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a cura di Mario Mangone
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a cura di Mario Mangone
> A. Abruzzese alla Feltrinelli. Alla ricerca di sfumature post-metropolitane
a cura di mario Mangone
APPROFONDIMENTI SUL MODELLO DI SVILUPPO NELLA NAPOLI DELLA GLOBALIZZAZIONE
Sommario:
• Camorra, la droga da sola non spiega la mattanza di Scampia. di Giuseppe D' Avanzo
• Tangenti sui cantieri del Metrò - di Irene de Arcangelis
• Feci arrestare Chinetti, ma fu promosso - di Fabio Postiglione
• Ecco l'holding internazionale della camorra - di Carlo Franco
• Giornalista in zona di guerra di camorra - di Sergio Nazzaro (rinvio a www.megachip.it)
• "Così fui costretto a rinunciare alla manutenzione scolastica" - di Monica Scozzafava
• La beffa degli appalti: prezzi stracciati, lavori mai iniziati - di Monica Scozzafava
• Quelle periferie senza storici - di Marco Demarco

Segue: Dibattito su il Corriere del Mezzogiorno - Marzo 2005

• Da quando la sinistra è al potere non c’è più spazio per la modernità - di Paolo Cirino Pomicino
• Un patto scellerato tra Dc e Pci causò il disastro delle periferie - di Giulio Di Donato
• Troppe scelte urbanistiche sbagliate: io scrissi in un libro ma fu stroncato - di Attilio Belli
• Così Napoli ha perso l’occasione - di Ugo Grippo
• Io, architetto pentito di Scampia - di Gerardo Mazziotti
• Questi anni delle mani sulla periferia - Di Marco De Marco
Da la Repubblica - Domenica 6 Febbraio 2005
Così la Procura ha imboccato, per caso, un’altra strada. Quella rete d ‘affare in mezzo mondo ha scatenato i “balcani”di Napoli. Dalla Cina al Brasile: ecco tutti i traffici dell‘industria dei falsi
Uccidere il nemico, prima che sia l’altro a ucciderti, è la sola opzione concreta. Se il nemico si nasconde, bisogna sapere dove. Per sapere dove, ogni mezzo è lecito. Si può imprigionarne la donna, e torturarla. E’ accaduto. Si può bastonare per giorni un vecchio padre per strappargli dalla bocca il luogo dove è nascosto il figlio. Quell’uomo, Salvatore De Magistris, non cederà. Morirà per proteggere l’esistenza del suo figlio adottivo, Biagio.
A volte non è sufficiente uccidere per proteggersi perché i nemici erano un tempo ‘fratelli”, come l’occhio destro al sinistro nella stessa faccia. Vivevano l’uno accanto all’altro, dividevano le ore e i sogni, a nord della città, Scampia, Secondigliano, Melito, Arzano, Casavatore. L’uno conosceva la vita dell’altro. La moglie, il figlio, la madre, lo zio, il nipote e i cognato dell’altro. Oggi anche questi altri sono un pericolo. Se vivono accanto a te, possono dare l’informazione che ti annienta; e allora se hanno una bottega si brucia; se hanno casa, la devono abbandonare. Da sera alla mattina. Via! Il quartiere deve essere “pulito”, come i Croati pretendevano fossero “puliti”di Serbi i loro villaggi e i Serbi di Croati. Chi non obbedisce, chi non vuole lasciare la sua casa, è morto. E’ accaduto. La casa sgomberata servirà per nascondere un fuggiasco; per farne un deposito di armi e droga; per ospitare una famiglia “sfrattata” dai nemici in un altro quartiere.
Come la guerra balcanica non raggiunse nè la Grecia nè l’Austria, i balcani di Napoli, senti dire, non aggrediranno la città. Si ammazzano tra di loro, no? E’ “il problema”, ma anche “la soluzione” perché prima o poi, un cadavere dopo l’altro, gli assassini troveranno dimora sotto terra e ritornerà la pace, o meglio quell’equilibrio tra legale e illegale, tra minaccia e sicurezza che consente di tirare avanti senza “schiaffare” Napoli “sui giornali”.
Non pensate che sia la tirata di un provocatore. Attendere senza troppo agitarsi che i camorristi si uccidano tra di loro (incrociando le dita che non ci siano innocenti a finire nel mezzo) è un giudizio condiviso a Roma e Napoli, in alte gerarchie della politica, della magistratura, delle istituzioni e finanche nei ranghi di polizia e carabinieri. La convinzione si nutre o di una rappresentazione minimalista di quel che accade. La carneficina è soltanto una “faida”. Si combattono due bande di spacciatori di droghe, “e non chiamatela camorra, per favore!” la posta in gioco è il controllo di Scampia, Il E’ più grande mercato all’aperto di droga in Europa. Più o meno «venti piazze di spaccio all’ingrosso e al minuto in grado di generare centinaia di migliaia di euro (dai 200 ai 500 mila), alla settimana e per “piazza”. A giovani generazioni senza futuro, sono garantiti introiti da favola. Cento euro per stare due ore di vedetta, appoggiato a un muro, per dire. Il cerchio così si chiude confinando il bubbone pustoloso a nord della città, opera di quattro assassini bestiali, stupidi e ricchissimi che foraggiano, con un pugno di euro, la plebe lazzarona che li protegge. Fine della storia. La storia, però, non regge. Troppe questioni ancora incuriosiscono. Paolo Di Lauro, ad esempio. Dicono che sia il boss della gang più influente e ricca, un tempo; l’uomo che controlla e garantisce l’afflusso e la distribuzione delle droghe in tutta la città. Ma non c’è, è fuggito via da Napoli, dicono. Fuggito’? Può fuggire un boss con il suo clan nei guai e i “ bravi ragazzi” “ai materassi”? O, visto da un altro punto di vista, un “padre di famiglia” lascia in guai nerissimi ” la carne della sua carne”,la moglie e sette figli, dopo che gliene hanno uccisi uno e incarcerati due? Difficile crederlo. Paolo Di Lauro o è Napoli, lì a Scampia ? ( e non si comprende come la faccia ancora franca) o è bell’e che morto. Se fosse proprio nella sua morte, e nel vuoto che lascia nella piramide di affari e potere, la ragione della carneficina? E’ una possibilità, ammettono gli uomini delle investigazioni. Fin qui siamo al “banale” di una questione criminale. Se si vuole salire per li rami si incontra, però, un’altra questione più intrigante: dove finiscono tutti i milioni di euro della droga? Li nascondono sotto il letto? Li reinvestono, e dove e come? Non è irrilevante saperlo. Seguire i soldi è sempre una buona idea per venire a capo di un intreccio di potere e morte. A Palermo, come a New York, come a Napoli. C’è in città chi, dei soldi della camorra, se ne è occupato. Per raggiungerlo si deve scendere dal dodicesimo piano della Procura, dove lavorano i pubblici ministeri incaricati divenire a capo della faida”, all’undicesimo. Filippo Beatrice è un uomo timido, silenzioso e riservato come un monaco. E’ un magistrato testardissimo. Negli ultimi sette anni si è dato un solo impegno, diventato quasi un’ossessione: afferrare i canali lungo i quali la camorra dei quartieri a nord di Napoli muove il denaro. Ha cominciato a tessere il filo quasi per caso, con un colpo di fortuna. Un giorno scopre che un camorrista di Secondigliano, uno di quelli che contano, è stato assunto in un negozio di abbigliamento in Germania, il “Nenentz Fashion” di Dresdnner Strasse 46, a Chemnitz. In questi affari neri, due per due fa sempre quattro. Non si dà che un tipo come quel camorrista (Pietro Licciardi) faccia il commesso per un bottegaio, a meno che la bottega non sia, in realtà, sua. Con questa convinzione, il pubblico ministero segue le mosse dell’uomo. Qualche settimana dopo lo ritrova a trattare affari in altre due botteghe di abbigliamento. Questa volta a Berlino. Nei negozi Laudano, 800 Gneisenaustrasse e 15 Witzlebenstrasse. L’indagine prende quota quando, negozio dopo negozio, città dopo città, paese dopo paese, Filippo Beatrice scopre come funziona il meccanismo organizzato dalla camorra. Le cose stanno così. Tutte le gang dell’area nord di Napoli partecipano con il loro boss ad un “consiglio” che amministra in comune gli affari. L’affare, inizialmente, e questo: “smistare “prodotti falsi e ingannevoli” di abbigliamento, soprattutto giacche in falsa pelle ma anche calzature e pelliccieria in giro per il mondo. Prodotti da aziende della camorra a Casoria, Arzano e Melito (la Confezione Pega, la Valent di Paolo di Lauro, la Vocos, la Vitec, per fare qualche nome) vengono commercializzati falsificando la griffe di Valentino, Ferrè, Versace in mezzo mondo. Mezzo mondo, non è un’esagerazione. I camorristi li chiamano “ i magazzini”. Sono i punti di vendita all’estero a cui fanno riferimento decine di magliari” che, per conto dell’organizzazione, vendono in quel paese nei mercati, nei pressi dei centri commerciali, dei parcheggi o delle stazioni di servizio quella paccottiglia a caro prezzo (un giaccone in finta pelle costa ad Arzano 15 euro, viene venduto a 5OO). La rete commerciale della camorra “i magazzini” è globale. Sono “punti di vendita che costituiscono anche punti di riferimento e di riunione dei trafficanti internazionali per concordare le modalità del traffico di stupefacenti’. Il pubblico ministero ne rintraccia in ogni angolo del globo. In Germania (Chemnitz, Amburgo, Dortmund, Francoforte); Spagna (I Mercanti, articoli italiani di import ed export, al Paseo de la Ermita del Santo, 30, Madrid, e Barcellona); Francia (Nizza, a Parigi a rue Charenton 129, a Lione al 22 di Quai Perrache); Belgio (Bruxelles); Portogallo (Oporto, Boavista); Austria (Vienna); Repubblica Ceca (Praga, Brno); in Inghilterra (Londra); Irlanda (Dublino) e, dall’altra di parte dell’oceano, in Canada In (Montreal, Woodbridge, Ontario, al 253 Jevlan Drove, Unit 8 negli Stati Uniti (New York, Miami Beach, NewJersey, Chicago) e, ancora dall’altra parte del mondo, in Australia (Moda Italiana Emporio, a New South Wales, 28 Ramsay Road, Five Dock) o in Brasile (Rio de Janeiro, San Paolo). Qui i Mario Bonocore, i Gaetano Attardo, i Mariolino Vittoriosi, i Raffaele Maddaloni, i Luigi Seno, i Pino Alfano (i titolari delle strutture periferiche”) organizzano la distribuzione dei falsi, offrono assistenza logistica ai “magliari” (anticipando le spese di viaggio e di soggiorno offrono vetture e furgoni, assicurano assistenza legale in caso di denuncia o arresto), incassano il denaro. «E’ l’industria internazionale del falso dice Filippo Beatrice Sorprende forse l’estensione delle propaggini camorristiche, ma non il core business: in fondo, è antico come la camorra, che da sempre utilizza i magliari. Il fatto nuovo è un altro. Il business della camorra non e più negli oggetti truccati che commercializza. A Secondigliano hanno compreso che la capillare rete internazionale di punti vendita è il loro più autentico business. Attraverso quella può passare qualsiasi cosa che ha difficoltà a muoversi nel mondo alla luce del sole. La droga,quindi. Ma anche le contraffazioni cinesi, ad esempio”. E’ l’altra novità dell’inchiesta. E’ stato detto che il Mezzogiorno d’Italia può essere la porta d’ingresso della Cina in Europa. Purtroppo lo è già, nella maniera più storta. Dalla Cina la camorra sposta e distribuisce nel mondo attraverso i suoi «punti vendita” i falsi più tecnologici di quelle produzioni. Macchine fotografiche e videocamere poi vendute con il marchio Canon e Hitachi. Trapani, flex, martelli pneumatici, smerigliatrici, levigatrici commercializzate con i marchi Robert Bosch, Hammer&Chifel, Hilti. Tre volte all’anno (Natale, Pasqua, ferragosto) “ i titolari delle strutture periferiche” inviano i profitti della rete commerciale, per dir così, a casa, a Napoli. Spesso in contanti con un “magliaro” e sbriciolati in trasferimenti da meno di venti milioni su conti di prestanomi (familiari dei boss o vicini di casa o gente del quartiere) e “lavati” nel casinò di Venezia e attraverso i money trasfert che, come la Western Union in Italia, si avvalgono di una fitta rete di subagenti, phonecenter, supermercati, cartolerie, ricevitorie del lotto, tabaccherie, cyberbar (spesso controllati dai clan).
A Napoli il denaro comincia una nuova vita. Questa volta, legale. Con le buone o con le cattive, con molto denaro o con molta intimidazione, i camorristi convincono gli imprenditori del commercio, del turismo, dell’edilizia, dell’agroalimentare, delle scommesse e dei giochi, a farsi da parte o a diventare soltanto dei prestanomi. Con queste risorse e metodi, i soldi della camorra muovono un terzo dell’economia della regione, dice l’economista Ugo Marani, e i camorristi sono nel centro di Napoli. I “balcani” di Secondigliano fanno morti ammazzati a Scampia e comprano il cuore della città. Mese dopo mese, milione dopo milione, ne mangiano un boccone, ne divorano un pezzo. La città vive sotto questo peso chiudendo gli occhi per paura, impotenza, fatalismo, convenienza. Uno stato di cose accompagnato o forse aiutato dal triste dibattito pubblico di un’élite politica che, alle soluzioni condivise, preferisce cercare l’asso, lo slogan, l’accusa che possa avvantaggiare a due mesi delle elezioni regionali. Il ministro dell’Interno. Giuseppe Pisanu, parla di “pane e companatico assicurato alla camorra” in una città “il cui stato di disgregazione non è fronteggiato efficacemente dai suoi gruppi dirigenti”. Il presidente della Regione, Antonio Bassolino, abbozza non potendo ragionare in pubblico della debolezza di politiche sociali che, appena qualche anno fa, erano sembrate rompere la gerarchia Centro/Periferia fino a creare una nuova forma di cittadinanza e di integrazione sociale. Il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino, non spiega perché la faticosa conquista dei requisiti minimi di vita e di legalità appare oggi in città un bel sogno svanito con il giorno. Alleanza Nazionale coltiva soltanto risentimento e rancore e vuole affidarsi al ritorno, come alto commissario anticamorra, del procuratore Agostino Cordova (appena allontanato con gaudio istituzionale per “incompatibilità ambientale”) nella speranza che il suo lavoro inauguri una intensa stagione di veleni e di vendette.
Questa è Napoli oggi, tra camorra forte, politica debole, società disillusa e complice. Per parlare del futuro della città, ammesso che lo si possa immaginare diverso, conviene darsi appuntamento a dopo il voto di aprile. Il numero dei morti ammazzati a Scampia sarà cresciuto e i problemi saranno ben sodi e peggiori. Possiamo sperare che almeno ci sia da qualche parte la voglia di affrontali.

di Giuseppe D’Avanzo
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Da la Repubblica-Napoli - Venerdì 4 Febbraio 2005
Otto arresti per una doppia inchiesta su racket e abusivismo edilizio: 8 arresti. Preso anche un impiegato del consiglio regionale. Tangenti sui cantieri del Metrò. Dipendenti pubblici fornivano alla camorra notizie sugli appalti
Racket sui cantieri della metropolitana linea 1, vigili urbani corrotti per evitare la denuncia di lavori edilizi abusivi. Imprenditori vittime e imprenditori corruttori. Due filoni per la stessa inchiesta che colpiscono la camorra del clan Misso da una parte, alcuni uffici di Regione e Comune, della Camera di commercio e il comando dei vigili urbani dall’altra. Otto le persone arrestate dall’Antimafia, accuse che vanno dall’estorsione alla corruzione alla rivelazione di atti d’ufficio. Nel mirino dei clan i cantieri più importanti della città, appalti come quello per l’arredo urbano ma anche i lavori dell’ex cinema Metropolitan. Tra gli obiettivi l’Asìa. Nell’agenda “dei cento nomi sequestrata a un storsore, dati e riferimenti di costruttori e ditte ottenuti grazie a complici colletti bianchi. Un imprenditore racconta ai magistrati la sua “amicizia” con l’esattore della mala e tutte le tangenti pagate.
Tutto via fax. Il racket dei grandi appalti passa per gli uffici della Regione Campania, per il Comune e per la banca dati della Camera di commercio. Informazioni trasmesse su carta per favorire il potente dan Misso a tutto danno dei lavori pubblici cittadini. Tangenti e minacce contro ditte e cantieri più che noti. Qualche esempio: la metropolitana linea 1, l’Asìa, il cantiere del cinema Metropolitan in via Chiaia. Imprese quali la Metro Sud, la Toledo società consortile e la Capaldo costruzioni, la Trano e la Romeo Immobiliare, la Cooperativa Santa Lucia, la Comena, il “Consorzio tratta determinante città vitale”. Tutto per far sprofondare l’imprenditoria locale grazie all’aiuto di insospettabili. Solo che l’inchiesta dell’Antimafia, partita con le ipotesi di reato di estorsione e associazione camorristica, vede spalancarsi all’improvviso un’altra voragine del malaffare. Quello dei caschi bianchi e degli imprenditori non più vittima del racket bensì corruttori dei vigili urbani. Questi ultimi che accettano denaro per coprire abusi edilizi.
L’intera vicenda prende il via da un episodio di estorsione e nel giro di due anni di intercettazioni coinvolge tutti i settori della città. Tanto che l’inchiesta, un fascicolo di 180 pagine ricco di “omissis” aperto nel 2002, comprende ulteriori sviluppi tanto sulla Napoli della camorra quanto su quella delle istituzioni. Per ora il gip Ettore Favara, su richiesta del pm della Dda LuigiCannavale (alla fine delle indagini del vice questore della Mobile Loredana Di Persia) ha emesso le ordinanze di custodia cautelare.
Varie le accuse: dall’associazione camorristica all’estorsione, corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio. In carcere: Arturio Onufrio, uomo del boss Giuseppe Misso; Salvatore Longobardi, dipendente dell’ufficio di presidenza del consiglio regionale; Carmine Mangiapia, imprenditore. Agli arresti domiciliari: Sabatino Possidente, ingegnere. inoltre i vigili urbani Vincenzo Crocano, Enrico Postiglione, Umberto Chinetti; Domenico Pensa. Obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria per Giuseppina Sgamhati. Prossimo provvedimento di interdizione dai pubblici uffici per Francesco Iazzetti, comandante della sezione dei vigili urbani della procura; Gennaro Navarra, impiegato della circoscrizione Avvocata; Alfonso Di Camillo, impiegato della Camera di commercio; Giuseppe Torrese.
Storie di tangenti (per la Camorra) e di mazzette (per i vigili urbani). Ma anche le due facce della stessa medaglia. lmprenditori costretti a pagare per non subire agguati del dan; dall’altra parte imprenditori che vogliono pagare per proseguire con gli abusi edilizi. Certificati di residenza, stati di famiglia di presidenti di consigli di amministrazione e visure camerali che circolano negli ambienti della mala all’insaputa dei diretti interessati; un dipendente del consiglio regionale che spaziai suoi interessi dai concorsi truccati per guide turistiche alle polizze assicurative false al traffico di opere d’arte e di amianto. Perfino un vigile urbano già arrestato in passato che però era tornato al suo lavoro con la divisa addosso. Altri filoni d’inchiesta che vanno sviluppati indagando tra i palazzi delle istituzioni.

di Irene De Arcangelis
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Dal ROMA - Domenica 6 Febbraio 2005
Parla l’imprenditrice Giusy Battista, alla quale il vigile urbano chiese una tangente di un milione di vecchie lire
"FECI ARRESTARE CHINETTI, MA FU PROMOSSO"
NAPOLI. «Non credevo alle mie orecchie, quel giorno ho pianto per ore». Queste le parole drammatiche di Giusi Battista che racconta la sua reazione dopo aver saputo che la persona che aveva denunciato alle autorità giudiziarie era diventato Tenente e reintegrato nella Polizia giudiziaria. Il vigile urbano che la signora Giusi tira in ballo è Umberto Chinetti, 54 anni, attua mente posto agli arresti domiciliari, perché coinvolto nell’inchiesta della Procura sulle estorsioni nei cantieri della metropolitana, reato per il quale Chinetti va ovviamente considerato innocente fino a sentenza definitiva.

Cosa successe il 12 gennaio del 2001?
Nel mio negozio di piazzetta Ascensione a Chiaia si presentò un vigile in borghese, voleva elevare una multa di 10 milioni di vecchie lire perché secondo lui non avevamo l’autorizzazione per la vendita. L’apertura era prevista per il giorno successivo a quella della visita del vigile e il mio collaboratore stava soltanto allestendo la vetrina. Poi noi avevamo tutte le carte in regola. Sono una imprenditrice da più di vent’armi anni e non commetto tali errori.

Cosa è avvenuto dopo dopo?
Ci fece intendere che per stare tranquilli dovevamo regalargli un milione di vecchie lire e non avremmo avuto più problemi. Io gli feci credere che per me andava bene ma mi rivolsi il giorno stesso alla Polizia denunciando l’accaduto. Fissammo un appuntamento con Chinetti e la polizia seguendomi lo arrestò in flagranza di reato. Nella sua borsa trovarono altri soldi e venti pratiche di altrettanti commercianti del luogo che cercavano di avere autorizzazioni per vendita al dettaglio».

Come è andato il processo?
Fu riconosciuto il reato di concussione ai miei danni, ma finì con gli arresti domiciliari e il patteggiamento. A quel punto credevo fosse diventata una farsa e per questo mi alzai dall’aula e andai via assolutamente delusa per quanto stavo vedendo. Non mi sentii affatto tutelata per il gesto di coraggio che avevo fatto.

Come è venuta a sapere del reintegro nel corpo di Chinetti?
Quasi per caso, da un conoscente che fa il vigile urbano. Seppi che aveva partecipato al concorso per tenenti, quello per istruttori direttivi di vigilanza, che lo aveva vinto e che era stato assegnato alla polizia giudiziaria.

Che sensazioni provò?
Dire sconforto potrebbe sembrare banale, ma fu proprio così, ma non persi d’animo e contattai l’assessore De Masi, tano Grasso, l’assessore Tecce ed anche il sindaco Iervoino per mezzo del capo di gabinetto Vincenzo Mossetti. Gli portai tutte le carte che dimostravano che Chinetti era stato condannato per concussione e che non doveva occupare quel posto di tenente.

Qualcuno le ha risposto?
Mai nessuno si è fatto sentire, nonostante le mie ripetute telefonate e lettere.
Fino a quando poi ho perso le speranze e non ho continuato».

C’è questo nuovo presunto scandalo, che ne pensa?
Non dico che dovevano aspettarselo ma quasi. Il sindaco di Napoli e gli altri politici non possono continuare a far finta che Chinetti non era una carta conosciuta. Io l’ho denunciato, c’è stato un processo, ho trasferito le carte a palazzo San Giacomo. A quanto pare sono stati dei gesti inutili dati i risultati pessimi che ho ottenuto. Sia sul piano umano dato che io non ho mai avuto delle scuse ufficiali da quel signore, nè tanto meno da quello economico. -

Alla luce di tutto questo, lei farebbe quello che ha fatto?
Forse in pochi mi crederanno ma io dico sinceramente di sì. Non si può continuare a vivere stando sottomessi al malaffare e alla camorra. Purtroppo io ho una visione molto ampia ditale parola. Per me la camorra è anche offrire un caffè ad un dipendente del comune per avere un certificato di nascita.

Dopo tutto quello che ha passato come si sente? Ha ancora fiducia nelle istituzioni?
«Mi sento sola e tradita, ma sopratutto credo di essere vittima di mobbing da istituzioni. Da imprenditore mi trovo tutti i giorni a lottare non solo contro la malavita organizzata del mio territorio, ma è assurdo dire che lotto anche contro lo Stato e la burocrazia.

di Fabio Postiglione
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Sabato 12 febbraio 2005
Ecco l’holding internazionale della camorra. Dai magliari alle banche, la rete del riciclaggio
Scampia la piazza più ricca. Affari leciti e illeciti si intrecciano e i clan rischiano di controllare la città
Scampia è la Forcella del terzo millennio. Ma se vogliamo disegnare la mappa della nuova camorra dobbiamo partire da una differenza: Paolo Di Lauro, l’inafferrabile Ciruzzo ‘o rnilionario, non sarà mai un leader carismatico come lo fu Luigi Giuliano. E probabilmente ha fatto di tutto per non esserlo. Ciruzzo è un rozzo criminale, modello Pasquale Barra ‘o animale, che negli anni ha acquisito, probabilmente alla scuola di Nuvoletta del quale è stato gregario, notevoli capacità manageriali. E Nuvoletta gli deve aver anche spiegato, per averlo mutuato dalla mafia, che un vero boss non si fa “vedere”, agisce nell’ombra.

LA FAlDA - Lui aveva scrupolosamente seguito il consiglio, ma è stato tradito dalle persone a lui più vicine. La guerra che ha risbattuto il mostro-Napoli in prima pagina, insomma, Ciruzzo non l’avrebbe mai iniziata nonostante l’odio accumulato per gli spagnoli. La faida è stata voluta dai figli, più impulsivi e ignoranti, che approfittando della fuga all’estero del “capo” hanno scatenato la mattanza dimostrando di avere scarsissima attitudine al comando. A differenza del padre che per anni era riuscito a mimetizzarsi pur essendo il leader indiscusso dei traffici di droga. Scampia è la proiezione di una violenza più cieca e di un cambiamento radicale delle regole del gioco criminale. La camorra, ormai, è una holding con una struttura più agile del modello mafioso che consente ai suoi leaders un controllo assoluto del territorio criminale. Che si confonde sempre più con quello legale. I confini tra le due città sono diventati più labili e il primato dell’economia “nera” si estende ogni giorno di più invadendo i settori legali che mostrano segni di cedimento e, soprattutto, non sembrano in grado di opporre una strategia che blocchi l’avanzata del contropotere illegale. E’ questa l’immagine che sovrasta le altre e ha “impressionato” i media di tutto il mondo, in special modo il Washington Post. L’accordo tra i clan per spartirsi il colossale mercato della droga è signifi-cativo. La città è stata divisa in venti “piazze” e Scampia, grazie a Ciruzzo ‘o milionario, ha conquistato una posizione di assoluta preminenza. Il fatturato annuo dello spaccio è di 17 milioni di euro; quello dì Scampia è più di un terzo del totale, roba da capogiro. Quando questo equilibrio si è rotto è scoppiata la faida. E storditi dall’irresistibile profumo dei soldi i picciotti e i muschilli accorrono e diventano una spaventosa macchina da guerra. Se l’analisi si ferma in superficie, però, si rischia un corto circuito: se l’esercito di Scampia è solo violenza allo stato primordiale dove abita la camorra dei colletti bianchi e dei magliari travestiti da manager che per volume di affari, secondo gli osservatori più autorevoli, regge il confronto con mafia e ‘ndrangheta ed è leader nel “money landering” che serve a “lavare” i capitali illegali accumulati con le tecniche tradizionali, cioè producendo falsi nel settore dell’abbigliamento, della calzoleria, delle apparecchiature fotografiche e degli utensili? In una inchiesta di qualche mese fa che ha affondato il coltello in questo universo affaristico gli investigatori si sono imbattuti in una sigla - la “Vip Moda” di Ciro Bernardi che, pur non avendo dipendenti, esportava capi in pelle e importava trapani e macchine fotografiche. Questa “camorra”, dunque, c’è e trae vantaggio dal fatto che l’attenzione istituzionale è tutta concentrata sulle cronache della faida. I morti ammazzati di Scampia, insomma, rischiano di portare fuori strada, ma il dato vero è che l’economia illegale si è insinuata in tutti i settori. Il quartier generale del nuovo “Direttorio” non si trova nelle “Vele” o nelle “Case celesti”, cioè nei santuari della mattanza di questi mesi, ma in studi professionali attrezzatissimi e i capi non addestrano i soldati a sparare, ma a diventare esperti del money transfer, delle società offshore e della penetrazione sui mercati. Quanti sono gli adepti? Centomila? E’ un numero da brividi ma, forse, non rende in pieno la potenza di fuoco della criminalità organizzata.

IL DIRETTORIO - Le centrali dell’organizzazione si trovano nella roccaforte storica di Secondigliano e dell’Alleanza omonima, e poi a Casoria, a Melito, a Casavatore e in altri comuni della cintura Nord, dove operano i mercanti del falso e i nuovi camorristi padroncini. La struttura di vertice è estremamente agile, un direttorio di non più di cinque-sei elementi, che si avvale dì un braccio operativo spietato. Le sigle commerciali in genere sono scatole vuote, ma il lavoro dei dipendenti esterni è regolato da un meccanismo sommerso che “si fa vedere” solo quando è il caso. Il budget garantito dai magliari e dai robber barons è elevatissimo, ma ancora più reddititizio è l’investimento del denaro sporco ripulito con i mille trucchi di un mestiere antico che si è adattato alle esigenze del marketing. “Utilizzando al meglio la leva della corruzione - spiega il sociologo Riccardo Marselli docente dell’Università Partenope - i camorristi compiono il salto di qualità e agganciano i circuiti internazionali. E diventano essi stessi managers. Ma non è solo questa l’insidia, ce n’è un’altra ancora più subdola. Per le imprese legali, che hanno un difficile accesso al credito per giunta, è molto difficile, per non dire impossibile, competere con quelle camorristiche che, per forza di cose, hanno costi più bassi”. La mafizzazione del circuito commerciale si compie così e, di fatto, è già avvenuta visto che la holding è riuscita ad arruolare un funzionario del Monte dei Paschi di Siena, a stabilire contatti con altri istituti di credito, ad agganciare un “porteur” del Casinò di Venezia che ha “protetto” 74 “entrate” dì un affiliato dell’holding, Mario Buonocore, il quale grazie a questa tecnica ha potuto “pulire” alcuni miliardi di vecchie lire. E ad aprire filiali in tutti i paesi americani, canadesi, australiani e, manco a dirlo, europei, soprattutto dell’Est dove in qualche strada si parla solo il dialetto napoletano.

IL RICICLAGGIO - Il denaro, quasi tutto in contanti, o viene affidato ai magliari che continuano a nasconderlo nei calzini o nelle mutande o viene cambiato sfruttando i canali del money transfer. Gli spalloni sanno bene come muoversi e nelle transazioni finanziarie non superano mai la soglia dei venti milioni oltre la quale scattano le norme amiriciclaggio. Convertito in moneta telematica al di sopra di ogni sospetto il denaro un tempo sporco rientra a Napoli e inizia una vita legale conquistando il mercato attraverso l’aquisizione di supermercati, negozi, ristoranti e cyber bar. La capacità di corruzione della camorra spa, dunque, è micidiale, ha travolto le fragili barriere della politica e non c’è da sorprendersi più di tanto se il pentito Guida dichiara ai giudici che “la metà dei commercianti napoletani intrattiene questo tipo di rapporto con la malavita”. Alle stesse conclusioni, ma da tutt'altro versante, giunge anche il professore Donato Masciandaro, docente della Bocconi e massimo esperto di economia del crimine. “Invece di pensare a costruire il ponte di Messina ed altre giganterie del genere, dice, lo Stato farebbe bene ad assumere più poliziotti e più magistrati perchè la condizione per uno sviluppo vero è la sicurezza più che la spesa pubblica. Ora si discute sulla opportunità di istituire un Commissariato per la camorra e si litiga sul nome del successo di Pier Luigi Vigna all’Antimafia, ma le persone dabbene s' accontenterebbero se venissero potenziate le strutture di quell’ufficio”.

IL MERCATO ESTERO - L’holding camorra, dunque, è un macigno sulla strada del rilancio dell’economia napoletana, ma, come dice una investigatrice della sezione patrimoniale della questura, “fino a che saremo costretti a raccogliere i morti per strada non ci lasceranno molto tempo per continuare a scavare nei mille canali del riciclaggio». E invece l’unica strada e questa che si è iniziata a battere: colpire al cuore la nuova camorra significa sottrargli l’immenso tesoro che ha accumulato, loro, gli investigatori, ci stanno provando e hanno ottenuto risultati più che apprezzabili. L’indagine recente, la più incisiva, e stata coordinata, come abbiamo detto, dal pm Filippo Beatrice e ha sollevato uno dei coperchi della grande pentola affaristica. Le sue conclusioni hanno retto l’urto della verifica del gip Rosanna Saraceno con ottimi risultati: settantadue arresti, ventiquattro negozi di camorra ed una serie di elementi di straordinario interesse per il futuro. A far scoccare la scintilla è stata una intuizione del pm Beatrice il quale, cogliendo un indizio, decise di seguire gli itinerari esteri di Pietro Licciardi, nome di spicco del milieu, che di tanto in tanto compare come commesso di negozi di Berlino e di altre città tedesche. Seguendo quella pista il magistrato e i poliziotti hanno fatto il giro del mondo arrivando fino in Australia.
Il salto di qualità compiuto dagli ex magliari -che ora si chiamano cash courier - ha rivelato, tra l’altro, scenari impensabili, addirittura una sorta di scandalo Parmalat in miniatura bloccato dagli inquirenti che sono riusciti in extremis a fermare la moglie di un boss emergente che stava tentando di “liberare” un bel pacco di miliardi. Tecniche sofisticatissime derivate, però, dalle vecchie regole del gioco della vendita “porta a porta”. Che garantiva guadagni favolosi perché un capo di pelle che all’origine costa poco più di trentamila lire viene venduto in America e in Canada fino ad un milione perchè richiama i modelli griffati Versace o Valentino. L’inchiesta è una fonte preziosa di informazioni, ma per chiudere richiamo solo una delle “schede” messe insieme con pazienza e competenza dal pool di investigatori napoletani costituito da Franco Malvano. Il caso è quello dei componenti di un ceppo familiare - i Marigliano - che hanno “riportato” a Napoli somme favolose dopo averle rilavate. Samuele, il padrino, vendeva la sua merce in Inghilterra e ha spedito ai suoi familiari oltre trecento milioni; Pasquale ne ha “portati” 244 e Raffaele addirittura settecento. Una bella famiglia camorristica, non c’e che dire, tirata su con gli insegnamenti di Raffaele Cutolo che dal carcere impartiva ordini: “Mandatemi dei fiori, tanti fiori e ricordatevi di quello là che si comporta malamente”. Ancora oggi i picciotti non si sottraggono mai: questa è la forza della camorra.

di Carlo Franco
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Giovedì 10 Marzo 2005
“Così fui costretto a rinunciare alla manutenzione scolastica”
NAPOLI - Gaetano Femiano. imprenditore nel settore elettrico, è chiarissimo: “Ho rinunciato a partecipare ai bandi del Comune di Napoli, i ribassi sono troppo alti “. La sua azienda, la Imet Sud, non si è piegata a “logiche di mercato che prima o poi portano al fallimento”.

Ha mai partecipato a gare indette dal Comune?
"Sì, senza mai riuscire ad aggiudicarmi l’appalto. Si sfioravano ribassi del quaranta per cento e puntualmente ho dovuto fare dietrofront: questione di sopravvivenza. Restavo alla finestra a guardare come venivano effettuati i lavori e in molti casi il Comune ha dovuto revocare l’appalto per il fallimento delle imprese che se lo erano aggiudicato".
Un esempio.
“I bandi di gara sono frequenti. La mia azienda ha partecipato a quasi tutti quelli relativi alla manutenzione scolastica.
Il massimo ribasso danneggia di più l’ente o l’impresa?
“Tutti e due. L’ente, che spesso e volentieri non controlla il lavoro in corso d’opera, si ritrova al meglio con lavori finiti ma fatti male. L’impresa, che ha voluto a tutti i costi assicurarsi l’appalto pur se con numeri altissimi, non regge le spese. Comincia col non poter pagare i dipendenti, non poter sostenere le spese di materiale. A quel punto fallisce, lasciando il lavoro a metà. A quel punto l’ente deve spendere il doppio per far continuare l’opera. In molti casi lascia il cantiere fermo per anni”.
Nonostante ciò si continuano ad appaltare lavori con questo sistema. Ci sarà una convenienza per qualcuno?
“Si, certo. Il mercato viene regolato da un sessanta per cento di imprese senza scrupoli, aziende disoneste che puntualmente rilanciano con ribassi altissimi. Si aggiudicano l’appalto, lo subappaltano o utilizzano forza lavoro a nero e materiali scadenti. Loro sì che ci guadagnano. Purtroppo sono sempre le stesse che lavorano per gli enti pubblici “.

di Monica Scozzafava
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Giovedì 10 Marzo 2005
La beffa degli appalti : prezzi stracciati, lavori mai iniziati.
Bandi di gara col massimo ribasso. Il Comune non ha mai utilizzato i criteri dettati dalle normative europee
NAPOLI — I lavori alla funicolare di Chiaia fermi fino a due giorni fa perchè una delle ditte aggiudicatarie dell’appalto aveva avuto problemi economici con i dipendenti; si ferma anche la manutenzione del parco di via Pigna per un contenzioso tra la società tangenziale e la ditta: la struttura era stata inaugurata un anno fa dal Comune con tanto di festeggiamenti e taglio di nastro. Dopo qualche settimana l’area era stata restituita alla Tangenziale, che doveva far realizzare i lavori di messa in sicurezza. Lavori a mai terminati per l’allontanamento della ditta aggiudicataria, coinvolta in un’indagine di camorra. Sono almeno una decina i cantieri a Napoli dove non si vede l’ombra di un solo operaio; da tempo non c’e una sola ruspa nei cantieri di edilizia popolare a Scampìa, quelli che avrebbero dovuto assicurare un tetto agli sfollati delle Vele. L’impresa che aveva vinto l’appalto - qualche mese dopo l’abbattimento delle Vele H e G, nel ’98- è rimasta ferma perchè non riteneva adeguato il progetto del Comune di Napoli: evidentemente troppo articolato per il prezzo stracciato con cui aveva strappato l’appalto. Ne è scaturito un contenzioso e Scampìa ha aspettato le case — inutilmente — per quattro anni. Il Comune ne ha tanti di contenziosi, per milioni e milioni di euro: progetti annunciati, lavori appaltati e mai ultimati. C’è il caso emblematico del poliambulatorio di Pianura: appaltato nel dicembre del ‘99, i lavori sono cominciati nel 2003. L’impresa arrivata seconda ha fatto ricorso e ci sono voluti tre anni per risolvere la contestazione in sede giudiziaria.
C’è ancora di più: in tanti casi i lavori sono stati terminati, ma sono stati realizzati talmente male che si è reso necessario un ulteriore stanziamento economico per rimediare agli –sconci- Un esempio sotto gli occhi di tutti è la manutenzione stradale. Lavori appaltati, contenziosi con le ditte che non hanno rispettato tempi e modalità di intervento e rattoppi ovunque per coprire le buche di volta in volta si aprivano. Gli appalti e i criteri con i quali vengono affidati: il problema è tutto qui. Il Comune di Napoli si è attenuto, come tutti gli altri comuni italiani alla legge 109, che prevede come unico criterio quello del ribasso più alto. Ma se nelle grandi metropoli come Roma, Milano, ma anche Palermo e Catania, la percentuale del ribasso si attesta al massimo sul dieci per cento, a Napoli si sfiora anche il quarantacinque per cento. Questo significa che sono stati affidati lavori importanti per quattro soldi, che non ci si è potuti preoccupare dello spessore professionale e tecnico della ditta che si apprestava ad effettuare lavori, anche di un certo rilievo. Non è ancora tutto: spesso le imprese, una volta assicuratesi l’appalto, subappaltano i lavori ad altre società. Ditte, queste ultime, che nessuno conosceva e magari — è capitato anche questo — in odore di camorra. Viene da chiedersi perchè una legge nazionale ha penalizzato così tanto Napoli e non le altre città. Il criterio del massimo ribasso se è insidioso, lo è per tutti. La verità è che finora Napoli ha ignorato una direttiva europea del ‘93 che, all’articolo 30, sostituiva il criterio del ribasso con quello dell’offerta — in toto — economicamente più vantaggiosa per l’ente pubblico. Ha ignorato pure una sentenza più recente — 7 ottobre ‘94 della corte di giustizia europea dove appunto veniva sancito che a nessun Comune può essere imposto il massimo ribasso come criterio unico per l’assegnazione degli appalti. Qualche responsabilità. dunque, c’è e il vicesindaco Rocco Papa non si sottrae. “Anche se -—spiega — non è facilissimo stabilire criteri e definire modalità entro i quali muoversi. Occorre una volontà politica precisa, perchè la procedura comporta una grande assunzione di responsabilità. C’è stato un solo caso in cui abbiamo definito criteri diversi. La sopraelevata di corso Novara, abbattuta perfettamente in men che non si dica. Con lavori effettuati a regola d’arte. Li avevamo un progetto ben definito, le imprese che hanno partecipato alla gara, dovevano adeguarsi a criteri rigorosi”. Un pò pochino in tanti anni, eppure il grido d’allarme sul massimo ribasso è stato lanciato anche dagli industriali.
Emilio Alfano, presidente delle piccole imprese: “Non solo e un sistema assurdo, ma gli enti pubblici non esercitano il controllo dovuto sulle aziende che partecipano alle gara. Bisogna invertire la rotta. abbiamo anche fornito il nostro contributo in sede di discussione della legge regionale sulla regolamentazione degli appalti pubblici. La legge non è stata ancora approvata e probabilmente non lo sarà in questa consiliatura. I criteri per l’aggiudicazione devono far leva sulla qualità dell’impresa, sui tempi di lavorazione. Così si evita anche la possibilità del subappalto”.

di Monica Scozzafava
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Giovedì 3 Marzo 2005
SINISTRA E DEGRADO URBANO A NAPOLI - Quelle periferie senza storici
A Napoli sappiamo tutto della speculazione edilizia a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, del clientelismo vecchia maniera degli anni Settanta e dell’affarismo rampante degli anni Ottanta. Ma della devastazione sociale che da un ventennio a questa parte è stata provocata da una serie di scelte (e non scelte) di tipo urbanistico, continuiamo a sapere troppo poco. Tant’è vero che, se vicende precedenti possono essere ascrivibili a biografie illustri (Lauro, Gava, Pomicino), quest’ultimo scorcio della storia della città non ha un solo nome che possa simbolicamente rappresentarlo. Come mai non è stato individuato, come in passato. un solo responsabile? Forse non c’era anche allora. La verità è che la storia recente di Napoli è stata in gran parte ricostruita da intellettuali, scrittori e registi organici alla sinistra: questi ultimi hanno trovato difficoltà a guardare in se stessi. La loro miopia storico-politica li ha indotti a usare due pesi e due misure, per il passato e per il presente.
Una conferma recentissima viene, ancora una volta, da un articolo di lsaia Sales apparso ieri sull’inserto napoletano de l’Unità. Sales parla dell’ “effetto criminogeno che si è accompagnato alla costruzione delle periferie negli ultimi quarant’anni”. Perché quaranta e non venti? In realtà, il dato esplosivo riguarda ciò che è avvenuto a Napoli dopo il terremoto del 1980. E in quegli anni, per effetto di scelte sbagliate, che sono nati rioni come Taverna del Ferro, Pazzigno, le (“Case dei Puffi” e il “Terzo Mondo”. Contemporaneamente, nel centro storico della città, sempre per effetto delle stesse scelte, l’ombra e l’umidità hanno continuato a occupare lo spazio che altrove architetti democratici e lungimiranti hanno saputo riempire con il calore della loro passione civile e il sole creativo di nuove soluzioni architettoniche.
«Oggi», scrive Sales, “non è la città che si separa dalle periferie, sono le periferie che si sono fortificate e armate e si sono consegnate al dominio delle bande di camorra. C’è un effetto criminogeno delle periferie di Napoli. Eliminare l’effetto-periferia è una grande battaglia di civiltà e anche una delle precondizioni della lotta alla Camorra». L’analisi di Sales è perfetta, ma sconcertante. Le periferie si sono consegnate alla camorra? O è vero, invece, che qualcuno (chi?) le ha costruite come fortini inespugnabili e poi ha consentito che la camorra li occupasse? Purtroppo c’è un filo rosso che lega gli anni della costruzione dì quelle periferie al periodo in cui si legittamavano le occupazioni abusive e a quello, ancor più recente, in cui si premiano gli inquilini “fuorilegge” con sconti del 30 per cento e rateizzazioni di venticinque anni sull’acquisto. A tessere questo filo rosso non sono stati nè Lauro, nè Gava, nè Pomicino. Tutto quello che è successo in questi ultimi due decenni ha visto come protagonista una classe dirigente fatta di amministratori, intellettuali, sociologi. architetti e urbanisti che oscillava tra il mito di Berlinguer e quello di Craxi. Com’è possibile, allora, che questo pezzo di storia della città non sia indicato tra quelli più devastanti’? Hanno fatto più danno le ossessioni cementizie di Lauro. il familismo di Gava, la graundeur di Pomicino. o l’ideologismo di certa sinistra napoletana’?
Finora sono stati solo una decina coloro i quali hanno avuto il coraggio di indignarsi pubblicamente per la storia delle case svendute. Ha taciuto anche Fulvio Tessitore, il quale però è stato tra i primi (i suoi articoli sulla legalità sono stati appena raccolti e pubblicati da Guida) a indicare il male da recidere «nell’inadeguatezza dell’amministrazione, dominata da un burocratismo cinico, ignaro di ciò che significa buon governo e macchiato da vizi comportamentali».

di Marco Demarco
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Venerdì 4 Marzo 2005
NAPOLI, LA POLEMICA SU URBANISTICA E SVILUPPO - Da quando la sinistra è al potere non c’è più spazio per la modernità
Caro direttore,
la verità è sempre rivoluzionaria e anche se fa fatica in qualche stagione ad emergere alla fine finisce per imporsi contro ogni silenzio complice. E ciò che ho subito pensato leggendo il suo editoriale di ieri nel quale giustamente ricorda che le vicende urbanistiche degli ultimi venti anni nella città di Napoli sono tenute insieme da un filo rosso, politico e culturale. Negli ultimi trenta anni la città di Napoli è stata governata per quasi ventuno anni dalla sinistra comunista e post comunista (1975-1983 e 1993-2005) e per solo sette anni dalla Dc (84-85 e 87-92). Negli anni mancanti c’erano commissari e giunte minoritarie che preparavano l’avvento del commissario. E mi lasci aggiungere che gli unici elementi di modernità in una Napoli che, come diceva un viaggiatore inglese del ‘700, era l’unica città mediorientale senza un quartiere europeo, sono stati il frutto dell’azione politica della Democrazia cristiana, dei suoi dirigenti e dei suoi alleati.

La tangenziale, il centro direzionale, la metropolitana sono tutte iniziative nate in quei sette anni di governo e qualcuna di essa addirittura pensata negli anni ‘60 durante la gestione di Alberto Servidio (vedi la tangenziale). Potrei aggiungere che anche sul terreno dello sviluppo economico le iniziative più forti sono tutte targate Dc (il centro di ricerca aereo-spaziale, l’ampliamento dell’Alenia, il rilancio del trasporto sul ferro con il potenziamento della circumvesuviana, della cumana, dell’alifana e la interconnessione con la metropolitana urbana) per non parlare della infrastrutturazione degli anni ‘80. Proseguendo su questa strada, però ci allontaniamo dalla questione da lei sollevata. Nell’assenza di un centro destra allo sbando, c’è stata una totale inadeguatezza della cultura complessiva di governo, in particolare
nel settore urbanistico, della sinistra napoletana. Come sempre capita nei processi politici involutivi, chi nella sinistra ha dimostrato di saper governare (vedi l’esperienza del sindaco a Salerno Enzo De Luca) è stato subito messo all’indice dal coro di quanti coltivavano, con l’aiuto di sociologi come Mauro Calise, il modello del partito personale e quindi il relativo cullo della personalità. Quel che è grave, però, è che ancora oggi non c’è un disegno urbanistico della città e della regione capace di battere il miserabile urbanesimo dei nostri quartieri periferici produttore di emarginazione sociale e di violenza e quindi preda facile del dominio della camorra. E’ trascorso un anno dall’omicidio della giovane Annalisa nel quartiere di Forcella ed è passato un anno da quando, proprio dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno sollecitai un colpo d’ala dell’intero centrosinistra per fare del risanamento urbano di Napoli la bandiera dello sviluppo la propria azione politica economica. Quando su questa idea abbiamo
lavorato con intellettuali e con politici di diversa estrazione (Antonio Fantini, Enzo De Luca, Fulvio Bonavitacola, Aldo Loris Rossi, Guido d’Angelo, Massimo Lo Cicero, Lello Raimondi ) presentando nello scorso novembre un masterplan sull’intero assetto territoriale della regione con relativi emendamenti alla legge finanziaria per battere il degrado napoletano, abbiamo solo riscontrato l’indifferenza delle forze politiche, il silenzio della Iervolino e di Bassolino nonché le intimidazioni del gruppo di potere intorno a quest’ultimo per evitare che venissero quel convegno giornalisti e politici che pure avevano lavorato a quel piano. La mediocrità, come sempre, difende il suo potere con il silenzio, l’intimidazione e il rifiuto di ogni confronto. Sono questi i motivi per cui avevo spinto e sollecitato il mio amico Clemente Mastella a dare un volto al rilancio della politica in Campania mantenendo in piedi la sua candidatura che poteva rappresentare una pagina nuova dello stesso centrosinistra. Non rivelo un segreto se dico che questa mia posizione è stata battuta, né dico una eresia se continuo a giudicare la gestione Bassolino degli ultimi dodici anni, sia come sindaco che come presidente della giunta regionale, un clamoroso fallimento sul terreno politico e di governo e, cosa ancora più grave, un disastro sul terreno della tenuta democratica delle istituzioni (vicenda rifiuti docet).
Naturalmente non è uno scandalo se continuo a predicare di votare solo i partiti e non il candidato Bassolino, perché se riprende il suo primato la democrazia dei partiti forse non tutto e perduto . Ciò che sta accadendo in questi giorni nella preparazione delle liste è scandaloso. All’in domani delle elezioni non avrò difficoltà a indicare per nome e cognome quanti sono stati costretti dai gruppi di potere dominanti ad entrare in questa o in quella lista così come scandaloso è tutto ciò che sta avvenendo nella sanità con la nomina di primari e di dirigenti solo in base all’affiliazione politica e non alla meritocrazia professionale. Anche di questo parleremo nel dettaglio, nella convinzione che almeno il Tribunale dei malati apra per tempo gli occhi dal momento che in discussione e la salute dei cittadini campani. La verità fa fatica od emergere, abbiamo detto all’inizio, ma quando ciò accade diventa una sorta di tsunami culturale e politico. Lei ha registrato la scossa tellurica. Vedremo in quanto tempo I‘onda anomala che spazzerà via le false convinzioni, gli imbarazzanti conformismi e le diffuse mediocrità.

di Paolo Cirino Pomicino
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Sabato 5 marzo 2005
Un patto scellerato tra Dc e Pci causò il disastro delle periferie
Caro direttore,
ho molto apprezzato il suo articolo sulle responsabilità “anonime” del disastro urbanistico delle periferie. Vorrei precisare però che tutto ha avuto inizio molto prima del terremoto, negli anni ‘70, col patto scellerato tra Dc e Pci, leggi Mededil (Italstat) e Coop rosse, che “scambiarono” 200 mila vani di case popolari (Ponticelli e Scampia) con sei milioni di metri cubi di grattacieli (Centro Direzionale). Fu un antipasto di consociativismo “locale” col quale Dc e Pci, cestinarono di fatto un piano regolatore paralizzato dalle protesi di piani particolareggi ali impossibili.
La «sinistra» comunista, poi, brandendo la clava del peggior vincolismo ideologico, dopo aver azionato la tenaglia (Nord ed Est) di una mostruosa crescita senza sviluppo, completò l’opera con gli sfregi permanenti di interi quartieri abusivi (Pianura e così via). Certo, il terremoto fece il resto; ma anche qui bisognerebbe distinguere, perché tentativi (psi e riformisti pci) di cambiar registro ci furono (“ricostruire” fuori dalla città e dall’hinterland), ma il solito sinistro estremismo (maggioranza pci, movimenti e «lotta armata») li liquidò sbrigativamente e sanguinosamente con le parole d’ordine sulla «deportazione» e due o tre attentati brigatisti.
Vorrei inoltre dire a Pomicino (il quale pur non votando Bassolino, mantiene, con la sua Udeur, tutta la responsabilità di farlo vincere), che è sbagliato parlare di «sinistra» tout-court perchè la sinistra riformista, cioè il Psi, promosse, concepì e sostenne, assieme alla Dc, opere decisive, quali appunto la tangenziale, il metrò, la grande viabilità, il Cira e altro, pagando un prezzo altissimo per gli attacchi ciechi e feroci di quello stesso Pci che sotto banco negoziava altro con la De dell’epoca (Gava e Pomicino), esponenti del quale sono oggi al potere con l’abito blu e l’appoggio determinante di “ex” dc. Fosse dipeso da loro oggi avremmo la cancrena dei «terzi mondi dove la camorra prospera, senza nessuna delle infrastrutture attraverso le quali, forse. la città potrà fuggire dalla sua trappola mortale.

di Giulio Di Donato
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Sabato 5 marzo 2005
Troppe scelte urbanistiche sbagliate: io scrissi in un libro ma fu stroncato
Ha ragione il Corriere del Mezzogiorno a sottolineare la scarsa attenzione prestata alle scelte urbanistiche degli ultimi venticinque anni a Napoli. E a farle risalire al terremoto dell’80. La responsabilità è molto ampia e riguarda tutte le forze politiche che compirono quelle scelte e non accettarono critiche. Parlarne diventò quasi un tabù. Per me questo ricordo è addirittura penoso: l’avere approfondito nell’86 la questione nel libro pubblicato dalla Franco Angeli intitolato “Il labirinto e l’eresia. La politica urbanistica a Napoli tra emergenza e in governabilità” mi procurò pesanti stroncature. I limiti delle scelte compiute emergevano con chiarezza, non solo all’epoca del libro ma già subito dopo il tragico novembre del’80, quando furono forniti subito contributi di segno contrario, che non trovarono ascolto. Prevalsero altre motivazioni, e tra queste certamente una visione di chiusura della ricostruzione nella dimensione municipale inadeguata, ma anche l’incapacità a decidere tempestivamente.
A causa delle esitazioni, si finì per prendere le scelte del programma straordinario previsto dal titolo VIII delle legge 219, nell’incubo della pressione brigatista, e fu come “scrivere la Divina Commedia in dieci giorni” secondo un’affermazione di Andrea Geremicca. Non si può negare in ogni caso che sfuggi di mano la grande possibilità della ricostruzione nell’area metropolitana in una configurazione policentrica e di un recupero prudente del centro storico con l’alleggerimento delle densità insediative. Eppure furono avanzate, pochi giorni dopo il terremoto, solide proposte in quella direzione. La “Proposta per Napoli” coordinata da Vezio De Lucia e supportata dal Cresme, diffusa già il 4 febbraio, prevedeva due campi d’intervento, tra Quarto e Villa Literno e tra Cimatile e Baiano. L’ipotesi fu fortemente sostenuta dai ministri Andreatta e Compagna. Ma Libertini, nel convegno nazionale sulla casa, criticò l’idea, che trovò modesta accoglienza sul piano locale. Vanamente venne poi ripresa dal ministero dei Lavori pubblici che propose una localizzazione delle residenze in quattro aree nell’hinterland lungo direttrici servite da trasporto su ferro. Fu un gravissimo errore non prendere prontamente questa strada, perché nei mesi successivi si mise in moto un ‘offensiva contro il disegno possibile di utilizzare la ricostruzione post-terremoto come occasione per rompere l’isolamento della città. Non sfuggirono, però, agli osservatori più acuti gli effetti negativi delle scelte prese. Giuseppe Galasso già nell’agosto tirava un bilancia negativa, segnalando con amarezza che l’ultima stagione di proposte per la “formazione di una Napoli più moderna” era stata quella degli anni precedenti la prima guerra mondiale.
Ci sono poi i diletti della “città pubblica” nella periferia, la cui costruzione fu avviata sulla base dela legge 167 nella prima mela degli anni Sessanta con i due interventi dì Secondigliano e dì Ponticelli, mentre si dava inizio ai lavori del piano regolatore conclusi nel 1972. Anche in questo caso sì partì con una prospettiva che inizialmente veniva disegnata da Luigi Piccinato a scalo “comprensoriale”, come si diceva allora, ma che rientrò ben presto in una dimensione municipale. Ma non è vero che i limiti di quell’impostazione urbanistica non siano stati analizzati e denunciati. Esemplare è l’inchiesta condotta dal compianto Vincenzo Andriello e pubblicata nel 1986 col titolo “Vivere e cambiare nella 167 di Secondigliano”. E continuo è stato il contributo di riflessione e di proposta fornito dal Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Napoli negli anni Novanta.
Certo è però che se a un osservatore attento come Marco Demarco sembra che nessuno abbia mai aperto bocca in merito si apre un problema di riflessione che riguarda il ruolo di molti di noi nell’arco di un periodo non breve della storia della nostra città, stampa compresa.

di Attilio Belli
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Martedì 8 marzo 2005
Così Napoli ha perso l’occasione
Il programma dei ventimila alloggi fu presentato come il progetto che Napoli da sempre attendeva. In realtà si è perduta l’occasione di un rinnovamento urbano fondato sul decentramento.

Caro direttore,
mi consenta di esprimere un modesto parere sul suo interessante articolo sulla mancata riqualificazione delle periferie. Ho io stesso, in più occasioni, sottolineato tale esigenza. Senza voler innescare sterili polemiche ricorderò che la giunta Valenzi di cui faceva parte anche Di Donato diede incarico ad un gruppo di urbanisti di redigere un «piano delle periferie» che fu anche elaborato e consegnato alla amministrazione comunale ma rinchiuso in un cassetto e di cui si perdette ogni pur minima traccia cosi come fu per il Centro Direzionale ideato da Piccinato nel 1962 ma approvato e consolidato dall’amministrazione Valenzi con tutti gli errori di ubicazione da me più volte denunciati. Quando fui commissario della Dc a Napoli pretesi l’inserimento nel programma della giunta presieduta da Pietro Lezzi di uno specifico intervento di riqualificazione delle periferie così come non esitai a denunciare, negli anni successivi. altri paventati interventi che avrebbero, se realizzati, mortificato gran parte delle aree periferiche della città.
Lo stesso programma straordinario post terremoto non ha mantenuto la promessa di perseguire, con la risposta al fabbisogno di case, anche un’azione di rinnovamento, di recupero e di restauro urbanistico nei termini in cui lutti ci auguravamo.
L’occasione che si è perduta è stata quella di dare decisamente avvio ad un rinnovamento urbano fondato sul decentramento. Questi sarebbe stato possibile ragionando su scala metropolitana.
Poi, l’inevitabile spaccatura istituzionale dei due commissariati (con l’istituzione, cioè di un commissario per la città ed uno per la Regione, senza coordinamento) ha sancito la frattura tra la stretta cinta comunale e il rimanente territorio. Il programma straordinario dei ventimila alloggi era stato) presentato come il progetto che da sempre si attendeva per edificare una Napoli nuova e diversa, l’occasione per misurarsi con l’esperienza dei grandi interventi residenziali in Europa. Tale programma andava inquadrato in cornici urbanistiche di riferimento, indispensabili per il raccordo tra un i molteplice realizzazione di tipologie insediative ed una ristrutturazione ambientale dei quartieri interni alla cinta
periferica, compreso il centro antico. Del resto collocando oltre quattromila alloggi nella 167 di Secondigliano ed altri ottocento alloggi in piccoli interventi sparpagliati nella città non si vede quale riqualificazione fosse possibile. E pur vero che oltre ottomila case sono collocate nelle aree periferiche della città orientale, tutti ghetti di emarginazione, antichi casali intorno ai quali erano cresciuti i quartieri della popolazione inurbata dal dopoguerra ad oggi. Ma proprio per questo sugli interventi di recupero e di restauri urbanistico bisognava concentrarsi. Per integrare il vecchio con il nuovo.

di Ugo Grippo
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Martedì 8 marzo 2005
Io, architetto pentito di Scampia
Il racconto ascoltato in tv dei ragazzi che si vergognano di abitare a Scampia mi ha commosso e mi ha fatto a mia volta vergognare. Perché anch’io sono uno dei progettisti di quel quartiere. Ma ora ho una proposta da fare.

“Sindaco ed assessori, andate ad abitare a Scampia”


A proposito della «invivibilità» dei quartieri popolari italiani Giò Ponti scrisse che «anche i progettisti che li propongono come modelli ideali della dimora dell’uomo ascriverebbero a loro grande infelicità se loro stessi li dovessero abitare». E sul numero 10 dell’ottobre ‘68 della rivista «Edilizia Popolare», organo dell’associazione nazionale degli istituti case popolari, io stesso scrissi che, per evitare la realizzazione di quartieri «dormitori e monoclassisti», destinati solo alle classi sociali poco o nulla abbienti e privi delle attrezzature necessarie per una civile convivenza, bisognava porre come condizione al conferimento degli incarichi di progettazione che gli ideatori, architetti e ingegneri, fossero impegnati ad abitarli per un certo numero di anni. Citai l’esempio degli architetti Bruno Taut, che abitò a lungo in uno degli appartamenti del suo famoso «Hufeisen» (noto come «ferro di cavallo») realizzato nel ‘25 a Berlino, e Carl Ehn che abitò per tutta la vita nel suo altrettanto famoso «Karl Marx Hof» costruito a Vienna nel ‘27. Una proposta che venne giudicata demagogica, populista, qualunquista e non ricordo cos’altro. Sembrò terrificante l’idea che un giorno il milanese Vittorio Gregotti dovesse andare ad abitare, provvisoriamente, nel «suo» Zen di Palermo (altro che le Vele) e che Mario Fiorentino dovesse trasferirsi per qualche tempo nel «suo» Corviale, il leviatano lungo un chilometro costruito alle porte di Roma. E fu così che la mia proposta venne bocciata.
Me ne sono ricordato l’altra sera assistendo alla trasmissione di «Studio Aperto» di Italia 1 dedicata a Scampia. Le ragazzine e i ragazzini che dichiaravano di vergognarsi ad abitare nel noto quartiere napoletano e di sperare di fuggirne diventando veline o calciatori mi hanno commosso e mi hanno fatto vergognare. Perché anch’io sono uno dei progettisti di Scampia. Anche se su «Il Mattino» del 25 marzo ‘78 previdi che, continuando a non rispettare la filosofia della legge 167, anche il quartiere di Secondigliano sarebbe diventato un inferno abitativo in mano alla camorra. Basta rileggerlo.
Del recupero delle periferie si stanno occupando in tanti. Da decenni. Ma non propongono che soluzioni deludenti. Tra questi anche il presidente Ciampi, che, in visita a Scampìa nel gennaio scorso, ha detto che per riscattare il quartiere dalle sue condizioni di degrado «occorrono più campi di calcio e più piscine». Magari bastassero.
E allora vorrei riprendere la mia proposta del ‘68. Con una correzione. Quando, nel luglio del 1980, facemmo un viaggio di studio nei paesi scandinavi, scoprimmo che nella cittadina di Tapiola. realizzata qualche anno prima a pochi chilometri da Helsinky e propagandata come il paradigma dell’edilizia residenziale statale, abitavano operai, commercianti, professionisti, impiegati e docenti universitari e, addirittura, il ministro finlandese della Casa e il vicesindaco della capitale. Sul loro esempio propongo che il sindaco, gli assessori e i consiglieri comunali di Napoli siano obbligati ad abitare nelle case popolari di Scampia, Marianella, Soccavo, Pianura, Barra e di Ponticelli per tutta la durata del loro mandato di pubblici amministratori. Solo stando a contatto quotidiano con i mille problemi degli abitanti delle periferie degradate e condividendoli, sia pure in modo agiato, saranno portati a impegnarsi nella loro) soluzione. Soddisfacente e rapida. E solo così le ragazzine e i ragazzini di Scampìa si vergogneranno di meno e avranno maggiore fiducia nelle pubbliche istituzioni.

di Gerardo Maziotti
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Da Il Corriere del Mezzogiorno - Martedì 8 marzo 2005
Questi anni delle mani sulla periferia
Questi anni passeranno alla storia come quelli delle mani sulle periferie. Solo che non ci sarà un altro Francesco Rosi per raccontare l’indignazione collettiva contro i nuovi Mottola.

Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti in questo dibattito sulle periferie di Napoli e mi auguro che la discussione non finisca qui. Manca ancora, infatti, una voce molto importante, forse la più importante, e cioè quella della sinistra di governo di allora (anni Settanta) e di oggi (anni Novanta). Senza quest’ultimo punto di vista sarà impossibile ricostruire, con un minimo di oggettività, l’intera vicenda. Che, lo ricordo ai lettori, è per sommi capi la seguente. A Napoli sappiamo tutto della speculazione edilizia del periodo laurino, così come del clientelismo doroteo o del rampantismo pomiciniano, ma sappiamo molto, molto poco di quel periodo della storia di Napoli che da Maurizio Valenzi, primo sindaco comunista, arriva fino ad Antonio Bassolino e che non può essere identificato nè con l’uno, nè con l’altro, ma magari con entrambi. In questi anni, ormai un trentennio, c’è stata una sostanziale continuità, almeno dal punto di vista delle periferie: non si riuscì a qualificarle allora, e non si è riusciti a recuperarle dopo. Non a caso molti «costruttori di città» attivi negli anni Settanta lo sono ancora oggi. Non hanno mai smesso di delineare il profilo urbanistico di Napoli. Questa sostanziale continuità ha fatto sì che la città crescesse in modo del tutto irregolare, senza una logica, con periferie dall’ aspetto sempre più mostruoso. Insomma, la città si è gonfiata come un palloncino pieno di bozze, di quelli che non hanno più alcuna grazia o disegno, e che perfino i bambini abbandonano da qualche parte. Allora, chi ha costruito queste periferie? Chi ha permesso che la camorra le occupasse? Chi ha lasciato che la situazione degenerasse con il passare del tempo? E chi ha consentito che lentamente, sotto gli occhi di tutti, anche degli «anti-condonisti», sorgessero interi quartieri abusivi come Pianura, senza strade, senza fogne, senza negozi, senza palestre, senza l’ombra di un servizio? Quello che voglio dire è che ci siamo indignati tutti per gli scempi provocati dai Nottola di «Mani sulla città» e ci siamo tutti identificati in Carlo Ferniariello che lo contrastava nel film di Francesco Rosi. Ma su quello che è successo dopo non è stato girato nessun film: come mai? E vero: Piscicelli ci ha raccontato «le occasioni di Rosa», e Marra il «vento di terra» che spira su Scampia, ma nelle loro storie la denuncia politica cede il posto (e artisticamente è meglio così) alla malinconia. Abbiamo avuto così dei bei film, ma è mancato quel movimento di opinione che avrebbe potuto fermare le mani sulla periferia.

di Marco Demarco
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