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• Copaparty 12 luglio 2004
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RESOCONTO COPAPARTY DEL 12 LUGLIO 2004
All’ombra di un tardo e piovoso pomeriggio vesuviano si è svolto a casa dell’Arch. Mariele Puttini, il secondo Copaparty, prima sui bordi della piscina residenziale, dopo nel grande salone della villa che si inerpica lungo la salita torrese del Vesuvio ed infine nella calda ed intima cucina impegnati tutti ad assaggiare farfalle alle erbe, treccie di latticini doc, preparati dall’ arch. Paola Marzullo, insieme a salumi vari e un buon vino bianco locale, anonimo.
I temi di discussione si sono intrecciati, volta per volta, alle pietanze che venivano portate all’altezza del nostro esigente palato, ma eravamo comunque concentrati a non perdere il filo, che senza preavviso a volte prendeva direzioni insolite e spesso piacevolmente insospettabili.
Li elenchiamo così come si sono presentati spontaneamente.
C’è necessità di districarsi all’interno della complessa ragnatela fatta di opportunità ed iniziative in corso nell’area vesuviana, in particolar modo ai progetti finanziati dai fondi europei e consimili. C’è un sistema di gestione che non permette controllo e verifiche e paradossalmente questo sistema rischia di essere fasullo, non riscontrabile nei fatti. Gli architetti vesuviani, come in altre aree, gestiscono ben poco di questa filiera, dice l’arch. Paola Marzullo la quale è ampiamente egemonizzata da geometri, ingegneri ed in particolar modo da periti agrari, quest’ultimi con grande capacità, si avviano ad occupare spazi che non gli competono e su questo handicap pesa lo scarso controllo degli ordini professionali, ma di fatto bisogna essere consapevoli che gli architetti non hanno questa cultura e capacità di essere fortemente presenti all’interno delle istituzioni o nei complessi ingranaggi della gestione del mercato professionale nell’area vesuviana. Da qui un blocco strutturale della presenza degli architetti sulle grandi decisioni e sulla gestione dei piccoli e grandi progetti nell’area.
Questa situazione è avallata dall’esperienza professionale dell’Arch. Giuseppe Berritto, orgogliosamente vincolato a tenere fede al ruolo di architetto, come esperto gestore dei processi di trasformazione del territorio, capace di utilizzare tutte le possibilità tecniche, legislative e progettuali per far valere la propria etica professionale sul territorio. Ma ciò forse non basta, dice l’arch. Mangone, perché i tempi della riorganizzazione del mercato professionale sono molto più lenti della nostra capacità di aggredire la crisi e della presenza professionale degli architetti su questo territorio. Bisogna aggirare l’ostacolo, ponendo la categoria degli architetti a capo di un grande progetto di riconversione funzionale e produttiva dell’intera area, al cui interno le capacità professionali risultano essere indispensabili e non riproducibili da altre categoria professionali. Ad esempio possiamo rendere produttivo sul piano territoriale, economico e culturale, il “Rischio Vesuvio” ? Possiamo rendere una futura catastrofe annunciata, come grande opportunità di sviluppo territoriale? Gli architetti sono in grado di sostenere questa sfida e porsi sulle trincee più avanzate nel sostenere e promuovere questo progetto?
Da qui le risposte di tutti i presenti a partire dall’Arch. Gennaro Nunziata con le sue proposte mitragliate sul filo dei centesimi di secondo, dall’arch. Bruno Faraone che ha parlato della sua esperienza nella realtà di Portici o dei due architetti di Palma Campania, Antonio Rega e Nicola Nunziata poco fiduciosi in una svolta qualitativa della presenza degli architetti nell’area vesuviana e così anche per l’arch. Antonio Sassone in questo caso distratto dalla presenza dell’arch. Patrizia Rivieccio, ma si ritorna sempre sull’essere architetti oggi, tra perizie, progetti di ristrutturazione e qualche fazzoletto di terra ancora da utilizzare.
Ci risiamo, come l’altra volta a Via Manzoni, dove con ironia ci ponemmo la domanda, ma chi è oggi il nostro “O’ lion”, su cui ancora oggi il nostro caro arch. Eduardo Alamaro, sui bordi del suo metaforico bidè napoletano riflette malinconicamente ancora in silenzio (per la sua assenza ovviamente); anche in questa animata discussione, tra peperoncini, farfalle e salumi, ci viene una illuminazione epocale ed un grande desiderio, come a ripetere nel film di “Bulle e Pupe”: “…perché qui siamo a Brodway dove l’alba l’accende un elettricista…”, noi vorremmo sentire all’entrata di una delle tante porte di “VESUVIUS CITY”: “…perché qui siamo a Pompei dove una eruzione l’accende un addetto del call center…”. Catastrofi, eruzioni, simulazioni virtuali, esperienze di un diverso viaggio nella storia, nella cultura e natura dell’esperienza urbana, all’alba di un nuovo modo di pensare, vedere e trasformare la nostra area post-metropolitana. Questa è la nostra scommessa e non c’è geometra, ingegnere o perito agrario che può fermarci. Al prossimo Copaparty e buone vacanze da Vesuvius City.
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