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| RESOCONTO COPAPARTY DEL 18 GIUGNO 2004 |
Al copaparty
ASPETTANDO O' LION'
Piacevole serata, il primo incontro fra architetti napoletani, i cui promotori sono aderenti al COPA, il nostro nuovo ed emergente soggetto associativo, nato ufficialmente il 31 Maggio sulla nave "Costa Fortuna" nelle acque del porto di Napoli.
A questa serie di iniziative abbiamo dato il nome: COPARTY, proprio per rafforzare un originale e piacevole modo di incontrarsi, di discutere sulle problematiche inerenti l'architettura, l'urbanistica e tutto ciò che riguarda la trasformazione del territorio napoletano e non.
Infatti è proprio nella panoramica residenza-giardino dell'Arch. Mariele Puttini in Via Manzoni, che un nutrito numero di architetti, designer, grafici, avvocati, commercialisti ha dato il varo a questa originale formula di incontri tra professionisti architetti.
Tra squisitissime paste al forno, contorni vari, vini campani ed echi della partita fra Italia e Svezia, si è di fatto verificato che la discussione su questi temi può assumere dei lati anche molto piacevoli, anche perchè più inclini ad una mediterranea e filosofica constatazione dei fatti, che ad una fredda ed impotente valutazione delle cose che non vanno.
Infatti dopo un vibrante ed energico avvio della discussione da parte dell'arch. Isabella Guarini, imperniata sulla sua esperienza di lotta per eliminare un cartellone pubblicitario, progettato da Mendini e collocato dal Comune di Napoli a Piazza S. Luigi (zona vincolata), ci ha ulteriormente sollecitato sul come noi dobbiamo ricollegare questi incolti abusi istituzionali (a volte anche avallati dalla nostra Soprintendenza) ad una forma più sottile di arroganza ed intervento sul territorio, addebitabili ad una logica deviata dell'uso dei finanziamenti per opere pubbliche ed in particolar modo, di quelli europei. Inoltre, ha detto la Guarini, si fa sempre più evidente come questi grandi fiumi di spesa pubblica siano l'occasione per accendere il circuito perverso tra utilizzo dei fondi europei e progetti firmati dalle grandi star dell'architettura internazionale, con conseguente disboscamento e dequalificazione del mercato professionale locale, nonché del volgare e provinciale utilizzo finale del prodotto firmato, come segno politico di qualità gestionale ed istituzionale dell'operazione. Con questa politica sul nostro territorio si sono create di fatto, con la complicità degli organi istituzionali preposti (università, ordini professionali, assessorati vari, soprintendenze), le condizioni fallimentari affinché non maturasse di fatto un mercato professionale degli architetti all'altezza dei tempi, mettendo di fatto in pratica un progetto occulto che puntasse sulla incapacità degli architetti napoletani, a non saper rispondere ai complessi processi di internazionalizzazione dei mercati professionali, non solo quelli degli architetti.
Rispondevano altri architetti presenti, fra cui l'arch. Diego Marotta, che sostanzialmente per lui le cose vanno bene, che comunque la sua attività professionale è fortemente rivolta ai bisogni diversificati e diffusi sul territorio, a volte poco qualitativi sul piano progettuale, ma capaci di far considerare soddisfacente sul piano quantitativo il proprio volume di lavoro. Di contro l'arch. Gennaro Nunziata, che sulla base delle sua esperienza lavorativa nel campo dell'assistenza di manutenzione tecnologia ed impiantistica delle imprese meridionali ha rivelato che l'architetto napoletano non è mai stato aiutato e formato a fare i conti con la sostanza quantitativa e qualitativa dell'organizzazione del mercato professionale locale, per ragioni che sarebbe lungo spiegare in questa sede.
Ma è proprio su questo punto che la discussione ha preso un' impennata, con l'aggiunta di ironica ed imprevedibile consapevolezza, in quanto è proprio nello sviluppo e maturazione della nostra professione in città ed in generale nel meridione che ci accorgiamo come in queste aree si studia e poi si diventa architetti, senza avere la piena e tragica consapevolezza che difficilmente si sarà architetti, ma un qualcosa di ibrido, che in un primo momento non sappiamo decifrare. Dopo molto tempo si raggiunge la piena rivelazione ed il guaio è già compiuto. Infatti solo dopo tempo ci rendiamo conto che mai e poi mai nella nostra vita saremmo potuti diventare architetti.
Chi ci impedisce di esserlo?
Cosa dobbiamo fare sul ciglio di questa tragica consapevolezza?
Ed ecco che in un guizzo di collettiva rivelazione, come ritrovate fiaccole sotto macerie urbane, che ci viene alla memoria l'esempio dell'Ing. Luigi Cosenza, il quale per inserire, nelle sue nuove case popolari dell'epoca, anni '50, un semplice bidè nei bagni è stato costretto ad aizzare contro il Presidente dell'Istituto Autonomo delle Case Popolari di allora, un giovane leone. Questo per dire che a Napoli le cose non sono mai andate lisce e che quel poco di autentica modernità che si è riuscita a produrre, ha dovuto penare e trovare strade insolite per affermarsi, molto lontano dai canoni classici dello sviluppo professionale in altre aree geografiche.
Sarebbe allora interessante sapere come in questi anni si sono avuti incarichi progettuali, cattedre, consulenze ed investiture istituzionali, di certo ne verrebbe fuori un quadro piuttosto variopinto. Attraverso il consolidamento di queste pratiche, molti di loro hanno continuato a ripetere a giovani allievi che un giorno sarebbero diventati architetti, ma per fare che cosa? Pochi lo hanno saputo.
A noi non rimane che l'esempio di Luigi Cosenza, che per cambiare qualche piccola cosa ha utilizzato un leone. Non vi è strana questa sua esperienza purtroppo vera? Che riteniamo inutile caricare di inutili orpelli storicistici: il bidè a Napoli è arrivato attraverso un leone.
Allora nel cuore della discussione il diabolico Arch. Eduardo Alamaro ha lanciato, alla luce di candele vere, l'interrogativo:
dove sta oggi il nostro "o' lion'"?
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