcuni settori.
La persistenza delle funzioni e delle strutture sociali va di pari passo con una sorprendente fragilità del tessuto. I turchi avevano ereditato dai bizantini le costruzioni in pietra, probabilmente in mattoni. Mal adattato al modo di vita musulmano e mal conservato durante le vicissitudini di ripop~lazione della città,questo patrimonio sembra aver ricevuto il colpo di grazia nel corso del grande sisma del 1509,denominato dai cronisti la piccola apocalisse. Fu questo avvenimento a far decidere gli abitanti e le autorità a ricorrere alla costruzione in legno. Scelta sciagurata in quanto in seguito la città nper sismi ma enormemente per incendi. La frequenza degli incendi a Istanbul e i danni che apportarono sono un luogo comune,ma è difficile,oggi immaginare l'estensione del fenomeno. Il primo incendio menzionato dalle cronache risale al 1633,ce ne furono altri 15 fino alla fine del secolo e il loro numero passò a 94 nel secolo successivo e all'inizio del XIX sec.,con punte di 27 disastri nel decennio 1718-1728. Quelli del 1613,1718 o 1783,andarono da mare a mare vale a dire dal Corno d'Oro al Mar di Marmara e distrussero ogni volta da un terzo alla metà della città. Le statistiche iniziate a partire dal 1853 permettono di contare fino al 1922 308 incendi che distrussero più di 45000 edifici in totale. La prima conseguenza di questo flagello è la precarietà del tessuto urbano. La seconda conseguenza concerne l'evoluzione dell'architettura della casa ottomana. Le descrizioni europee del XVI sec.e l'iconografia mostrano delle case con ossatura in legno riempita di mattoni crudi o cotti, pietre o altri materiali. Queste case avevano poche finestre,bruciavano senza dubbio difficilmente,fatto che spiega il mutismo delle cronache sull'argomento degli incendi prima del 1633. Si può dire al contrario che alla fine del XVII sec.una cascata di editti reali imponevano costruzioni in muratura. Da questi regolamenti di trae il tipo architettonico conosciuto al giorno d'oggi con il nome di casa turca in legno. Questa casa sembra dunque essere il frutto di un evoluzione avvenuta nel corso del XVII sec. risultato di un interazione tra in fenomeno degli incendi che spingevano la ricostruzione rapida,leggera in legno(quindi infiammabile)e la grande densità della città che implicava la divisione e il restringimento delle strade. Le case in legno esistenti oggi datano la loro maggior diffusione ~ fin ~ col~ ~corso le ~iù antiche sono senza dubbio scomparse.
I L 5 I S T E M A U R B A N O O T T O M A N O Poco dopo la conquista di Costantinopoli Mehmet II Faith volle segnare fortemente la sua nuova capitale con la costruzione di due monumenti con i quali volle dare la sua impronta alla città turca:la moschea che porta il suo nome ma anche il Bedesten(sorta di mercato coperto)chiamato intanto Eski. La prima con la Kullye che
la circonda(vale a dire l'insieme degli edifici a vocazione culturale o sociale)è il centro della vita religiosa e culturale,l'altra lo è della vita commerciale. Questa complementarietà funzionale si traduce molto logicamente nelle rispettive piante. Entrambe sono situate nei pressi dell'asse tradizionale della città. Ma la moschea si trova in posizione dominante,all'estremità di un promontorio,menre il Bedesten risale il Corno d'Oro. C'è il doppio seme di tutto il nuovo sistema urbano che va a fare di Costantinopoli,progressivamente,una città ottomana. Da una parte un'armatura monumentale tutta nuova ristruttura la capitale:le grandi Kullye imperiali che si succedono per un secolo e mezzo occupano mano a mano tutti i punti chiave del sito. La struttura continua,essenzialmente lineare della città bizantina dell'epoca di Teodosio,fa spazio ad una struttura discontinua, che formerà in maniera indelebile l'organizzazione e l'immagine della città. Questo sistema a carattere monumentale a grande scala costituisce la tipologia fissa e perenne di un tessuto urbano piuttosto fluttuante. Esso determina ancora oggi una grande chiarezza del luogo urbanizzato. D'altra parte si costituì intorno al Bedesten un quartiere di affari e di commercio,concentrato tra il porto sul Corno d'Oro e l'asse principale della città,l'antica Mese,con una struttura in questo caso molto continua.
L ' A R M A T U R A M O N U M E N T A L E La Kullye di Faith costituisce una tappa importante nell'evoluzione dell'architettura ottomana,perchè segna l'ingresso di questa tipologia architettonica nella grande conposizione monumentale. Simbolicamente impiantata per sostituire la chiesa dei Santi Apostoli,la moschea si ritira solennemente dal continuo urbano, si pone e si espone come un oggetto grandioso. Questo isolamento della moschea è il corollario logico della sua tipologia,che esige un chiarimento di tutti i suoi aspetti. Al contrario della maggior parte delle moschee degli altri paesi islamici,la moschea ottomana fece il vuoto intorno a se. Per Faith la Kullye deve valorizzare la moschea:un gruppo di otto medrese(collegi coranici)l'accompagna a buona distanza e,simmetricamente,forma una barriere continua alle case. Ripartite intorno al recinto,altre costruzioni completano la struttura: una biblioteca,una scuola,un ospedale,un imaret(sorta di mensa gratuita) un Tabhne(ospizio per santoni). All'inizio del XVI sec.,Bayezit II intraprende la costruzione della seconda grande Kullye imperiale. La fonda sull'asse principale della città,sulla diramazione verso i quartieri di AKSARAY e YEDIKULE. Situato tra il Gran Bazar e l'Università,questo luogo è sempre il più animato della città. Solitaria,al contrario,la Kullye di Selim I (1522)domina il Corno d'Oro dall'alto di uno dei promontori più elevato. La sua architettura austera e pura è caratteristica di quello che può definirsi il clasicismoi ottomano prima di Sinan. Su un altro promontorio una volta occupato dal palazzo vecchio,la KJullye di Soliman iniziata nel 1550,è uno dei capolavori del prolifico Sinan architetto ufficiale di corte per mezzo secolo. Troppi commentatori si sono arenati a cercare rassomiglianze e differenze della moschea con il suo illustre modello S.Sofia,senza ben sottolineare lo straordinario spettacolo
del suo impianto e la sottigliezza dei rapporti dell'insieme degli edifici con il loro contorno. Sinan,contrariamente ai suoi predecessori,non si contenta di porre o di imporre una composizione a un luogo. Riuscì infatti a svincolare la favolosa siluette della moschea dal Corno d'Oro per evitare di costruire in quel luogo e di lasciare due medrese indesiderabili sulla china con un appropriata struttura a gradini. Composta asimmetricamente,il resto della Kullye forma una squadra. Dal lato opposto al Corno d'Oro,costeggiando il quartiere al quale la fondazione ha dato il suo nome,Sinan si sforza al contrario di erigere le due medrese e di installarle su un piano commerciale. Nascose la moschea in modo da risparmiare tra i due edifici un ingresso troppo convenuto su uno dei minareti e sull'entrata principale,benchè laterale del santuario. A dire il vero,Sinan è senza dubbio il primo architetto ottomano a praticare la composizione urbana in modo cosciente. Ma la sua maniera si esprime sicuramente più liberamente e con più opportunità ancora in due opere di dimensioni più modeste,le Kullye fondate per importanti personaggi dello Stato che,sparse per la capitale,formano i centri per i diversi quartieri. Bisogna andare a smarrirsi nel quartiere di Haseki Hurrem nella Kullye fondata per l'imperatrice Roxelane(parzialmente dovuta a Sinan)alla quale un secolo più tardi si è affiancata quella del gran visir Bayram Pascia,intorno ad una strada trasversale che conduce da una via più bassa ad una superiore. Notiamo che molte Kullye si organizzano intorno alla traversa dello isolotto come quella di Nuruosmaniye dall'architettura voluttuosamente barocca,situata all'ingresso del Gran Bazar. Ma la composizione più difficile di Sinan,al tempo stesso intima e monumentale,è senza dubbio la Kullye del gran visir Sokollu Mehmet Pascia impiantata su un territorio stretto e scosceso. L'ingresso principale si trova sotto la sala di lettura della medrese e fa emergere il visitatore per mezzo di una scala rettilinea,quasi nel mezzo di un cortile che articola con finezza moschea e medrese. L'architetto forza i contrasti di scala,innalza al massimo il portico frontale della moschea per magnificarla nonostante le sue dimensioni ridotte. Similmente nelle numerose Kullye della capitale,(Mihrimah,Kara-Ahmet, Sinan Pascia)Sinan utilizzerà l'articolazione diretta moschea-medrese.
Al posto della classica giusta apposizione,egli operò una sorta di incastro delle due entità,tale da guadagnare spazio in modo da restituire una funzione importante al cortile della moschea ottomana. Dopo Sinan ,la serie delle grandi Kullye imperiali che scandiscono il continuo urbano si completano con quella del sultano Ahmet, terminata nel 1616,che gareggia con S.Sofia. Il flusso di turisti attuale non si inganna poichè questa moschea blu è lo spazio interno più straordinario della tradizione ottomana, risolvendo come è noto grazie ai sui pilastri cilindrici l'impossibile equazione tra le volte multiple delle cupole a cascata e la perfetta unità dello spazio.
IL QUARTIERE COMMERCIALE
Da e minonu a Bayezit,scalando le chine di una collina che sovrasta il Corno d'Oro fino all'asse principale della città,si è concentrato il quartiere commerciale di Istanbul. Tutti gli equipaggiamenti della città ottomana sono conservati: Arasta(sistema lineare di botteghe),Bedesten,Han(caravan serragli urbani)e bazar anche se la loro utilizzazione si è un pò evoluta. L'ESKI BEDESTEN è stato prodotta dai conquistatori.Equipaggia~ento tipicamente ottomano, il BEDESTEN all'origine non è un punto di commercio del tessuto. Molto velocemente la sua importanza è cresciuta fino a giocare il ruolo, in ogni città turca di una vera borsa commerciale dove prezzi e qualità della mercanzia sono controllati. Concepita come una grande sala (ipostila) voltata con cupole,circondata da una linea di botteghe esterne e una linea di cellule internne (oggi tras~ormate in botteghe),l'Eski Bedesten di Istanbul forma un blocco solidamente chiuso, aperto da quattro porte assiali. Luogo di sicurezza dove potevano essere depositati fondi, dove avvenivano tutti i tipi di transazioni finanziarie, esso gioca anche il ruolo di banca semi-ufficiale. Punto ferlo del quartiere commerciale la perfetta regolarità della sua architettura contrasta con le leggere incertezze geometriche che si possono constatare nelle botteghe che si sono raggruppate tutt'intorno, lungo quattro strade principali o parallelamente ad esse, Icrllallao ~,os__ ciuel~ o cllc dlverl~eLo ~ RAN BA~AR della capitale. Si può dire che il BEDESTEN caratterizza il tessuto commerciale come le KULLIVE quello delle case. All'origine il BAZAR non era costituito che da bottegucce in legno senza grande omogeneità tra di loro. Ma nel 1701, a seguito di un incendio, si decise di ricostruirle in mattoni e di coprirle senza cambiare il tracciato delle strade nè il numero delle botteghe. Ed è la struttura che si presenta oggi: sistema di gallerie multiple parallele tra di loro, ma curve lungo il loro profilo longitudinale. Curiosità unica, il BAZAR di Istanbul, è un monumento flessibile, disegnato sul terreno naturale. Quanto al SANTAL BEDESTEN, fondato anch'esso da Faith, è di un tipo più semplice dell'ESKI BEDESTEN: è una semplice ma magnifica sala ipostila, le botteghe che la circondano sembrano provenire, per la loro discordanza
geometrica,da un ulteriore rivestimento.Più giù, lungo la china si trova il quartiere di han (caravanserragli) ognuno dei quali si organizza interno ad uno o più cortili: il VALIDE HAN nero e rumoroso per le macchine tessili che l'occupano oggi, il BUYK YENI HAN, il KUCUK YENI HAN, il HURKCU HAN. Tutti obbedienti a una tipologia molto classica. La particolarità degli HAN di Istanbul è la loro bella costruzione che alterna letti di pietre e strati di mattoni, e che si ritrova dappertutto negli edifici (o parti di edifici) a vocazione utilitaria essendo le grandi costruzioni in pietra riservate alle moschee o agli edifici più nobili. Altra particolarità, la pianta di alcuni Han è deformata per seguire la configurazione delle strade e l'andamento del territorio. Bisogna notare a questo proposito che nessuna medrese (organizzata su principi tipologici simili) avrebbe ammesso una tale imperfezione del tracciato. Guarderà sempre alla sua perfetta ortogonalità salvo ad accorciare una o più ali in caso di necessità, come nella kullye di Amcazade Huseyien pascià. Si pensi che, nell'architettura ottomana, il grado di adattabilità dei tipi esprime implicitamente la gerarchia delle istituzioni. Più giù, a contatto diretto con il porto si trova il Misir carsisi o mercato egiziano perfetto esempio di arasta ottomano, limitato alle sue estremità da due belle porte.Le botteghe fiancheggiano una strada, che qui,come spesso accade, è anche essa interamente voltata. Si comprenderà male la forma a squadra di questo mercato che fa parte della kullye della Yeni camii e che all'origine ne costituiva il confine, riparo assicurante la serenità all'interno. Parte integrante di un vakif, l'arasta è una delle sorgenti di reddito per la fondazione pia. Essendo la Yeni camii in uno dei settori più animati della città è sempre stato difficile resistere alla pressione dei mercanti che invadono il recinto. Così oggi una strada attraversa la kullye, isolando la moschea dagli edifici che la circondavano originariamente. Si apprezza altrettanto meglio la saggezza e l'astuzia di Sinan, che poco lontano non ha esitato ha costruire la moschea del gran visir Rustem pascià al primo piano su di uno zoccolo di botteghe per distaccarla meglio dall'agitazione del contesto commerciale. Anor oggi il doppio portico ombroso della moschea è un luogo di tranquillità e di raccoglimento. I quartieri commerciali di Istanbul, come quelli delle altre grandi città ottomane, si caratterizzano dunque per la presenza di strutture tipizzate e formalizzate. Bedesten, han, arasta sono rivestimenti di una sorta di tessuto connettivo più malleabile formato dalla continuità delle botteghe. Questa struttura mista corrisponde in gran parte a un miscuglio e ad un'opposizione tra fondazioni pie e commerci privati.
IL PALAZZO DI TOPKAPI Alla punta della penisola, verso i 1465 Mehmet II cominciò la costruzione di Topkapi. Belvedere dominante il mar di Marmara, l'entrata del Bosforo e del Corno d'Oro, il nuovo palazzo fu costruito in un luogo strategico, paradossalmente tralasciato dai bizantini. Come a Edirne, la residenza reale è l'antitesi di un palazzo occidentale. Una serie di tre cortili - giardino organizzano qui un insieme di padiglioni; i palazzi sono appoggiati ai muri di ogni recinto o isolati nel cortile. La successione di tre porte conferisce una progressione assiale che segue il crinale del promontorio. Conduce dallo spazio pubblico più fastoso a quello privato più segreto. La struttura ancor oggi leggibile fu determinata dall'inizio, e Angiolello la descrive del 1478, quando era in atto la prima fase di costruzione del palazzo di Topkapi. La prima porta libera l'entrata del palazzo dall'impronta della vicina Santa Sofia. Il suo carattere puramente ottomano contrasta con le influenze occidentali che segnalo la seconda porta. I padiglioni situati al di là di queste porte ebbero diverse utilizzazioni e aggiunte ma la loro disposizione è ancora quella descritta da Angiolello.Così nello stesso posto si travano le cucine distrutte da un incendio nel XVI sec. e ricostruite da Sinan;le scuderie coperte da un piccolo muro; la torre del tesoro limitata allora al suo basamento e preceduto dall'antenato del palazzo del Consiglio costruito nel XVI sec. La terza porta si apriva già sulla sala del trono -primaroma
broso della moschea è un luogo di tranquillità e di raccoglimento. I quartieri commerciali di Istanbul, come quelli delle altre grandi città ottomane, si caratterizzano dunque per la presenza di strutture tipizzate e formalizzate. Bedesten, han, arasta sono nettivo più malleabile formato dalla continuità delle botteghe. Questa struttura mista corrisponde in gran parte a un miscuglio e ad un'opposizione tra fondazioni pie e commerci privati.
IL PALAZZO DI TOPKAPI Alla punta della penisola, verso i 1465 Mehmet II cominciò la costruzione di Topkapi. Belvedere dominante il mar di Marmara, l'entrata del Bosforo e del Corno d'Oro, il nuovo palazzo fu costruito in un luogo strategico, paradossalmente tralasciato dai bizantini. Come a Edirne, la residenza reale è l'antitesi di un palazzo occidentale. Una serie di tre cortili - giardino organizzano qui un insieme di padiglioni; i palazzi sono appoggiati ai muri di ogni recinto o isolati nel cortile. La successione di tre porte conferisce una progressione assiale che segue il crinale del promontorio. Conduce dallo spazio pubblico più fastoso a quello privato più segreto. La struttura ancor oggi leggibile fu determinata dall'inizio, e Angiolello la descrive del 1478, quando era in atto la prima fase di costruzione del palazzo di Topkapi. La prima porta libera l'entrata del palazzo dall'impronta della vicina Santa Sofia. Il suo carattere puramente ottomano contrasta con le influenze occidentali che segnalo la seconda porta. I padiglioni situati al di là di queste porte ebbero diverse utilizzazioni e aggiunte ma la loro disposizione è ancora quella descritta da Angiolello.Così nello stesso posto si travano le cucine distrutte da un incendio nel XVI sec. e ricostruite da Sinan;le scuderie coperte da un piccolo muro; la torre del tesoro limitata allora al suo basamento e preceduto dall'antenato del palazzo del Consiglio costruito nel XVI sec. La terza porta si apriva gia sulla sala del trono -primaroma
un chiosco d'estate con la terrazza d'angolo, e come oggi gli appartamenti del sultano che comprendono quattro sale con cupole. Il sultano dormiva nel pezzo ad angolo protetto dagli altri tre consacrati alla vita diurna e all'intrattenimento con i paggi. Nel giardino circostante si elevavano tre padiglioni, dei quali è rimasto solo quello Cinili-Kosk (padiglione in maiolica); lepri, cervi e daini vi circolavano liberamente. Nel XV sec. l'harem fino ad allora situato nel vecchio palazzo da Bayezit fu trasferito a Topkapi dove divenne il polo della nuova distribuzione delle parti private del palazzo, interrompendo l'equilibrio assiale anteriore. Come si presenta oggi l'insieme sconcerta per l'assenza di monumentalismo.Insieme di luoghi diversi, pezzi scelti di architettura niente qui è ostentato, tutto respira un'arte di vivere sottile e delicata. C'è qui una architettura dell'interiorità, a scala contenuta senza effetto, sen za percorsi stabiliti, ben lontana dalle trasparenze sofisticate dei cortili dell'Alhambra. Nessuna incapacità può presso gli ottomani concepire un'architettura monumentale, una composizione unitartia; ne è dimostrazione Faith nella Kullye che porta il suo nome. C'è a Topkapi, nel dimensionamento come nella composizione, la volontà di non tradire la scala domestica dell'architettura, dove le piccole unità divengono chioschi o harem.
LE DELIZIE DEL BOSFORO Il gusto dei turchi per la natura - alberi, praterie, acque correnti - non è mai smentito. Legato, si dice, alla loro origine nomade si è espresso a Costantinopoli grazie al suo clima. Acque dolci d'Europa (sorgenti che alimentano Costantinopoli) acque dolci d'Asia con cui far sognare i viaggiatori, anche se la realtà di oggi è quella dell'urbanizzazione selvaggia. "Le valli incantevoli" di Kagithane suyu e di Ali Bey Suiu che convergono verso l'estremità del Corno
d'Oro dell'edizione del 1965 della guida Bar non sono già più che dei depositi industriali. Dai tempi dei sultani questo gusto per la natura si era liberamente espresso.Le konak (ricche dimore urbane) e anche le abitazioni piu modeste, sono dapprima delle case giardino. Fino al XVIII sec. la loro introversione ne costituì una caratteristica: poche o nessuna apertura sulla strada (se non protette da griglie in legno) al contrario una galleria (hayat o sofa esterna) che serviva come passaggio tra gli appartamenti e il giardino interno che giocava lo stesso ruolo dei cortili interni della maggior parte delle case arabe. Per richiamare queste ville giardino scomparse bisogna ritornare ai racconti dei viaggiatori piu curiosi e precisi. Lady Montagu (moglie di un ambasciatore del regno unito) che ha visitato diverse case nel 1917, parla di "alberi piantati tutt'intorno che regalano una frescura che impedisce al sole di essere fastidioso", di "appartamenti destinati alle dame di corte, che sono nel cuore di un boschetto rigoglioso, rinf -frescato dalle fontane". Per l'architetto A.M.Chenavard di passaggio a Costantinopoli nel 1844, la vegetazione domina ancora il paesaggio urbano: "nella vegetazione di numerosi giardini, si confondono abitazioni leggere, dipinte a colori vivi". Le grandi finestrature orizzontali delle yali (contrariamente ai konak, le yali residenze d'estate sul Bosforo, avevano numerose aperture verso l'esterno) che hanno tanto colpito i viaggiatori occidentali, servivano unicamente a guardare il panorama. Delle alture di Istanbul o delle coste europee del Bosforo "le finestre delle dimore estive offrono una veduta sul mare delle isole e delle montagne" scrive ancora lady Montagu
La presenza della natura nella città è testimoniata dagli spazi liberi delle kullye dai giardini pubblici come precisa Eremya Celebi, uno scrittore armeno del XVI sec.:"C'è qui all'interno delle mura numerosi e bei giardini, vegetazione e prati che servono come luoghi di passeggiata". Le fontane( sebil) che non sono solo considerate per la loro funzione,testimoniano la importanza data all'acqua. Ce ne sono presso qualche grande moschea,integrata al muro di cinta delle kullye. La più monumentale è quella di Ahmet III, all'entrata del Serail. L'alimentazione d'acqua di una città richiede una scala di intervento particolare. L'acquedotto di Valenz (risalente a prima di Adriano - metà del IIsec.d.C.) è destinato all'approvvigionamento della punta del Serail .Come Roma Costantinopoli doveva avere i suoi acquedotti. Le acque prese alle sorgenti delle acque dolci d'Europa erano convogliate negli acquedotti, dei quali dell'epoca bizantina rimane l'acquedotto del XII sec.. Gli ottomani ne costruirono altri: l'Uzunkemer, il Guzelce e il Maglova kemeri (1563-1564 opera di Sinan), l'acquedotto di Mahmut I a Buyukdere che alimentava Beyoglu (1732) a partire dal serbatoio di Taksim per un gran numero di fontane rese necessarie a causa degli incendi. Poi fu ripreso il sitema bizantino di dighe riserve (che raccoglievano le acque di diverse sorgenti e le conservavano per la stagione secca), fu restaurata la grande diga di Andronico I, (Buyuk Bend) e ne furono costruite altre. Ci sono le grandi dighe della Foret di Belgrado: Mahmut Bendi (1732) Valide Bendi (1796) che costituivano dopo il XIX sec.luoghi di passeggiata ed anche di sog giorno dopo che Abdulhamid I fece costruire un chiosco accanto alla riserva di Buyuk Bend. Il fatto che acque e alberi costituissero il luogo ideale degli svaghi non sfuggì ad attenti osservatori.I dipinti di J.B.Van Moor (1671 - 1737) è ancora di più i racconti dei viaggiatori ci fanno assistere a scene che prefigurano i pic nic anglosassoni.
"Le rive del fiume son costeggiate da alberi da frutta, sotto i quali i notabili turchi si divertono tutte le sere. Si stendono all'ombra, bevono caffè spesso servito dagli schiavi". (Lady Montagu). I turchi hanno una passione sacra per gli alberi, soprattutto pezr i platani. I sultani e i grandi personaggi hanno, per gioire della campagna, un'edificio speciale, composto da un pavimento sopra elevato e una struttura portante fatta di colonnine o muri leggeri: il chiosco. Il Kosh è il tipo architettonico ottomano più originale che dal XVII sec. perde la pesantezza costruttiva del suo modello persiano. Ad eccezione di quello del Serail, la maggior parte si trovano sulle porte del Bosforo e portano il nome di yali. Ci si recava in città in caique (essendo il Bosforo una sorta di ~ran canale, la principale via di comunicazione), ogni yali era fornito di un garage per barche (kayikhane). Nel corso del XVII e XVIII sec. i chioschi si sono arricchiti di balconi che hanno reso la pianta cruciforme. Nel XIX sec.le rive del Bosforo eranogià pressochè coperte di queste residenze di estate, caratterizzate secondo il momento dallo stile ottomano, barocco o neoclassico.Ma essendo fragili costruzioni in legno poche hanno resistito all'urbanizzazione recente. L'amatore potrà ancora vedere gli yali di Sadullah pascià (1745) o visitare quello di Koprulu (1699) perfettamente restaurato. All'inizio del nostro secolo ci sono le Isole dei Principi che sono venute alla moda e che conservano numerose residenze d'estate nello stile chalet che ricorda quello delle ville d'Arcachon. Malgrado la forte urbanizzazione il Bosforo resta un luogo privilegiato dove fa ancora bene passeggiare o dove in
qualche ristorante tipico in legno, pensile sull'acqua,si può gustare il pesce del mar di Marmara o del mar Nero.
COSTANTINOPOLI COSMOPOLITA (XIX sec.-inizio XX sec.) Dalla città genovese alla città levantina. Galata presenta due caratteristiche predominanti: c'è una citta nella città e dalla sua fondazione al XX sec.una città occidentale nella città or
. I Paleologi per recuperare nel 1261 la loro capitale occupata dai crociati e dai veneziani dopo il 1204 ebbero bisogno per far fronte alla potente repubblica serenissima dell'aiuto della sua nemica, la repubblica di Genova. L'alleanza bizantino genovese riuscì ad una prima concessione accordata alla città di Genova per edificare una città sull'altro riva del Corno D'Oro. Un primo insediamento in riva al mare, intorno ad una palizzata, si sviluppo, con concessioni successive verso la collina. C'è una vera città occidentale con la sua cinta di mura, i suoi alti edifici in pietra, le strade rettilinee e parallele, l'insiemeo costituit dalle chiese San Domenico e San Francesco da una parte e dall'altra la Cattedrale di San Michele al limite della piazza centrale dove si tiene il mercato. La strada principale parte dalla torre, passa davanti alle abitazioni patrizie addossate alla collina e alla loggia del podestà dove si riuniscono i
~ , poi attraversa la piazza della cattedrale per discendere verso il mare nel luogo più stretto del Corno d'Oro da dove si effettua la traversata verso Bisanzio. E' l'attuale via di Persembe Pazari lungo la quale si possono ancora vedere le ultime "case franche in realtà case in pietra del XVII e XIII sec. .A livello della piazza centrale, questa via perpendicolare al mare è tagliata dal secondo asse importante di ga
lata, parallelo alla costa, che va dalla porta dell'arsenale alla porta di Tophane (la fonderia di cannoni). I genovesi restarono spettatori dell'assedio di Costantinopoli ad opera dei turchi, firmando in seguito un atto di resa che garantiva non solo la loro incolumità e i loro beni,ma dava loro il diritto di conservare le loro chiese e un'apparente autonomia.In seguito i turchi trasformarono la chiesa di San Domenico in moschea, l'attuale Arap Camii per istallarvi intorno un quartiere di o) perai e di soldati dell'arsenale, ma che sarà l'unica usurpazione per lungo tempo, le grandi moschee costruite sulla costa dem Corno d'Oro su quel lato furono infatti costruite all'esterno delle mura di Galata. Galata si presenta senza dubbioo agli occhi dell'amministrazione ottomana come un ghetto cristiano.E qui che furono fondate le ambasciate cristiane via via che arrivavano nella, capitale a eccezione dell'impero germanico, il solo che potè pretendere la parità con il sultano, che viveva a Costantinopoli. E qui che si beve vino a volontà nelle taverne greche dove arrivano anche i turchi che attraversano il Corno d'Oro. E' qui che avvengono i commerci con l'occidente cristiano.I levantini di Galata sono i sensali, gli intermediari privilegiati con l'Europa e quando si afferma la sua potenza Galata cessa di essere un ghetto per divenire il cuore economico della città.Quando con la guerra di Crimea nel 1853, l'impero ottomano è posto sotto la tutela economica dell'Europa, è Galata che avrà la sua via delle banche e nello stesso tempo la prima municipalità dell'impero. Pressata dalle ambasciate straniere di stabilire dei servizi municipali nella capitale l'amministrazione ottomana divise la città in quattordici circoli,e instaurò un modello municipale solo per il VI circolo, vale a dire Galata e Beyoglu. Il primo consiglio municipale costituito in gran parte da cristiani ed ebrei,con la partecipazione a titolo consultivo di stranieri stabiliti nella città, decide di lastricare le strade di domolire le mura e di aprire una strada
via di Pera l'attuale Beyoglu. E' su questa strada, detta via delle banche e oggi chiamata Voyvoda Caddesi, che si istallerà la banca imperiale ottomana, organismo anglo francese, pre sto seguito dalle altre società bancarie come quella Abraham Camondo, con l'elegante scala barocca che sale verso la stradina laterale. Una funicolare, il celebre tunnel, unì dopo il 1974 Galata a Beyoglu. Altra caratteristica occidentale la fuga del centro di Galata; i primi negozi alla maniera europea e i primi palazzi furono spostati da Galata a Beyoglu e poi al di là della piazza Taksim lasciando dietro di loro quartieri degradati progressivamente occupati dagli artigiani e dagli emigrati dalle campagne. Questo processo iniziato nei primoi anni della repubblica si concluse per quel che riguarda Galata già nel corso degli anni cinquanta. Tuttavia l'antica città genovese conserva il suo sito eccezionale, la sua posizione di passaggio obbligatorio verso la vecchia città di Istanbul.
Beyoglu :SPLENDORE E DECADENZA Beyoglu è all'inizio la periferia di Galata. Da un lato e da un altro della strada che segue, al di là della torre, la linea di crinale tra il Bosforo e la valle di Kasimpasa che sbocca all'arsenale, i personaggi importanti andavano in villeggiatura; in quel luogo detto le vigne di Pera: segnatamente un certo Iskender Pasa che aveva il suo podere fino alla fine del XV sec. al convento dei Derviches tourneurs tuttora esistente; il visir Ayas pascià ALLA MET0 DEL XVI sec.i cui giardini occupavano lo spazio del famoso Park Hotel, recentemente demolito, ma sopra tutto Alvise Gritti, figlio naturale di Andrea Gritti che ricevè presso di sè Solimano il magnifico. E' questo figlio del signore che darà il suo nome al quartiere.
Un primo incrocio formato da quest'asse e la salita dellem- bom des costituisce il primo luogo di istallazione dove si trovava la moschea della pergola, scomparsa ma che ha lasciato il suo nome al quartiere.Al secondo incrocio formato dalle strade che vengon da Tofane e da Kasimpasa Bayezit II istallò un palazzo che è in realtà una caserma di apprendisti.In seguito alloggiò a partire dal 1867 gli apprendisti burocrati dell'impero e della repubblica. Accanto uno dei ministri di Bayezit fece edificare un Hamman. Più lontano un Agha governatore la caserma costruì una moschea verso la fine del XVI sec. Questi edifici tuttora esistenti indicano una doppia concentrazione su quest'asse. Ancora più lontano, la piazza della spartizione delle acque, Taksim, sarà segnata nel 1732 dai lavori del sultano Mahmud I e dalla costruzione dei palazzi che seguì. Gli spazi situati entro questi poli segnati dall'amministrazione ottomana sono progressivamente occupati dalle ambasciate europee e dalla loro clientela cristiana locale.Nel basciatore francese Polin de la Garde si ritira sulle vigne di Pera per evitare un'epidemia di peste. Si tratta senza dubdio dell'attuale sede dell'ambasciata di Francia i cui edifici furono costruiti a metà del XIX sec. per rimpiazzare ana serie di edifici incendiati che erano stati costruiti all'inizio del XVIII sec. da Vigne de Vigny dopo il piano di Robert de Cotte. Verso il 1560 i veneziani si insediarono dov'è tuttora l'ambasciata italiana. L'ambasciatore inglese arrivato a Costantinopoli nel 1583, affittò una casa sulle rive del Bosforo da dove fu cacciato verso il 1590. Si trasferì nella sede attuale dell'ambasciata Galatasaray. All'inizio del XVII sec. gli olandesi si istallarono nella casa di un ricco commerciante armeno.Verso la fine del XVIII sec. le ambasciate avevano già trovato il loro posto definitivo, anche se tutti gli edifici, più volte incendiati, sono posteriori.
Il quartiere continuò il suo sviluppo cosmopolita sulla scia di Galata dopo l'ultimo grande incendio del 1870, durante il quale si incendiarono tremila tra case e negozi. Un piano del 190~ lascia apparire una rete viaria regolare, edifici quasi interamente costruiti in mattoni, tra i quali un centinaio di appartamenti e palazzi all'occidentale di cinque - sei pani . Un sistema di passaggio alla parigina che sbocca sulla grande strada accoglie botteghe, grandi magazzini, birrerie, teatri e, in seguito, cinema. Palazzi prestigiosi, dei quali quello Cercle d'orient resta una dei migliori esempi, fiancheggiano la strada principale attraversata da una liea tranviaria. Fino~ agli anni cinquanta si saliva a Beyoglu come se si andasse a una serata mondana.In seguito, il centro ha continuato la sua fuga verso nord, fino a quando bloccato dalla bidonville,ha attraversato il ponte sul Bosforo verso la costa siatica.Le comunità cristiane ed ebree hanno contribuito ad incrementare la popolazione che si è moltiplicata per sei in quaranta anni.
DALL'ECLETISMO ALL'ART NOUVEAU DELL'ARCHITETTURA EUROPEA Esiste un mosaico tipologico e sitlistico in continuo rinnovamento che riflette a meraviglia l'amalgama socio culturale della Costantinopoli di fine secolo. L'opera più originale è senza dubbio quella dell'architetto italiano R. D'Aronco chiamato a Istanbul dall'ambasciatore italiano nel 1893, e che coggiornerà a Istanbul fino al 1909, salvo qualche viaggio sopratutto in Italia. Architetto della lista civile del sultano Abdul hamid II lavorò molto in stile neo ottomano (ministero dell'agricoltura 1896-1900), poi dopo il suo incontro con Olbrich nel 1900 a Parigi elaborò una felice sintesi dello stile seces-
sione viennese e della tipologia ottomana. Al servizio del sultano,restaurò numerose grandi moschee di Istanbul (1896),realizzò dei piccoli monumenti nel parco del palazzo di Yildiz, la scuola militare di medicina di Haydar pascià, la piccola moschea di Karakoy (1903). Per privati costruì dei palazzi
(il più famoso è la c~c~
~ Botter sull'Istiklal 1900-1901),Ya
sul Bosforo, la galleria biblioteca di Memduh pascià ad Arnavuykoy 1903, la casa di Cemil Bey Kirecburnu 1903-1905. I suoi capolavori sono la biblioteca di Seyh Zafir a Yildiz (1903-1904) e lAa residenza d'estate dell'ambasciatore d'Italia a Tarabya (1905-1906), grande chalet balneare sul Bosforo. La geografia di quete opere eclettiche è parte dell'espansione verso est della città. Gli edifici pubblici costruiti tra il 1890 e il 1910 sono stati pressochè tutti realizzati verso la punta della penisola tra Sultan Ahmet e Bayezit, dietro Galata (Beyoglu, Nisantas, Besiktas) o anche sull'altra riva del Bosforo. Il movimento moderno presente ad Ankara dal 1930 perchè qui nella nuova capitale sono costruiti i grandi edifici pubblici, non èpraticamente rappresentato a Istanbul salvo che nelle sue tarde espressioni, dopo la seconda guezrra.
in pietra a quelle in legno, da quelle a sofa esterne a quelle a sofa interna), le forme nuove apparvero verso la metà del XIX sec. ed ebbero una rapida diffusione.Sono dapprima le case in serie, piccole ma divise, poi palazzi per appartamenti, sviluppati in altezza, più imponenti.
Già nel XVIII sec. la casa tradizionale ottomana aveva cominciato a subire delle trasformazioni, che la allontanarono se non nella tipologia almeno nella sua apparenza e nelle dimensioni, dagli schemi d'origine. Si diffusero i tipi a sofa centrale (fino ad allora riservate a konak e yali) le distribuzioni e le disposizioni più simmetriche,lle modanature classiche occidentali.Ma nel XIX sec. si sviluppò una tipologia più varia: le nuove residenze sul Bosforo, le case di periferia e le grandi costruzioni nei quartieri urbani, divezrse dalle precedenti, pur mantenendo la terminologia tradizionale (yali kosk ,konak). L'occidentalizzazione dei costumi e del gusto un contesto urbano sempre più cosmopolita contribuirono allo sviluppo dei nuovi tipi di case più esteriorizzate più formaliste che riflettevano una predilezione per un'estetica eclettica importata, con forme ai grandi cambiamenti e agli sforzi riformisti che segnavano allora l'impero ottomano. Le operazioni di sistemazione urbana, lo sviluppo dei sistemi di trasporto e di infrastrutture, l'evoluzione della legislazione della proprietà fondiaria, come l'obbligo di assicurare gli immobili, accellerarono il processo e in concomitanza con la crescita demografica della capitale ~avorirono un habitat urbano sempre più denso. Se nei quartieri musulmani(Suleymaniye Zeyrek, Faith o Uskudar) si perpetuavano ancora i tipi tradizionali, nei quartieri nuovi di Beyoglu, delle coste asiatiche o nei quartieri rinnovati un piano regolatore a seguito degli incendi come quello di Kumkapi, Fener, Tatvla o Kadikoy il sistema di case in serie e degli immobili caratterizzati dagli allineamenti, dall'ordinamento, dalle costruzioni in altezza apportarono una soluzione tipologica alla pressione demografica sempre più forte, soluzione conforme alla moderniz-
zazione alla quale aspiravano i dirigenti ottomani. Questa soluzione tipologica non riguarda l'habitat nella sola dimensione urbana: essa riflette anche un cambiamento nella concezione dello spazio domestico. La sofa lo spazio centrale di distribuzione è sostituita dall'entrata e da corridoi; le odaspazi tradizionalmente polivalenti diventarono camezre da letto o saloni.
ISTANBUL CAPITALE MALGRADO TUTTO ( dal 1922 ad oggi) Le lottizzazioni dopo gli incendi e il Piano Prost. Il tessuto urbano di Istanbul deve alla frequenza degli incendi un'instabilità che altre città orientali devono ai terremoti o alla fragilità della terra.Questa instabilità ha avu to il vantaggio di permettere un rinnovamento costante, da cui un aggiornamento dell'Habitat e del disegno delle trame viarie. Nonostante progetti e piani urbanistici, il tessuto urbano qualche volta è passato frammentariamente nel corso dei secoli XVIII e XIX , dalla forma tradizionale propria delle città islamiche (strade poco gerarchizzate e numerosi vicoli) a quella di una città composta per lottizazioni entro le quali sono rimaste tracce bizantine o ottomane o dai quartieri risparmiati dagli ultimi incendi e che non sono stati ricostruiti con un piano regolatore con le case in muratura. I quartieri di Zeyrek intorno alla chiesa del Cristo Pantocrator, della Kucuk Aya Sofya e della Suleymaniye, ne sono degli esempi, oggi teoricamente protetti dove sono ancora visibili case in legno costruite tra il 1880 e il 1920. Un piano del 1882 rivela già numerosi quartieri (i più vecchi dei quali costruiti in seguito agli incendi del 1759 e del
1782) caratterizzate da strade perpendicolari. A parte queste precise sistemazioni, qualche allineamento e l'apertura delle vie Azizeye (oggi Ankara caddesi)Mahmudiye (Babali) Orhaniye, Osmaniye, (Nuruosmaniye), verso il 1867 1868, alcuna grande operazione interessò la penisola del XX sec. sulle river del Corno d'Oro a Galata, unica ma prestigiosa la via delle banche (Voyvoda caddesi) non rinnova il tessuto che nello spessore ridotto,alla maniera di Haussmann a Paragi. Solo il parcellario fiancheggiante la strada è conservato poi diviso per essere occupato dalle grandi europee. E' questa città che fu scoperta nel 1902 da Henri Prost. Il giovane architetto, allora alloggiato alla Villa Medicis, effettuò il tradizionale viaggio in oriente (qualche anno prima di Le Corbusier).Intraprese il restauro di Santa Sofia di Costantinopoli. Il suo secondo contratto con la Turchia ha luogo nel 1926 quando, forte delle sue esperienze in Marocco e in Francia è invitato a disegnare il piano regolatore di Izmir , diventato necessario e possibile in sezguito al grande incendio del
1922. Ritornò a Istanbul nel 1934 al servizio del governo turco, declinando l'offerta di stabilirsi, cosa che non farà che nel 1936, al personale servizio di Ataturk. Intanto Agache e Lambert compirono i primi studi. Il lavoro condotto da quest'ultimo supera la committenza iniziale che consisteva semplicemente in un piano di abellimento per le zone incendiate.Lambert fornì un severo quadro della situazione di debolezza del mercato fondiario, ricostruzioni anarchiche, palazzi troppo alti non in armonia con la visione panoramica del paesaggio urbano, scarsezza delle arterie per la circolazione automobilistica, assenza di strutture culturali moderne.Tre assi sono tracciati per un programma urbanistico: industriale (un porto, una zona industriale) culturale (università, città dell'arte e dell'artigianato) e turistico sportivo (hotel, stadi, stazioni balneari).
Prost si ispirerà per il suo piano regolatore del 1937, ma renderà preponderanti le preoccupazioni distributive ed estetiche.I viali da aprire nel tessuto urbano lungo le rive del Corno d'Oro , del Bosforo e del mar di Marmara,attraversano la città antica da est a ovest, tra la punta del Serail e le due porte di Topkapi e Edirnekapi, da nord a sud tra il ponte Ataturkn da costruire e Yenikapi collegando i due ponti sul Corno d'Oro alla piazza Taksim.Questo programma sarà progressivamente attuato dopo l'ultima guerra, ad eccezione della strada da aprire tra il ponte Ataturk e Taksim (con l'allargamento della via Tarlabasi) che è oggi oggetto di un vivo dibattito. Altro cardine del programma di Prost,"il Parco n.2" comprendente un grande stadio sarà realizzato (l'idea del "Parco N.l" nella valle di Lycus fu presto abbandonata) ma spogliato della sua vocazione per la costruzione di grandi hotel a forma di torre L'aspetto economico e sociale del programma iniziale sfuggiro no evidentemente all'urbanista, essendo per esempio il porto mantenuto sul Corno d'Oro. Il piano Prost occupa un posto importante nella storia dell'banistica,per la personalità stessa del suo autore, urbanista di Lyantly in Marocco,e per il fatto che si tratta di uno dei primi interventi accidentaloi moderni nel vicino oriente, in sieme a quelli contemporanei di Jansen ad Ankara e di Ecochard a Damasco.Prost intraprese un piano di terzo tipo: non si trattò di creare una città nuova da di orientare un'antica capitale in piena evoluzione sociale dove la meccanica e il livellamento sociale avrebbero trasformato le condizioni di vita. Il riferimento al progeto di ricostruzione di Salonicco del suo amico Hebrard (1919) non può essere che parzialmente ritenuto nella misura in cui il piano della metropoli della Grecia del nord fosse da ridisegnare completamente dopo l'incendio del centro.Al contrario, come a Salonicco o a Roma, Prost propose la valorizzazione dei monumenti bizantini: il n~rr~
del Palazzo imperiale bizantino e l'Ippodromo; comprese le misure per evitare la speculazione fondiaria o leo- espropriazi ni abusive, il capitolato per la ricostruzione lungo le strade nuove, una limitazione per i palazzi all'altezza di tre piani nella Istanbul vecchia al fine di preservare un profilo da cui dovevano emergere le cupole e i minareti delle grandi moschee. Conformemente ai principi della valorizzazione dei monumenti con lo sganciamento dal loro contorno, ancora in vigore a quest'epoca e anche al fine di dare spazi alla circolazione automobilistica, Prost fece aprire la Piazza Eminonu che isola la Yeni Camii, il bazar egiziano (Misir Carsisi) e dovè anche aggirare la moschea di Rustem Pasa, che diverrà incongrua per la sua posizione sopraelevata sulle botteghe. Prost aveva anche proposto una metromolitana, riprendendo un vecchio progetto francese di Gavand del 1876.
LA DISTESA: L'ASSALTO DELL'ASIA La geagrafia di Istanbul segnata dal mare ed una topografia frammentaria hanno sempre giocato un ruolo importante nello sviluppo della città.Città marittima, le attività portuali si sono concentrate all'incrocio definito dai diversi bracci di mare.Città di colline, nella quale i trasporti terrestri restano ancora difficili, i centri degli scambi commerciali non hanno potuto allontanarsi dall'ingresso del Corno d'Oro. Durante tutto il periodo pre industriale, i quartieri commerciali sono rimasti impisntsti si piedi di Galata e del Gran
Bazar laddove si trovano tutti gli han. Quando la crescita de gli scambi commerciali con l'occidente si farà sentire, sarà sempre a partire dalle rive del Corno d'Oro che i nuovi poli delle attività si svilupperanno.E sarà la vecchia città "franca" di Galata che accoglierà le nuove istituzioni e strutture moderne.Dietro Galata, Beyoglu subirà le consegnenze, e da quartiere residenziale diverrà il quartiere che simbolizza meglio la dipendenza dell'impero romano al modello europeo. Ciò annuncia l'integrazione dei piccoli villaggi greci del Bosforo alla città, una popolazione composita si istalla intorno agli antiche yali, ai palazzi o alle grandi dimore dei notabili. Soltanto con la fine del XIX sec. e la costruzione delle strade ferrate appaiono altri poli di urbanizzazione, a partire dalle stazioni di Sirkeci (ai piedi del Topkapij
Haydarpasa (sulle coste aisiatiche) dall'altra parte delle industrie e delle periferie vanno a stendersi lungo il mar di Marmara tanto sulle coste europee (Bakirkoy, Yesilkoy) che sulle coste asiatiche (Goztepe,Erenkoy,Bostanci). Pertanto questo sviluppo urbano resta modesto in rapporto a quello degli ultimi decenni.La popolazione passa da ottantacinquemila abitanti nel 1885 a un milione nel 1950, fino ai sei milioni di oggi. Come la costruzione dei posti sul Corno d'Oro aveva segnato nel secolo scorso lo sviluppo della città verso nord, quella dei ponti sul Bosforo (il primo è stato messo in servizio nel 1973, il secondo è in cantiere e si parla di un terzo e di un tunnel simbolizza una fusione dei due continenti.Niente sembra poter arrestare questa espansione lineare lungo un'autostrada che unisce Istanbul a Gbeze e a Izmit (quest'ultima distante circa cento chimometri).Nessun servizio di infrastruttura oltre che l'autostrada e la ferrovia assume veramen-
te quella valenza tentacolare per cui è difficile definire le frontiere esatte. Questa estensione smisurata si è raddoppiata per un rinnovamento significativo della popolazione che è diventata meno cosmopolita. Le minoranze (greci, armeni, ebrei) che non sono più rappresentate che da qualche migliaio di cittadini,sono state rimpiazzate dai turchi,essenzialmente della popolazione rurale proveniente dall'Anatolia. Anche se Istanbul non è più la capitale di un impero nè della nuova repubblica, la sua attività economica intensa, continua a farne una metropoli vera e propria. Malgrado il fallimento dei suoi servizi e delle sue infrastrutture essa continua ad essere, per il suo passato, la sua vitalità e le sue dimensioni una grande città mondiale.
LA DIVERSITA' ARCHITETTONICA DEI PALAZZI A "GECEKONDU" Per la sua situazione geografica tra oriente e occidente, per il suo ruolo di capitale di impero, Istanbul ha sempre accolto una miriade di popolazioni e ha conosciuto una pluralità di culture,tutte caratteristiche. I paragonio tra cristianesimo e Islam, tra il mondo mediterraneo e le steppe dell'Asia, la pressione demografica, gli squilibri socio-economici, 1 le dimensioni stesse della città, hanno accresciuto oggi queste differenze. Da Bisanzio al vissuto parallelamente le el lari.Alla vit~ r? ~
l'imporo ottomano hanno sempre ites culturali e le culture popo-
~ chioschi è seguita la vita mondana dei salotti levantini, come le facciate art nouveau della Grand rue de Pera (attuale Istikal caddesi) seguirono gli yali del Bosforo.Esattamente come il palazzo è divenuto il se-
gno del modo di vivere contemporaneo, o come la cupola (costruita in muratura tradizionale o in cemento armato) è rimasta indissociabile dall'architettura religiosa gli spazi pubblici recentemente creati lungo il Corno d'Oro, il Bosforo, il mar di Marmara esprimono l'immagine del giardino pubblico e la riproducono senza il minimo riferimento a contesti urbani diversi. Questa estetica applicata a grande scala per il risanamento delle coste del Corno d'Oro assume una dimensione ancora più nettamente anti storica negli interventi urbani come quello della demolizione degli isolotti, detti insalubri, della via Tarlabasi a Beyoglu. Quest'ultima operazione è anto più spiacevole perchè i difensori dell'antica Pera vedevano in questa strada uno degli elementi per rivitalizzare il quartie-
_ __ __spetto di verosimili riabilitazioni e restauri a scala urbana, gli operatori pubblici e privati si limitano a interventi su palazzi storici isolati, sparsi per la città. Qui ancora le soluzioni stereotipate trionfano. All'interno dei mlo
numenti storici soprattutto religiosi, più o meno correttamente trattati, la tendenza attuale incoraggiata dalla legislazione;dalla tecnologia e dalla mentalità amministrativa consiste in una sorta di maquillage dei palazzi, piuttosto che in un restauro fedele. Così, le facciate dipinte di bianco delle case del Bosforo mascherano spesso una struttura in cemento ed una distribuzione senza rapporto con il piano iniziale. In più, le tracce delle trasformazioni successive inerenti a tutta la struttura storica sono escluse dall'intervento di rinnovamento per il fatto stesso che si riduce l'edific
sua facciata, qualche volta modificata dalle esigenze d'uso o per i nuovi materiali utilizzati. Anche nelle operaioni di una certa portata come il restauro della Kariye camii (antica chiesa di Chora) o del quartiere contiguo a Santa Sofia (la ricostruzione della via Sogukcesme) a cura del cluèb dell'automobile e del turismo, domina una visione unidimensionale. L'oggetto storico è ridotto a uno scenario, fittizio e fragile volto di una volontà che resta malgrado le sue buone intenzioni, estraneo e inconsciamente ostile al suo obiettivo storico. Questo fenomeno è senza dubbio dovuto a una confusione tra valori patrimoniali e turistici, essendo i restauri volti soprattutto alla trasformazione dei palazzi storici in oggetto di consumo turistico.