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> A. Abruzzese alla Feltrinelli. Alla ricerca di sfumature post-metropolitane
a cura di mario Mangone
A. ABRUZZESE ALLA FELTRINELLI. ALLA RICERCA DI SFUMATURE POST-METROPOLITANE
Sommario:
• Premessa a cura Di Mario Mangone
• A. Abbruzzese alla Feltrinelli
• Su Napoli/No New York
• Sulla Metropoli Mediterranea
A proposito di anni ‘70/’80: l’esperienza di Alberto Abruzzese a Napoli

Riportiamo nella sezione del nostro sito, dedicata agli anni ’70 ed ’80 a Napoli, una parzialissima parentesi, riconducibile al mio personale rapporto con il Prof. Alberto Abruzzese, docente e sofisticato ricercatore sui temi di Sociologia delle Comunicazioni di Massa nella nostra Università di Napoli. La sua presenza qui a Napoli è da collegare in particolar modo all’effervescenza politica e culturale della fine degli anni ’70 e dell’intero decennio degli anni ’80 nella nostra città. Una lunga schiera di giovani “cultori della materia” o studenti napoletani (fra cui il sottoscritto allora studente di architettura) devono molto alla sua ricerca, alla sua lucida passione verso l’attraversamento critico, disciplinare, culturale e politico sui temi inerenti le caratteristiche delle forme post-metropolitane di sviluppo delle aree urbane. Dal suo affascinante bagaglio teorico ho lungamente carpito teorie ed intuizioni inserite poi nella mia tesi di laurea:
“Perché qui siamo a Broadway dove l’alba l’accende un elettricista/Napoli-Progetto di sperimentazione per una metropoli”– Aprile 1984.
Tesi di laurea condivisa dal Prof. Italo Ferraro ed il Prof. Alberto Abruzzese. Esperienza insolita per il consolidato conservatorismo disciplinare di stampo progressista presente nella nostra facoltà di architettura e per la cui esperienza ringrazio ancora adesso pubblicamente Alberto Abruzzese, in particolar modo per la sua grande disponibilità, nonché per la sua preziosa presenza (nonostante i suoi gravosi impegni di docente nel corso di Sociologia) nella mattinata destinata alla seduta di presentazione delle tesi di laurea e di cui ho vivo il ricordo, nonché la registrazione fotografica. Dico ciò non per rinvangare nostalgiche emozioni del “bel tempo che fu”, ma per sottolineare della scarsa capacità accademica, politica e culturale nella nostra città nel rendere produttivi i frutti di un lavoro di ricerca non a pieno utilizzati. Infatti da quella tesi sono poi riuscito solo, dietro la mia sollecitazione alla Prof.ssa Adriana Baculo, a permettere la promozione e pubblicazione di un articolato prodotto editoriale a più mani, con Liguori Editore sulle grandi esposizioni universali nel mondo ed in Italia. Ma oltre questo primo ed unico qualificato obiettivo, ci siamo trovati di fronte alla sordità istituzionale, politica ed aggiungo baronale nell’affrontare, attraverso la nostra disciplina quella specifica dell’architettura, le conseguenze dei ragionamenti sviluppati con il Prof. Alberto Abruzzese. Mi rendo conto di essere una voce di fatto impotente all’interno del progetto di desertificazione processuale, attuato in particolar modo negli ultimi due decenni, con cui politici progressisti, assessori, presidi e professori architetti, ordini professionali hanno condotto l’architettura a Napoli: uno storico ed imbarazzante vuoto a cui nessuno sa dare più voce, se non qualche flebile, impotente ed a volte provinciale se non ambiguo grido di allarme.
La nostra città, nei primi anni ’80 era su una trincea avanzata della ricerca urbana in Italia, ora addirittura siamo arrivati a gioire per qualche impotente progetto pubblicato su qualche quotidiano locale ed a paventare la possibile presenza nella nostra città di presenze di “architetti trentenni geniali” a cui non viene data possibilità di operare, paradossalmente avallati e sostenuti dai veri fautori delle desertificazione dell’architettura moderna a Napoli e di processi avanzati di sviluppo dell’area metropolitana di Napoli, balbettiamo solo progetti che nascono vecchi prima di essere messi in pratica
Ritengo un suicidio politico e culturale non aver dato ascolto anche a quelle tesi, per questo motivo ritengo utile archiviare compatibilmente alle nostre possibilità e mezzi una veloce e parziale raccolta di contributi del Prof. Alberto Abruzzese, specificamente legati al tema ed alle proposte sullo sviluppo urbano di Napoli negli anni ’80. Sono temi e progetti ancora vivi e moderni, per niente impotenti, ma siamo anche consapevoli che purtroppo gli attuali nostri interlocutori viaggiano verso la già lucida previsione fata da A. Abruzzese in Napoli/No New York nel 1982:

“…Pare, infatti, che l’ordinamento politico allora vigente giungesse a tale punto di incapacità governativa, a tale scellerata ignoranza e insensi-bilità, a tale preordinato spreco di ogni risorsa da dovere decretare la sua Fine. Del resto i sistemi circonvicini — tra l’altro più ricchi e più grandi —premevano da ormai troppo tempo, anche sul sistema di città a cui appar-teneva Napoli, per realizzare Fasi Sperimentali. Così fu deciso l’annienta-mento atomico dell’intero sistema nazionale e la collocazione in “provetta territoriale” di una sola città superstite. Napoli apparve a tutti o quasi la più adatta.
Le ragioni di questa scelta erano molte (ed alcune traspaiono anche in queste scritture d’epoca): una città che aveva dimostrato di soprav-vivere a tutto, città assurda ma pulsante “mescolanza” tra sviluppo e sot-tosviluppo. fortemente compressa e accorpata, allo stesso tempo dialettale e internazionale, povera al limite massimo della morte ma anche con zone o livelli di estrema ricchezza. In effetti quel sistema, morendo, fu intelli-gente nello scegliere Napoli come alveolo di un nuovo sistema: prevalsero fortunatamente e anche un poco fortunosamente certi indirizzi di bioge-netica che individuavano il massimo di produttività organica non più nelle parti sane del corpo ma nelle zone patologiche soprattutto nella straor-dinaria effervescenza dei processi di cancrena, nelle contaminazioni infet-tive, nelle agglomerazioni cancerogene. nell’espansività erpetica.
Dunque, in un’alba di cui non sappiamo bene la collocazione tempo-rale e di cui ci sfugge lo scenario da quando per noi si è persa memoria visiva dell’alternanza tra giorno e notte, tutti i territori che circondavano Napoli furono polverizzati: la città restò isolata dal resto del pianeta con il compito di sperimentare il germe di una nuova civiltà.
Di questa nuova dimensione della città napoletana possediamo alcune informazioni ma solo sino ad un certo punto della sua evoluzione; poi manchiamo di ogni dato credibile e la sua immagine resta per noi avvolta nel buio più integrale.
La città riportò al proprio interno, nelle proprie modalità espressive (fondate sull’eccesso del cuore e della ragione) il sistema che, autodistruggendosi, le aveva assegnato il suo significato. Napoli raccolse e miscelò immagini e pratiche di quella unità nazionale che le aveva affidato il futuro. Ebbe così arricchito il quadro delle lotte tra sette, più violento il fenomeno di obsolescenza dello stato e della politica, più globale e armonico il pro-cesso di commistione tra sviluppo e catastrofe. Finalmente liberata da un sistema nazionale, che l’aveva sempre intesa come territorio da sanare, riusciva a usare il proprio egoismo, la propria atavica malattia, le sue sottili arti della corruzione, la sua conflittualità tra ricchezza e povertà. la sua oscenità, l’amalgama ibrido delle sue passioni, la creatività del suo sottosviluppo, per “bonificare” il proprio corpo contravvenendo ancora una volta ad ogni ridicola presunzione di razionalità. Corpo informe e sanguinoso ma finalmente legittimato dall’essere il solo ad esistere e ad essersi affermato come tale, nel tempo e nello spazio…”.


Mario Mangone

Parte del materiale bibliografico riguardante le attività di ricerca del Prof. Alberto Abruzzese in possesso del COPA è consultabile attraverso contatti con i responsabili della sezione COPARCHIVIO Via S. Matteo n.6 80132 Napoli 081411471
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Alberto Abruzzese alla Feltrinelli. Alla ricerca di sfumature post-metropolitane

“…io non ho memoria…questo titolo è molto bello “Una vita sfumata”, perché ha questo doppio senso, per cui preferisco riferirmi a quello che aveva accennato poco fa anche Daniele Pitteri, il quale si riferiva appunto alle “sfumature”, in quanto il nostro tempo è ormai caratterizzato dal fatto che tutte le differenze sono cadute e pertanto le sfumature sono diventate essenziali: la sfumatura ha la forza di un macigno.

Allora vado avanti per ordine sparso. Come prima cosa non potevo che restare colpito dal docente dolente, non è male. Quindi non so se in questo momento sono docente o sono dolente.
Qualcosa mi ricordo. Io ho incontrato, non mi ricordo quando, perché e dove, Salvatore Pica, di certo questo incontro è legato ai miei primissimi tempi del mio ingresso qui a Napoli. Quindi in effetti sovrappongo l’immagine di Salvatore all’immagine di Napoli.

A quei tempi ero molto romano, nel senso che non ero nulla; perché non avevo grandi tradizioni romane e quindi vivevo praticamente tra le origini calabresi di mia madre e le origini nordiche di mio padre, per cui il mio centro era molto instabile. Cominciando a stare a Napoli, naturalmente l’ago finalmente si è spostato ed ho subito questa iniziazione.

Ovviamente all’interno di questa mia iniziazione Salvatore ha svolto un ruolo importante. Daniele ha detto prima “…abbiamo chiacchierato e non so cosa dicemmo…”, ecco appunto di tutto quello che si siamo detti con Salvatore Pica, io non mi ricordo assolutamente, cosa. Devo dire che probabilmente questo conta, cioè vuol dire che si comunica attraverso altre cose.
Però ho un ricordo. Questo tema della “catastrofe”, io non potevo che essere che affascinato da lui, perché qui si confermano alcune cose su Napoli.
Insomma Napoli è una città carica di senso, cioè molto pesante, pertanto il tipo di ironia che ha Salvatore è qualcosa che suona quasi all’inglese rispetto ad un napoletano. Ma proprio in riferimento a New York io ho imparato molto venendo a Napoli perché queste questioni della differenza tra società industriali e post-industriali, io ho cominciato, come dire, ad entrarci dentro, stando a Napoli, qualche volta intrecciandomi con l’Accademia della Catastrofe che non mi trovava impreparato, nel senso che io a Napoli ero già arrivato come catastrofista, però mi colpiva che esisteva questa attenzione verso questo tema.

Ma il motivo su cui Napoli ha influito moltissimo sulla mia analisi è che
attraverso Napoli capivo che si poteva essere entrare pienamente nel post-industriale, anzi essere molto avanti del post-industriale, senza aver attraversato la parte industriale. Su tutto ciò, da docente-dolente ho lavorato e forse diciamo che c’è forse tutta una parte della sociologia e della filosofia, che forse non avendo vissuto a Napoli o non avendo incontrato Salvatore Pica, ancora non ha capito questa cosa. Allora saltò fuori un libro, scritto a più mani e che aveva un titolo significativo: Napoli no/New York
(vedi testo allegato+foto copertina)

Bello, secco, scritto con altri amici, ispirato un po’ a questa idea a questi temi. Come anche un’altra idea legata a Salvatore, legata a me a ..Napoli è stata per me, in quegli anni, in particolar modo gli anni ’80 (devo sinceramente dirvi non so cosa sia adesso Napoli, ci vengo troppo poco) comunque io sono un grande sostenitore degli anni ’80, perché sono avvenute cose straordinarie, quindi non sono d’accordo nel considerarli un precipizio, sono avvenute cose incredibili e Napoli ha avuto questa caratteristica e cioè che attraverso di essa riuscivo a vedere tutto ciò che potevo vedere anche in altre città, ma che a Napoli fortunatamente non riuscivano a restare mascherati.

Ci sono appunto altre città che consideriamo diverse da Napoli. Ma una città ricca di sè, da farti capire la città in genere, la metropoli in genere, avendo seri problemi ad essere ciascuna di queste cose nel senso letterale del termine, non hanno cittadinanza : è una metropoli, non lo è ecc. avere insieme tutte queste cose insieme ti dà degli strumenti straordinari per soddisfare la tua curiosità, come li ha dati sicuramente a Salvatore Pica che è stato un personaggio molto curioso del mondo.
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Intervento di Alberto Abruzzese (Membro Aggiunto della Società di Archeologia Spaziale)

su Napoli no/New York
con G. Caramiello/G.de Martino/B.Roberti/M.Videtta
Liguori Editore 1982

LA CITTA’ SUPER-VISSUTA

E’ l’ignoto sentire del Nuovo, l’incertezza di un ritmo a noi sconosciuto, l’eccezionale fermento erpetico di molte zone dei Corpo diffuso a cui apparteniamo, insomma è il segno di un mutamento mai vissuto ad avermi convinto sulI’utilità. se non proprio sulla necessità. di pubblicare questi tre testi risalenti ad un’epoca antichissima, in cui la storia aveva le scansioni estremamente accelerate del millennio, misura a noi pressocché ignota, e il tempo simulava eventi diacronici e sincronici, secondo corrispondenze spaziali tanto distanti dall’esperienza da essere inconciliabili per la nostra Mente.

Accettando. del tutto strumentalmente, la logica descrittiva allora in uso, cioè quella di sistemare i dati secondo contenitori precostituiti detti Periodi, i testi qui raccolti vanno collocati sul “finire” di un “periodo” confuso e ottenebrato in cui il panorama dell’universo ancora soffriva di un unico raggio prospettico, le forme dell’abitare ancora disponevano di strutture stellari e planetarie, di movimenti spaziali estremamente elementari, e di traiettorie gravitazionali dinamicamente coerenti, assolutamente “naturali”, senza altra discontinuità che qualche soluzione catastrofica. Sappiamo. tuttavia, che quell’esistenza pressoché aurorale di cui molti danno una definizione in sede decisamente pre-archeologica, ha per noi una qualche importanza, perché proprio nei suoi punti di rottura, appunto lessicalmente unificati dal termine molto approssimativo di catastrofe, ha luogo il nucleo di espansione della nostra Immaginazione. Per quanto rozzo e impreciso sia il tentativo di rappresentare una dimensione cosi elementare in sofisticati sistemi passionali, in accensioni emotive, in energie implosive è da quei Punti che molto probabilmente ebbero inizio le nostre Pratiche.
I testi qui esibiti per la prima volta appariranno al lettore assolutamente uniformi, privi cioè di ogni sostanziale differenza: ma rispetto al “periodo” in cui furono prodotti essi risultano tra loro estremamente disomogenee. Tuttavia sono gli unici che possediamo per documentare una civiltà oggi completamente estinta (persino nei suoi più minuti frammenti-ricordo). ma di cui le ricerche archeologiche sulle Grandi Aree Post-Territoriali e sui Primi Flussi Elettronici hanno potuto ricostruire alcuni brevi tratti.
E’ a queste ricerche che intendiamo fare qui qualche breve accenno per fornire al lettore le poche informazioni utili alla comprensione di scritture, che ruotano intorno al concetto ben difficile di “città”, spesso denominata con una accentuazione di grandezza “Metropoli”: scritture che per di più insistono su una sola struttura abitativa, chiamata Napoli, di cui, pur tra mille lacune, conosciamo il carattere atipico rispetto al modello generale. atipico almeno sulla base dei dati in nostro possesso.
Ma su questo si tornerà più avanti.
Nello schema esplicativo che intendiamo fornire troverete una terminologia fortemente condizionata dal campo d’indagine, dalla sua sostanza primordiale. Se dovessimo usare l’apparato espressivo che ci è proprio, la materia in argomento risulterebbe polverizzata o inerte: oppure verrebbe fagocitata al primo pulsare del Corpo. Abbiamo già detto, invece, che siamo costretti ad agire una attrezzatura lessicale prearcheologica come ad esempio quella che ruota intorno al dispositivo della “periodizzazione”. Cercheremo di raddolcirla con attrezzature relativamente meno rozze, in particolare quelle fondate sui dispositivi di “rarefazione”, che tra l’altro ci aiuteranno laddove la ricerca è lacunosa e la sottile griglia dei “periodi”. inventata dai mondi di tipo terrestre, è andata perduta.
Per alcune insistenze catastrofiche, verificabili in tutti e tre i testi, e per alcune fori i accentuazioni progettuali. verificabili soprattutto nel primo, siamo abbastanza certi di potere collocare queste scritture alla fine del secondo millennio dell’occidente terrestre (punta terminale di una serie di sequenze periodiche quantitativamente molto più estese, ma particolarmente “buie”, restando ai criteri di misurazione allora applicati). Siamo cioè al barlume finale di un primo embrione, abbastanza rapidamente espioso. dell’industria tardo-meccanica e di quella protoelettronica.
I presenti reperti letterari sono stati da noi ricostruiti attraverso la faticosa conversione in codici scritturali di depositi elettronici molto primitivi, ridotti a impulsi infinitesimali (dunque per nostra fortuna abbastanza estesi) e diffusi su un raggio detritico senza limiti. Ad una lettura anche superficiale, risultò subito chiaro che questi “discorsi” sviluppati su Napoli facevano riferimento ad un sistema con forti aspetti di schematicità sociale e tuttavia attraversato da crisi violente. Abbiamo allora fatto ricorso alla decodifica di contenitori detritici (inevitabilmente organizzati per blocchi concettuali perchè sin dai primi studi di archeologia spaziale si capi che il concetto era un dispositivo particolarmente usato da quella civiltà): tali studi ci hanno dato modo di collocare sulle sue giuste traiettorie un organismo cosl particolare come Napoli: si è potuto quindi dimostrare che il momento, a cui i produttori dei tre testi fanno riferimento, ha le caratteristiche di un conflitto acuto con elementi concettualizzati come reali ed elementi concettualizzati come simulati, ma intrecciati in modo per noi molto poco chiaro. Contribuisce alla confusione non la parzialità dei dati in nostro possesso (che anzi facilita il nostro modo di procedere) ma piuttosto l’uso che quel sistema ancora faceva di un pensiero verticale, la quasi totale assenza di un pensiero laterale (che noi riteniamo il primo segno apprezzabile di civiltà progredita), l’assenza di processi bioelettronici in grado di trasmettere informazioni di grande durata, la resistenza posta da parte degli apparati di controllo rispetto alla genetica di massa. all’espansione collettiva, alla produzione immaginaria di tipo automatizzato, alla mostruosizzazione delle forme, alla liberalizzazione del falso e del simulacro.
Tuttavia siamo in grado di dare approssimativamente lo scenario in cui ambientare Napoli e descriverne il processo simbiotico che seguirà al punto che vediamo per cosi dire congelato in questi testi.
Una serie più o meno collegata di città, più o meno numerose e grandi, componeva una entità territoriale detta Nazione. Non conosciamo il nome della Nazione a cui apparteneva Napoli, ma sappiamo trattarsi di un sistema nazionale sotto il controllo instabile di un ceto detto politico, incredibilmente “separato” da ogni vissuto territoriale. Sappiamo anche di un difficile rapporto d’equilibrio con i conflitti esplosi tra gli altri sistemi nazionali del pianeta d’appartenenza e dunque è plausibile la conclusione, ricavata dai più, su una sua scarna autonomia (anche se i livelli politici ed economici presentavano allora scarti giganteschi, e l’economico pare garantisse insospettate capacità di coesione non solo locale ma anche planetaria). In questo sistema si trovava a svolgere un ruolo da “valvola” appunto la città di Napoli, sorta di metropoli degradata. di territorio della disperazione e dell’eccesso, di zona di confine tra terra e acqua, massa e deserto, femminile e maschile, luce e buio.
Intorno al sistema nazionale abbiamo ben poche notizie e godiamo di frantumi difficilmente amalgamabili. Pare che i dispositivi di potere dovessero controbilanciare un tessuto terroristico molto diffuso ma per certi aspetti, quelli relativi al linguaggio, tanto vicino alla struttura di comando da farci domandare. oggi, sui motivi reali del conflitto. La vicenda tuttavia è per noi confusa: in ogni caso riscontriamo linguaggi (anche e soprattutto dei politici) estremamente rigidi, tanto da produrre morti frequenti in organismi biologici o sociali o economici talmente separati tra loro da essere facile bersaglio, per ogni trauma progettato o casuale. Non era questo, tuttavia, l’unico campo di scontro nè l’unico “livello” linguistico. Una notevole turbolenza, ad esempio, pare venisse introdotta da scontri continui tra la setta degli Innamorati contro la vecchia “arte di vita” degli Amorosi, battaglia apertasi dopo l’incontrollato processo di computerizzazione di un gioco da tavolo. particolare capacità predatorie rivelarono alcuni gruppi “notturni”, allevati quasi interamente con pratiche televisive (dispositivo ancora ad alto grado spettacolare ma ritenuto dai più come anticipazione primitiva degli organismi elettronici).
Possediamo anche qualche notizia su organizzazioni “sommerse” ma particolarmente attive quali i corpi di polizia detti Semiotici. sorta di servizi segreti in violenta contrapposizione con organizzazioni concorrenti, tra le quali gli schieramenti più famosi risultano quelli di Governi Solidali, degli Antipapi, dei Sociologi Rigoristi: non sappiamo bene di quali attrezzature di intervento disponessero, ma risulta evidente che tali corpi attraversavano orizzontalmente altri schieramenti di poco precedenti quali Classi, Partiti, Estetiche, Ideologie, ecc..

Qualche fonte, infine, ricorda una Grande Strage del I maggio in cui, soprattutto a detta di una sorta di sacerdoti-giustizieri denominati Giornalisti, l’occasione di una festa popolare legata all’industria meccanica fu prescelta da una generazione giovane di Politici Burocrati per sterminare sanguinosamente la generazione più vecchia, detta Quadri Dirigenti. Dai frammenti di cui disponiamo pare che l’iniziativa fosse venuta da un partito detto Pci (per comprendere la sigla dovremmo avere una maggiore conoscenza archeologica delle ideologie). I Quadri Giovani erano stati addestrati a sdoppiare la loro personalità in modi per quei tempi insuperabili: rinnovati e duttili nell’interiorità delle loro passioni e dei loro desideri , continuavano ad essere rigidi eredi della tradizione per quanto riguardava l’esteriorità delle loro pratiche di potere. Interessanti prototipi “semispontanei” di umanoidi schizofrenici, avendo acquisito straordinarie capacità di comando. tuttavia continuamente frustrate e inibite. avevano trovato intollerabile la protervia con cui i Quadri Dirigenti si rifiutavano sempre di concedere una possibilità di ricambio ai posti di comando. I più giovani si decisero cosi all’eliminazione fisica dei loro antagonisti: il gesto fu ripreso dagli altri partili in condizioni altrettanto sclerotiche; ciò per alcuni dimostrò ancora una volta l’importanza avuta dal Pci in quel sistema e la sua generosa funzione di guida, mantenuta probabilmente anche dopo quella memorabile carneficina.
La Napoli, di cui qui nostri lettori potranno avere notizia, pur non facendo riferimento diretto ai fenomeni e ai fatti che abbiamo ora elencato, è indubbiamente una città attraversata da fermenti spiegabili solo grazie ad alcuni di quegli eventi ed è per tale motivo che ci siamo soffermati con qualche compiacimento su alcuni di essi. Per altro verso l’assenza totale di interlocutori territoriali con le altre città del sistema e la convinzione, più volte implicitamente dichiarata, in un futuro nazionale ci confermano che siamo di fronte ad un periodo che è ai margini estremi del suo sviluppo, ma ancora non è entrato nella fase conosciuta come Grande Esperimento. Assecondato il gioco della periodizzazione, ci pare tuttavia che proprio il futuro ignorato da queste pagine napoletane, sia in grado di commentarle nel modo migliore e più suggestivo.
Pare, infatti, che l’ordinamento politico allora vigente giungesse a tale punto di incapacità governativa, a tale scellerata ignoranza e insensibilità, a tale preordinato spreco di ogni risorsa da dovere decretare la sua Fine. Del resto i sistemi circonvicini — tra l’altro più ricchi e più grandi —premevano da ormai troppo tempo, anche sul sistema di città a cui apparteneva Napoli, per realizzare Fasi Sperimentali. Così fu deciso l’annientamento atomico dell’intero sistema nazionale e la collocazione in “provetta territoriale” di una sola città superstite. Napoli apparve a tutti o quasi la più adatta.
Le ragioni di questa scelta erano molte (ed alcune traspaiono anche in queste scritture d’epoca): una città che aveva dimostrato di sopravvivere a tutto, città assurda ma pulsante “mescolanza” tra sviluppo e sottosviluppo. fortemente compressa e accorpata, allo stesso tempo dialettale e internazionale, povera al limite massimo della morte ma anche con zone o livelli di estrema ricchezza. In effetti quel sistema, morendo, fu intelligente nello scegliere Napoli come alveolo di un nuovo sistema: prevalsero fortunatamente e anche un poco fortunosamente certi indirizzi di biogenetica che individuavano il massimo di produttività organica non più nelle parti sane del corpo ma nelle zone patologiche soprattutto nella straordinaria effervescenza dei processi di cancrena, nelle contaminazioni infettive, nelle agglomerazioni cancerogene. nell’espansività erpetica.
Dunque, in un’alba di cui non sappiamo bene la collocazione temporale e di cui ci sfugge lo scenario da quando per noi si è persa memoria visiva dell’alternanza tra giorno e notte, tutti i territori che circondavano Napoli furono polverizzati: la città restò isolata dal resto del pianeta con il compito di sperimentare il germe di una nuova civiltà.
Di questa nuova dimensione della città napoletana possediamo alcune informazioni ma solo sino ad un certo punto della sua evoluzione; poi manchiamo di ogni dato credibile e la sua immagine resta per noi avvolta nel buio più integrale.
La città riportò al proprio interno, nelle proprie modalità espressive (fondate sull’eccesso del cuore e della ragione) il sistema che, autodistruggendosi, le aveva assegnato il suo significato. Napoli raccolse e miscelò immagini e pratiche di quella unità nazionale che le aveva affidato il futuro. Ebbe così arricchito il quadro delle lotte tra sette, più violento il fenomeno di obsolescenza dello stato e della politica, più globale e armonico il processo di commistione tra sviluppo e catastrofe. Finalmente liberata da un sistema nazionale, che l’aveva sempre intesa come territorio da sanare, riusciva a usare il proprio egoismo, la propria atavica malattia, le sue sottili arti della corruzione, la sua conflittualità tra ricchezza e povertà. la sua oscenità, l’amalgama ibrido delle sue passioni, la creatività del suo sottosviluppo, per “bonificare” il proprio corpo contravvenendo ancora una volta ad ogni ridicola presunzione di razionalità. Corpo informe e sanguinoso ma finalmente legittimato dall’essere il solo ad esistere e ad essersi affermato come tale, nel tempo e nello spazio.
Presto andò cadendo ogni legame mnemonico tra il sistema progenitore e questa città super-vissuta: essa aveva intorno solo terra bruciata e viveva in perfetto isolamento tra una eredità concettuale o meccanica e questo organismo antico e nuovo insieme, sempre più passionale, biologicamente teso a forme ibride e mutanti. I lontani progettatori dell’Esperimento avevano visto bene: Napoli offriva un tessuto urbano unico per quei tempi, duttile e informe, generoso e incoerente.
Poco a poco tutto ciò che aveva costituito la sua tradizione peggiore ed i motivi delle sue più alte contraddizioni cominciò a produrre fenomeni di “sintesi”: era come il fermentare di più corpi in un unico crogiuolo. Ma in questo caso le materie si mescolavano in una viscosità priva di centro prestabilito, poichè non vi erano più recinti o pareti a delimitare il rapido crescere della ebollizione in atto. Così la città perse il suo territorio.
cominciò a pulsare come una ameba stesa sullo spazio vuoto che le si apriva intorno senza margine e senza confini.
Si era andato dunque formando, grazie all’attrito, prima, e alla penetrazione reciproca, poi, tra diverse sue articolazioni separate, storicamente e fisicamente distinte, un unico corpo gigantesco. Fin da prima dell’Esperimento grande città consumatrice, luogo di lavoro sommerso, di contrabbando dell’elettronica e di mercato dei transessuali. Napoli portò sino alle sue estreme conseguenze il congiungersi di sofisticate apparecchiature televisive e di qualche prima macchina elettronica con la melina e il fango, altamente alcolici, prodottisi nel polverizzarsi di macerie, nei depositi sotterranei di sterco e spazzatura, nei liquami secolari. Dalle innumerevoli caverne del sottosuolo salivano fumi, gas, droghe e rumori capaci di avvolgere in un unico volume ogni traiettoria cittadina: le forme del sapere, quelle del corpo e quelle del linguaggio andarono assumendo punti di contaminazione reciproche. Il reticolo televisivo. innervato nei nuclei abitativi e nella memoria familiare, ebbe un ruolo almeno altrettanto importante di quello assolto dalle fessure di cemento armato che un tempo (in seguito ad un terremoto erano state disseminate per saldare crepe e fessure. sostenere rovine e conservare palazzi. Elettronica, puntellature e cosmetica contribuirono cioè a garantire il crescere di un nuovo circuito nervoso. I materiali rigidi si fecero malleabili così da garantire alla città una totale assenza di scheletri, così da invadere i corpi organici ed esserne invasi. Tutto cominciò a pulsare, a divorarsi reciprocamente. fornicare, uccidersi, senza più alcuna possibilità di distinguere la bocca dal ventre, gli occhi dal sesso.
Lave e meandri vulcanici, topi di fogna, delfini e squali venuti dal mare, scogli ed acque salmastre e catramose avevano dissodato il terreno così come le solfatare e i focolai sotterranei interi depositi di nicotina, eroina e coca s’erano sciolti trasudando in una massa umana sempre più aggrovigliata, avvinta in un solo alito caldo, stretta corpo a corpo in un unico flusso di rumori, sempre più tribali, di colori, sempre più fluorescenti, di vapori sempre più densi.
Il parlare, così come ogni altra forma espressiva, perse qualsiasi tipo di sintassi e tutti i lessici e le vulgate si trasformarono senza più ricorrere ad alcuna grammatica. Solo i filamenti dell’intero grumo in lievitazione e solo le rapide scansioni ritmiche su corpi, macchine, sostanze, materiali, elementi garantivano il funzionamento dell’organismo attimo per attimo, annullando il tempo e con esso voci, memorie, progetti e cancellando lo spazio e con esso gesti, forme, sguardi. Il ritmo fu sempre più incombente sul rarefarsi sempre più inevitabile delle immagini e dei movimenti, infine saldò in un unico pulsare corpi, attrezzi, campi di forza come ultimo e definitivo fattore di deterritorializzazione integrale.
Segmenti di rituali musicali planetari, usati in precedenza come spettacoli o trasmissioni di particolare presa sul corpo umano e sul suo sistema nervoso, furono la probabile base per la genesi di un unico Grande Rituale dell’intero corpo di Napoli.


Persino quella che fu la genesi dei nostri attuali mondi non può farci capire sino in fondo cosa accadde a Napoli in quel tempo straordinariamente lontano. Noi infatti siamo il frutto di aggregazioni accidentali tra flussi detritici bioelettronici sparsi nello spazio; ciascun detrito, entrando a contatto cori altri ò con una loro già strutturata aggregazione, stabilì e tuttora stabilisce una serie di turbamenti e risposte che determinano la regola dell’insieme secondo regole sempre diverse.
Ma nel caso di Napoli osserviamo differenze talmente forti per quanto riguarda il processo genetico e gli elementi in campo, da fare fatica ad immaginarie: un insieme di aggregati che non cresce, come è il caso nostro, per progressiva addizione e riorganizzazione di elementi che presentano nella loro parzialità una già avvenute simbiosi tra elettronica e vita animale, tra computer e immaginazione, tra funzioni e passioni; ma invece un insieme che, nel caso napoletano, è il risultato di una mutazione interna, di un corpo che agisce sul proprio corpo, con una presenza di elementi animali e meccanici assolutamente esorbitanti rispetto a quelli elettronici.
La definitiva mutazione da città in “cosa animata” fu tuttavia consentita da un evento planetario di origine probabilmente naturale, dovuto alla conflagrazione di più sistemi stellari tra cui quello solare, a cui la terra quasi di certo apparteneva.
La crosta terrestre esplose e si spezzò. Napoli, unico organismo capace di riprodursi al suo interno, anzi di assumere forza e energia proprio nei suo isolamento, di respirare le sue stesse esalazioni e cibarsi delle sue stesse scorie, fu proiettata nello spazio senza per questo morire. Né la fantasmagorica esplosione del firmamento, nè il vuoto assoluto dello Spazio la poterono distruggere.
E’ a questo punto che ne perdiamo le tracce. Sappiamo, attraverso fonti trasversali, della sua straordinaria vittoria contro il destino dei pianeti e delle stelle, ma non ne conosciamo i movimenti e il molto probabile deperimento. A meno che non si voglia prestar fede a mitologie post-siderali che raccontano di un grande ectoplasma pulsante, lanciatosi nel buio a grande velocità, capace di assumere forme fantasmagoriche, immagini fascinatorie, di cui a noi sfuggirebbe il senso perchè sono simulazione di corpi umani, delle loro “bellezze”, del loro desiderio, dei loro scenari di piacere, quando ancora meccanica ed elettronica non ne avevano bonificato l’ordine naturale.
Quelle leggende raccontano di apparizioni improvvise, spesso fatali, in cui viaggiatori siderali si perdevano nel fascino di straordinarie dimore, di paesaggi marini, di suoni, odori e colori di straordinario effetto, di distese azzurre e ville e giardini. Un mondo dimenticato da tutti tremava su carnagioni e occhi appassionati, su abiti variopinti, su intensi richiami poi era la morte. I viaggiatori vivevano quei racconti come una antica profezia.
Dunque non abbiamo altro da raccontare sulla storia di Napoli. Ci piacerebbe poterlo fare se non altro per distrarci, grazie allo studio filologico, dai tempi presenti, dalla situazione di nervosismo somatico di cui dicevamo all’inizio di queste note.

Più punti del nostro Corpo hanno avvertito giù da tempo il pulsare di una seconda Mente. Non si sa da dove e come essa possa far dilagare il ritmo sempre più intenso delle sue pulsazioni. L’unica cosa che sappiamo è che esse non ci appartengono e non le possiamo dunque scambiare per un richiamo dei nostri desideri, anche se del richiamo hanno l’insistenza sempre più esasperata e del desiderio un oscuro calore, in se stesso per nulla spiacevole.
All’imbarazzo per una Seconda Pulsione. a noi sino ad oggi ignota. si è aggiunta la notizia, trasmessaci or non è poco dai terminali più sensibili del nostro Corpo, su una entità sconosciuta che viene dal buio e si lancia esattamente sulle nostre traiettorie.
Da alcune misurazioni bioelettroniche sofisticatissime (che essendo solo un filologo neppure mi provo a documentare) si ricava che questa entità ritmica, pur avendo la dimensione di un Grande Aggregato Detritico come noi, risulta sconosciuta alla Confederazione e alla Mappa dei Viaggiatori. Ma, dato ancora più strano, questa sconosciuta forza sembra “possedere” i piccoli detriti che incontra senza avere poi la sindrome riorganizzativa che contraddistingue sempre la sintesi tra due detriti. Questi ultimi sembrano affogare in un attimo dentro la cosa misteriosa senza tracciare Mira variazione se non la loro scomparsa nel nulla.
Tempi d’angoscia. quindi; ad essi vorremmo rispondere più spesso con storie prearcheologiche come questa della città di Napoli, che i tre testi seguenti hanno il pregio di descrivere in un suo breve momento. Ma è tempo di lasciare a loro la parola.
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Intervento di Alberto Abruzzese nell’ambito dei Contributi alla Discussione della Conferenza Internazionale “Metropoli Mediterranea”
Teatro di Corte di Palazzo Reale 7/8/9 giugno 1990 Amministrazione Provinciale di Napoli

Esiste una sociologia urbana vincolata alle mappe fisiche” del territorio, alla composizione sociale di chi vi abita o transita, ai modelli di organizzazione, alle forme di produzione e consumo, etc.; esiste anche una sociologia urbana che ha preso ad analizzare le “mappe mentali” del territorio privilegiando le rappresentazioni simboliche, la memoria, le strategie comunicative. Esistono poi una serie di sociologie settoriali che si riferiscono ai media e che spesso, tanto quanto le sociologie funzionaliste, dimenticano il vissuto territoriale su cui l’evento comunicativo ha le sue radici.
Cercherò, quindi, di ragionare sugli aspetti comunicativi della metropoli nel contesto delle culture del mediterraneo, avendo in mente innanzi tutto gli scenari dell’innovazione tecnologica, come risposta “possibile” alle crisi di sviluppo dei linguaggi espressivi direttamente o indirettamente legati all’esperienza metropolitana, e in secondo luogo la specificazione di “città mediterranea”.
Questa specificazione è tuttavia ancora tutta da discutere: le ‘relazioni’ di tipo mediterraneo sono sulla base della consistenza dei “centri storici” e delle “risorse naturali” e dunque di una “particolare” dimensione del rapporto tra Antico e Moderno? Oppure sulla base di una rete di rapporti ‘tradizionali” su cui innestare un nuovo tessuto di sinergie economiche politiche e culturali e dunque affrontare le “differenze” tra diversi gradi e modelli di sviluppo come elemento “qualitativo” del progetto”, forse anche come “laboratori” che fruttino indicazioni produttive su conflitti più generali, comunque presenti al di là dei confini geografici? Oppure sulla base della contiguità o vicinanza al mare mediterraneo e dunque della possibile ridefinizione di un bacino comunicativo, creativo e produttivo, in grado di funzionare come sistema integrato di circuiti culturali, turistici, ambientali, come “parco” del pianeta?
Ma molte tra queste caratterizzazioni del contesto mediterraneo e delle sue “dinamiche” o “potenzialità”, una volta che vengano osservate alla luce dei processi culturali effettivamente in atto, non combaciano a fronte dei processi di internazionalizzazione, di subordinazione, di qualità dei media e dell’immaginario che spesso hanno “violentato” le realtà e le tradizioni locali.
Ecco perché è necessario definire prima la qualità delle innovazioni tecnologiche dal momento che l’immagine ed il vissuto delle città sono ormai profondamente legati alle sostanze” veicolate dai media e sono alla base delle diverse filosofie che presiedono alle politiche e strategie professionali in campo metropolitano.
Demetropolitanizzazione, crisi di funzioni, di sistema (caduta delle politiche di piano e delle culture di ‘progetto”), ma anche emergenza spontanea di sistemi embrionali imperfetti, di segmenti forti, a cui corrisponde una dinamica centrifuga delle centrali di comunicazione e di produzione dell’immaginario che attualmente si esprime prevalentemente come indebolimento o perversione delle reti tradizionali di memorizzazione, informazione, intrattenimento, spettacolo, arredamento urbano, servizi culturali.
Concordo con chi sostiene che la posizione ‘apocalittica” espressa dalla sinistra storica non dimostra di cogliere nessuno o quasi dei fattori che hanno “qualificato” il costituirsi di una cultura metropolitana, rinvenendo tuttavia i limiti di un pensiero antistorico, postmoderno, “debole”, che enfatizza l’“uscita” dalle contraddizioni classiche senza ritenere ai doversi affidare comunque ad un modello di sviluppo politicamente determinato.

Il “giusto mezzo” è individuabile nella virtualità dell’innovazione elettronica; nelle possibilità materiali che abbiamo per intervenire sui punti di “rottura” della tradizione industriale e di massa, cioè proprio della cultura metropolitana giunta all’apice celle sue funzioni storiche e dunque “irrisolvibile a partire da se stessa”; nell’emergenza di nuovi fenomeni, di nuove esperienze, che aprono nuove dinamiche tra conflitti sociali e apparati di potere.
Già sarebbe molto trasformare le mentalità. Rendere più adeguate le professionalità, più aperti gli strumenti di governo in cui competenze e potere amministrativo devono trovare un “accordo”. Bisogna imparare a leggere i processi in atto, valorizzarli. Diventare capaci di “catastrofe” per evitare il “disastro” (Cacciari). Operare in una chiave progettuale che deve sapere conciliare la dimensione localistica con quella metaterritoriale, cioè”essere centro” alla “divaricazione” che oggi è alla radice della crisi sia delle mappe fisiche” che di quelle “mentali” e dunque anche delle forme culturali metropolitane, per quanto attiene i consumi e ancor più per quanto attiene a produzione.
Questo Convegno può essere l’occasione per compiere uno sforzo non solo e immaginazione — i convegni servono anche a questo, ma d solito vengono seguiti alla frustrazione di vedere cadere nelle routines politiche e culturali ogni attesa di “superamento’ del presente, di verifica operativa, di mobilitazione organizzativa, di azione professionale, imprenditoriale, istituzionale, politica — ma anche per uscire dall’astratto o dalla petizione a “principi” che “chi deve e può” lascia nel limbo dei buon propositi o “risolve” in una “politica spettacolo” fine a se stessa.

Napoli è una realtà estremamente complessa e tuttavia rappresenta un segmento cela complessità mediterranea particolarmente adatto a fornire dinamiche progettuali a patto che siano sostenute da volontà politiche e risorse economiche convinte del proprio ruolo e del proprio dovere. Proviamo sulla esemplificazione di alcune particolarità’ del territorio metropolitano napoletano, a formulare non il “progetto” ma i modi e le strutture che potrebbero portare al lavoro necessario alla nascita di una cultura progettuale dal momento che essa si alimenta di cose che già si fanno e non di cose che si “potrebbero” o dovrebbero” fare. Progettare significa sperimentare e non semplicemente “proiettare” idealmente o ingenuamente “sperare”.
Napoli è uno dei più grandi bacini di beni storici e culturali, è una delle più importanti “capitali” del Meridione, è un porto in crisi ma comunque inserito in una rete commerciale e turistica, è centro di ricerca e formazione scientifica, è sede di un Centro Rai, è calata in una realtà etnicamente sempre più complessa per quanto costretta alla ‘marginalità”, è luogo di conflitto tra civiltà industriali e civiltà postindustriali. Per la definizione di un sistema culturale fondato sulle risorse dell’immaginario mediterraneo e delle innovazioni espressive, si tratta di individuare i soggetti necessari alla costituzione di una commissione di lavoro a breve ‘termine, incaricata di fondare i criteri ed i valori atti alla creazione di una o più strutture permanenti quali ad esempio un Consorzio Internazionale di soggetti pubblici e privati rappresentativi di tutti i segmenti mediterranei operanti nel campo della comunicazione televisiva, della sperimentazione elettronica, della produzione di ho-me video, dell’educazione permanente, nei quadro di una ipotesi di potenziamento e diversificazione del Centro Rai di Napoli come postazione avanzata e centrale del sistema mediologico mediterraneo.
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