Ho incontrato lOn. Giulietto Chiesa, a fine Luglio, davanti allunica edicola d i Antiparos-Cicladi-Grecia, in cui è possibile acquistare quotidiani internazionali. Dico subito che, non ho avuto dubbi, nel dargli subito i miei auguri e congratulazioni per la sua elezione al Parlamento Europeo, di contro ho avuto subito la sua ampia disponibilità e cortesia, attraverso le quali mi ha invitato ad andare ad incontrarlo in località San Giorgio, per discutere e conoscerci un po meglio. Occasione che ho ritenuto più utile riconvertire in unampia intervista, di seguito riportata,ma più in generale traformarla anche in un valido contributo per la discussione ed il confronto da avviare al rientro dalle vacanze.
Come è riscontrabile dallintervista, possiamo ritenere lOn. Giulietto Chiesa sicuramente un nostro valido interlocutore rispetto a tutte le tematiche che da più parti, come architetti, andiamo sviluppando ed in particolar modo sui temi che riguardano il futuro e lo sviluppo strategico di grandi aree urbane e conseguentemente del ruolo delle libere professioni allinterno di esso. Per questo motivo e per la sua cordiale disponibilità, lo ringraziamo per averci data questa possibilità ed aver conseguito in forme anche piacevolmente insolite questo suo contributo.
Per quei pochi che ancora che non lo conoscono, Giulietto Chiesa è stato da poco eletto per la prima volta parlamentare europeo, nella lista Di Pietro-Occhetto. E uno dei giornalisti italiani più conosciuti in Italia, in particolar modo dalle nuove generazioni. Grande esperto di politica estera ed in particolar modo delluniverso sovietico in quanto per diversi anni corrispondente per la Stampa da Mosca. Negli ultimi due anni ha conseguito un grande successo editoriale con La Guerra Infinita - Feltrinelli 2002, scritto insieme a Marcello Villari e Superclan- Chi comanda leconomia mondiale?- Feltrinelli 2003
(per ulteriori informazioni sulla sua biografia rivolgersi a www.megachip.info )
M.M.: Innanzitutto mi presento, sono un architetto napoletano promotore di un nuovo soggetto associativo di architetti chiamato COPA, Cooperazione Organismi Professionali Architetti, il cui intento principale è quello di fare i conti con i complessi processi di internazionalizzazione del mercato professionale degli architetti e non solo.
So benissimo che questi non sono temi di sua stretta competenza, ma avendo letto gran parte dei suoi contributi editoriali e politici negli ultimi anni, sono sicuro che indirettamente e per vie forse non tanto tangenziali, lei può focalizzare quei meccanismi strutturali che ci possono permettere di capire che cosa sta succedendo nel mondo ed in particolar modo in alcune specifiche aree del pianeta.
Quindi per definire dei paletti virtuali alla nostra discussione inizio facendo riferimento ad un articolo di Giuseppe Turani, apparso pochi giorni fa su Repubblica in cui, in modo molto chiaro utilizzando la teoria del trenino evidenziava la difficoltà di crescita delle più importanti aree industriali ed in particolare dellEuropa e con essa, ma con problemi ancora maggiori, dellItalia.
La tesi di G.Turani, schematicamente si esplica attraverso queste veloci considerazioni.
Siccome la crescita internazionale passa attraverso un 7-9% dellarea Cina ed India, del 4% degli USA, del 2% dellEuropa, dell 1% dellItalia (la teoria del trenino appunto), se rallenta la crescita internazionale rallenta anche quella USA/EU/ITALIA. Per superare questo ostacolo i singoli paesi potrebbero aumentare i consumi interni e stimolarli con opportune misure fiscali o altro e tutto potrebbe riprendersi esportando di meno.
Ma tutto ciò per lEuropa non è possibile. Perché?
In Europa non si riesce a far crescere la domanda interna perché gli europei non consumano , o perché oppressi dalle tasse o perché spaventati ad investire (ad eccezione della Francia). Inoltre i vincoli di Maastricht impongono ai paesi di non spendere più del 3% di quello che incassano. Di conseguenza i governi non possono spendere al posto dei cittadini, inoltre gli stessi governi non avendo soldi non sono i grado di fornire ai cittadini quelle spinte sottoforma di agevolazioni fiscali che possano aiutare a spendere. Inoltre i paesi europei hanno una tale montagna di debiti e lItalia e fra le peggiori, in quanto ha accumulato un debito pubblico superiore al suo stesso Prodotto Interno Lordo (PIL). Ciò provoca una velocità ridottissima e ciò trascina lEuropa e la congiuntura internazionale; quindi se va bene al massimo potremo galleggiare intorno all1%, quindi quasi stagnazione.
Allora Onorevole, come ne usciamo? Cè limpressione che qui non ci si trovi di fronte ad una difficoltà congiunturale, ma di fronte ad una svolta strutturale epocale e noi architetti napoletani del COPA, vorremmo capire quali sono le coordinate culturali entro cui bisogna agire, non nei prossimi anni, ma nei prossimi giorni, perché la velocità di riorganizzazione dellintero sviluppo di internazionalizzazione richiede una rivoluzione culturale di tutti i soggetti preposti a questo compito ed anche a noi architetti spetta il compito storico di impegnarci ed essere in prima fila.
G.C: La risposta a questa prima domanda richiede, secondo me, un salto concettuale molto forte, perché non credo sia più possibile un salto di sviluppo di tipo tradizionale. Non lo è perché tutti i dati dicono che questa ripresa è, per quanto riguarda loccidente, estremamente incerta.
Tutti i fondamenti che hanno sostenuto la globalizzazione degli ultimi venti anni sono venuti meno.
Quindi questa ripresa è congiunturale, anomala, fortemente squilibrata, sulla quale non si può contare.
I mercati sono fortemente squilibrati, fortemente volatili e straordinariamente inquieti.
Non cè nessuna certezza.
Questo tipo di sviluppo è un tipo di sviluppo energivoro, tremendamente energivoro.
Asia e Cina stanno consumando quantità emergenti di energia. Finora la situazione è di grave carenza energetica, imprevista, perché abbiamo saputo poco fa, che uno dei giganti petroliferi mondiali, la Shell, ha mentito sulle sue riserve, su cui si calcolavano le azioni della Shell, ma su cui si calcolava anche il trend del fabbisogno mondiale.
La Shell è lunica che ha mentito? Non è lunica. Probabilmente hanno mentito tutti. Allora vuol dire che noi, come ha scritto molto bene, laltro giorno su Repubblica, Federico Rampini:
stiamo marciando, almeno per la parte asiatica, con la benzina in riserva; il rosso della benzina è già acceso
, il che significa che noi andiamo verso una situazione di mancanza energetica, in tempi così rapidi che nessuno aveva previsto e questo sconvolgerà tutti i mercati mondiali, nel corso dei prossimi cinque anni.
Quindi tutti quelli che fanno previsioni a dieci, quattordici e più anni, non sanno letteralmente di cosa stanno parlando. Quindi oggi il contesto in cui dobbiamo collocarci, è questo.
Per quanto riguarda laspetto energetico, aggiungo una cosa. Cè un secondo aspetto che quasi nessuno tocca e che è addirittura più importante del primo, perché su quella energetica si può dire che sono delle ipotesi. Va bene sono solo delle ipotesi, attendibili, ma sono ipotesi.
Cè una seconda questione invece che non è unipotesi e cioè quella che se vogliamo mettere in piedi, in qualche misura lo sviluppo degli ultimi venti o trenta anni, noi andiamo verso una catastrofe ecologica, su ciò non cè nessun dubbio, perché io sono uno scienziato di professione e so anche che la scienza ha i suoi limiti, ma quando i dati convergono in una stessa direzione, vuol dire che la teoria è buona. Tutti i dati che abbiamo a nostra disposizione, il 98% della comunità internazionale, dice che noi stiamo moltiplicando gli equilibri naturali del pianeta a ritmi che sono insostenibili. Non è una opinione, allo stato delle cose è una certezza. Allora rimettere in moto meccanismi di sviluppo come quelli attuali del 7-8% , su scala mondiale, che coinvolge Stati Uniti, Europa ecc. significa generare una catastrofe. Un governo del pianeta razionale dovrebbe subito, immediatamente affrontare le grandi sfide della sopravvivenza, cioè dei grandi equilibri naturali e porsi il problema della riduzione dello sviluppo.
Cè da fare.
Questo sviluppo con queste caratteristiche è uno sviluppo che porta alla catastrofe.
Bisogna ridurlo e cambiarlo contemporaneamente. Bisogna cambiare marcia, direzione e premere il pedale sul freno. Non sono lunico a dirlo, perché qualcuno potrebbe anche sollevare il problema ed affrontare lopinione pubblica.
Io rispon do, siccome noi siamo in una situazione di assoluta emergenza, non si vede ma ci siamo, allora conviene dire le cose come stanno con la necessaria chiarezza.
Qualcuno lha detto prima di me e lha detto molto forte, è il premier cinese che un mese e mezzo fa ha fatto il discorso di fronte al congresso dei Deputati del Popolo della Cina, dicendo esattamente queste cose, di cui peraltro la stampa occidentale ed italiana non ha dato conto, ed è questa:
noi stiamo crescendo a ritmi insostenibili, questanno nel 2004 cresceremo del 9,3%, se continuiamo a crescere così, comprometteremo lo sviluppo economico, sociale ed ambientale della Cina
ed ha proposto che per il 2005, gli obiettivi dello stato cinese, cioè un miliardo e duecento milioni di persone, riesca a ridurre la crescita al 7%, cioè dal 9,3% al 7%. Il più grande paese al mondo ci dice che il suo obiettivo razionale è quello di ridurre la crescita del 2,3%, non so se mi spiego, non è una invenzione, hanno fatto i loro calcoli ed allora io dico, ma perbacco è possibile che gli altri governi delloccidente, non si rendano conto cosa stia succedendo, leggono ciò che dice in Cina, se no, sono impazziti tutti i cinesi. Se loro stessi si pongono questo problema in questi termini significa che ci troviamo in una situazione di assoluto allarme, non serve sapere se ci riusciamo, importante è sapere che lo dicano.
M. M: Ma su quali leve ed in quali settori vogliono ridurre lo sviluppo?
G. C : Loro vogliono ridurre innanzitutto sulla crescita degli investimenti, perché loro in queste condizioni devono fermare il consumo energetico.
Adesso, una cosa che noi non vediamo , ma che è allordine del giorno ed io ho potuto verificarlo di persona, in quanto sono stato a Bombay (o Mombay come si chiama adesso) allinizio di questanno, nonostante tutto cerano due tre blackout al giorno, ed è quello che sta succedendo a Shangai a Pechino, dappertutto. Per loro il blackout, non è una eccezione è la norma. Allora questi stanno disperatamente cercando di tenere in piedi lequazione che non sta più in piedi , nel senso che i rifornimenti energetici sono sempre più difficoltosi.
Cè la guerra in Irak, che ha fatto saltare tutta una serie di previsioni. Ma soprattutto le disponibilità sono quelle che sono, non è che ce ne sono di altre. Adesso non mi interessa sapere se esiste petrolio per i prossimi cinquantanni , sappiamo che non ce ne abbastanza. Ma la questione che sollevo, non è se cè il petrolio nel futuro ,è che bisogna estrarlo questo petrolio, bisogna farlo arrivare agli utilizzatori, ed anche se esiste sottoterra in queste condizioni e con questo sviluppo, il petrolio mancherà, perché ci sarà sviluppo superiore alle quantità di petrolio che dovrà essere erogato. Tutto lì.
Allora i cinesi hanno fatto i loro calcoli, per avere il loro sviluppo devono avere il petrolio e se non lo hanno ciò non è possibile.
M. M.: Ma non c'è il rischio che ai cinesi venga lasciata gestire una strategia di difesa e di riduzione dello sviluppo, mentre all'occidente, ed in particolar modo agli Stati Uniti, venga riconosciuta l'unica possibilità di gestire forme di sviluppo più avanzate, collegate all'innovazione necessaria per il salto di sviluppo successivo, sia nel campo economico che tecnologico?
G. C: Allora arriviamo al secondo punto, in realtà, per questo dico che siamo in emergenza. Perché se loccidente continua a comportarsi come si è comportato sino ad ora e cioè se dice che, il nostro tenore di vita non è negoziabile, nel senso che non abbiamo nessuna volontà e disponibilità di ridiscutere il nostro tipo di sviluppo (perché attenzione non propongo alla gente di tornare indietro, dico che dobbiamo ridiscutere i criteri con cui ci stiamo sviluppando ed anche le dimensioni con cui stiamo producendo questo disastro), allora se lOccidente dice che il nostro tenore di vita, in particolare quello degli Stati Uniti non è negoziabile, allora mi dispiace la soluzione finale è la guerra. Perché lo stato di carenza di risorse porterà a ciò.
Quale Presidente degli Stati Uniti o quale Commissario europeo, ma quale Capo di governo è disposto a dire ai suoi cittadini che bisogna tirare la cinghia e cominciare a consumare diversamente ed organizzare le città in modo differente?
E qui vengo al ruolo delle libere professioni ed in particolar modo a quelle degli architetti , per fare in modo che si costruisca le città e le realtà urbane in modo che la gente possa consumare di meno, non rinunciando al suo benessere . ma consumando meno, producendo meno malattie, inquinando di meno le città e sporcando di meno il mare, producendo meno spazzatura, bruciandola in altro modo, economizzando le risorse, in poche parole avviare di fatto il cosiddetto sviluppo sostenibile.
Qui si richiede un salto intellettuale dellelite dirigenti, di proporzioni straordinarie, significa riorganizzare la vita.
Allora ecco perché mi sono dilungato sinteticamente su questi punti, perché tutte le altre domande che vengono a cascata, devono essere collocate in questo contesto. Se lo accetti, ti organizzi e sicuramente andrai verso passaggi difficili, peggio che difficili: drammatici.
Allora o tu vedi il problema è allora ti metti lì con le tue forze, le tue energie intellettuali e sociali, ricostruisci i punti della discussione per definirne il suo quadro ed in merito ad esso mi regolo: uno, due, tre, quattro: costruirò delle metropolitane, costruirò che ne so delle nuove strade, fatte in modo diverso, faccio la pianificazione urbanistica e qui arriviamo alle nostre questioni, costruisco e correggo lo sviluppo le città alla luce di una nuova idea di sviluppo. E ovvio che tutto questo richiede un altissimo potenziale tecnologico. Bisogna mettersi in condizione di utilizzare tutte le conoscenze che abbiamo, per poter costruire un altro tipo di sviluppo. A queste bisogna far riferimento.
Vuoi far diventare lItalia un paese concorrenziale, cosa che non è più? LItalia non lo è più concorrenziale, come tanti altri, ma lItalia è peggio, non ha affrontato nessuno di questi nodi, perché le sue classi dirigenti si sono rivelate al di sotto del minimo indispensabile. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo continuato a produrre automobili quando era già chiaro, strachiaro, già noto che il mercato dellautomobile era ultrasaturato.
La Fiat è morta, non perché produceva delle cattive automobili, ma perché non era in grado di sostenere la concorrenza dei più forti gruppi mondiali ed in una contrazione del mercato. Noi abbiamo visto il tentativo di ricerca sempre su altri mercati, sempre nella logica delladesso vado in giro e cerco un altro mercato di piazzare altre 5 milioni di automobili. Per fare questo occorreva lo sviluppo in tutto il terzo mondo delle classi medie. Le classi medie invece non sono sorte, perché? Perché questa politica di globalizzazione ha arricchito i più ricchi e non ha prodotto una re-distribuzione della ricchezza. Lho visto ad esempio in Russia in modo clamoroso. In Russia finisce il socialismo, arriva il capitalismo, si fa per dire, e tutti pensavano adesso si svilupperà un consumo di massa dellautomobile e quindi la Fiat che ha fatto? Ha investito un miliardo di dollari per costruire fabbriche di automobili in Russia. Errore clamoroso. Perché siccome in Russia non si è sviluppato nessun ceto medio, non vi erano i soldi per comprare le macchine costruite dalla Fiat. Allora in Russia hanno continuato a comprare o macchine di seconda mano che venivano dallEuropa, oppure macchine di prima mano che venivano dalla Russia che costavano dieci volte di meno e quindi la Fiat ha buttato via 800 milioni di dollari di progettazione.
Allora che fai? costruisci automobili quando abbiamo un eccesso di produzione automobilistica mondiale che è calcolato intorno a trenta milioni di unità. Noi stiamo producendo più automobili di quella che è la domanda mondiale. Molto semplice. Il risultato finale che qualcuno va in fallimento e viene comprato da altri. La Fiat è stata comprata dalla General Motors e con essa si farà le sue automobili ri-scorporandola, ne farà un po meno e forse le farà un po meglio.
Allora la Fiat sparisce, innovazione zero, elettronica zero, telefonini niente, non produ ciamo nulla di tutto ciò che sta sul mercato, siamo completamente fuori dal mercato. Computer non ne facciamo, software non ne produciamo, telefonini non ne produciamo, tutta la vecchia produzione è finita, avevamo le filiere atomiche, le abbiamo cancellate, eravamo i migliori produttori del mondo, lAnsaldo produceva delle fantastiche centrali nucleari, abbiamo cacciato via tutto.
Cosa abbiamo adesso? Niente. Non abbiamo più niente, questo è il problema.
Allora se si vuole affrontare il problema della ripresa in questo quadro, occorre potenziare la ricerca subito, immediatamente, su grande scala, usando tutti i canali che ci sono ed usando tutto quel retroterra culturale, intellettuale e politico esistente in questo paese, che sicuramente cè.
M. M: Allora lei è daccordo con le proposte avanzate dal Presidente della Confindustria Montezemolo?
G. C.: Si sostanzialmente sì, sono daccordo è un primo tentativo per avviare le forze intellettuali, il miglioramento di tutto il sistema di formazione, elevamento del tenore di sviluppo delluniversità. Collegarci con lEuropa, perché è questultima una possente realtà , per fortuna che esiste adesso ed in questo contesto costruire una ripresa dellItalia: innovazione, nuove tecnologie in più campi, rafforzare la spesa per la ricerca scientifica e sviluppare una nuova fase di formazione dei nostri quadri a livello strategico. Io sono molto contrario su come la Moratti ha visto tutto il tema della formazione. Cè un errore che deriva dal fatto che non si guarda al quadro generale. Negli Stati Uniti si sta sviluppando un evento che va misurato: i ricercatori non vanno più negli Stati Uniti. Si apparentemente tutto procede, ma noi siamo già , come si diceva recentemente su un articolo del New York Times che faceva i conti: il trend della fuga dei cervelli verso gli Stati Uniti è finito. Sono tre-quattro anni che questo fenomeno è visibile. I cinesi tornano a casa, i giapponesi tornano a casa, gli indiani tornano a casa allora che cosa vuol dire tutto ciò? La mia interpretazione è che il livello di formazione delle strutture formative americane è eccessivamente parcellizzato, il contenuto intellettuale è basso, le tecnologie sono sempre fortemente competitive con le nostre e quindi ci sarà una inerzia competitiva che per un certo periodo andrà avanti, ma in realtà loro stanno producendo una classe intellettuale molto scadente.
Allora che cosa è il valore aggiunto dellEuropa e dellItalia è quello di produrre intellettuali di alto livello e per fare questo non bisogna accorciare il corso universitario, bisogna arricchirlo, bisogna renderlo possente, allargare la base di partenza, anche perché siamo comunque costretti ed impegnati a vincolarci alla riqualificazione intellettuale che avviene più volte nel corso della vita e tu non la puoi fare se hai una base ristretta, perché si rischia che le fondamenta non ci siano. Se tu hai le basi larghe tutti hanno la possibilità di spostarsi secondo le proprie esigenze e capacità, quindi la formazione di base deve essere larga ed avere una scuola con forti capacità di riconversione, nel corso del processo, anche perché poi cambiano in fretta le cose e ci sarà bisogno di persone capaci di stare al passo, di un qualcosa verso cui uso un termine solo : la complessità.
Quindi bisogna capire che tutto ciò che ho detto sino ad ora richiede un alto grado di governo della complessità. Allora se hai una formazione specialistica molto ristretta e ciò vale per tutte le professioni, sociali, scientifiche, tecnologiche, dico tutte, dovranno avere una larga base formativa, capace di stare al passo.
M. M.: Ma in relazione a queste esigenze, sia a livello europeo che italiano, siamo preparati a questo passaggio? lo dico non tanto rispetto ai lenti ed elaborati processi legislativi, governativi ed istituzionali necessari, ma in particolar modo rispetto ai tempi imposti dalla competizione internazionale che richiede per quanto ci riguarda questa urgente riconversione strategica.
G. C. In relazione ai tempi, no. Nel senso che quando dicevo, che ci sono dei passaggi drammatici, dobbiamo capire che in questo caso ci troviamo in una curva stretta, bisogna girare e cambiare marcia. Quindi bisogna prepararsi. Però in Italia ed in Europa ci sono molte più chance. Direi in Italia , in Europa ed in Cina. Se mi consente questa digressione. Io sono convinto che le culture hanno una profondissima capacità di tenuta storica e chi ha più profondità storica ha basi più larghe e quindi se cè da fare una curva, paradossalmente la curva si potrà fare meglio se cè una grande profondità storica e quindi dare una risposta più alta dal punto di vista qualitativo ed intellettuale.
 M. M.: Quindi lei ritiene addirittura che la risposta che noi italiani ed europei, appartenenti ad una storica e millenaria cultura urbana, in particolar modo come quella euro-mediterranea, potrebbe assumere valore avanzato, una sorta di laboratorio sperimentale, capace di dare una risposta alta anche a livello planetario?
G. C. Esattamente. Io sono convinto di ciò.
M. M.: Quindi è proprio la rete delle città euro-mediterranee, la loro differente struttura fisico- spaziale ed organizzativa, che deve sperimentare e sviluppare al suo interno laboratori scientifici e culturali capace di produrre know how progettuale per dare risposte significative ad una crisi che è planetaria?
G. C.: Si certo. Città come laboratori civili ed organizzativi. Ad esempio il problema della democrazia e della partecipazione della gente è una cosa fondamentale. Se tu hai una società civile ricca puoi affrontare il tema del bilancio partecipato. Faccio l esempio, come da qualche parte del mondo si comincia, come ad esempio in Brasile.
Se tu vuoi fare un cambio di marcia, tutto ciò non lo posso decidere fra cinque persone, devo deciderlo con la gente e se devo fare ciò lo devo affrontare con un altro progetto di democrazia civile. Perché la gente viene con te solo se ti capisce. Tu non puoi dire:
io ti metto linceneritore lì, punto e basta e stai zitto
. Perché? Ed ecco allora che si ribella.
Invece io gli devo dare la possibilità di chiedere : come è fatto linceneritore? dove viene messo? Quindi costruire una consapevolezza diffusa dei vantaggi e svantaggi a cui si va incontro. Io credo che questo sia un metodo giusto per fare diventare il cittadino stesso un protagonista.
Oppure sul tema dellenergia. In questi giorni cè lo scandalo nella pianura padana, delle quattro centrali della Enipower. Queste centrali costeranno circa mille miliardi delle vecchie lire e produrranno delle polvere sottili altamente nocive per le popolazioni. Già la pianura padana è uno dei luoghi più inquinati deuropa. Domanda? Avete previsto leliminazione delle polvere sottili ? Quanto costa? Risposta ,costa il 10% in più del progetto. Allora tu non puoi dire a 15 milioni di persone io costruirò le centrali che distruggeranno la tua vita e quella dei tuoi figli e fai i conti della serva, risparmiando il 10% sul costo globale delloperazione, poi tra laltro lo paghi in tangenti. Invece ecco le Regioni della Lombardia, del Piemonte, dellEmilia Romagna ecc. invitare i cittadini a decidere su una proposta chiara:
tu vuoi lenergia, eccola, vi diamo le centrali pulite, le volete? vi diamo la prova che le centrali sono pulite
. Questo è un nuovo modo di governare. Senza nascondere la verità alla gente per fregarla.
Allora, torno al discorso di prima. Il tema della democrazia diventa un tema non surrettizio,non uno sfizio. Il tema della democrazia è essenziale. Perché se tu hai la democrazia tu hai la possibilità di fare la svolta. E come avere il servosterzo, senza di esso la curva la puoi anche fare, ma a che prezzo? E con il rischio di uscire di strada. Se hai il servosterzo, cioè la giusta forma di democrazia tu costruisci il passaggio, la svolta necessaria che ti viene richiesta ed educhi la popolazione ai compiti che essa deve affrontare.
Per questo ci vogliono dirigenti politici colti. Posso usare questo termine? Non si può concepire un dirigente politico nuovo se non è un dirigente colto, il che non deve significare che deve sapere rispondere a tutto, ma che deve essere in grado di capire il problema come si pone e come va affrontato. Se non hai ciò, ragazzi non se ne esce. Noi abbiamo purtroppo una classe politica largamente incolta ed allora torno al discorso della complessità. Noi abbiamo una classe politica incolta perché essa è specializzata male, noi abbiamo bisogno di una interazione tra scienza, professioni e politica. Cosa vuol dire una amministratore colto? Significa deve avere al suo fianco degli esperti, della gente che abbia il know how, che lui non può avere, non può sapere come si fanno le fondamenta di una casa e come si costruisce un gasdotto o un impianto telefonico. La politica deve fare i conti con la complessità e la politica non può essere una professione separata, deve essere un prodotto sociale, per fare ciò deve fare i conti con la complessità delle decisioni.
M. M.: Ma nella situazione attuale le nostre attuali classi dirigenti, tutto fanno meno quello che dice lei. Anzi, mentre la complessità dovrebbe avere come riferimento un modello positivamente conflittuale, tra differenti centri e soggetti autonomi in ogni campo scientifico, culturale e professionale, proprio oggi invece abbiamo un modello piramidale che arroga a sé e cioè al vertice della piramide, tutte le forme ed i modi sul come procedere, negando ogni libertà di autonomo sviluppo, necessario in un sistema sociale complesso.
Oggi le classi tecniche, professionali e scientifiche sono completamente asservite al Presidente, al Governatore, al Sindaco di turno, non esiste una autorevolezza ed una etica sistemica c apace di rendere inefficace le pretese del gestore della piramide di turno e cioè capace di evitare lasservimento al suo disegno, al suo progetto politico, per cui ogni nomade dellorganizzazione sociale, non è più autonoma dal suo pensiero e dal suo progetto. Ciò è quanto di più illiberale possa esistere in questo momento e nel campo della professione dellarchitetto ciò ha provocato danni generazionali di tipo culturale, organizzativo e professionale per certi aspetti irreversibili. Se pensiamo alle forti e perverse connivenze tra poteri accademici, ordini professionali, assessorati di turno, una variegata esistenza di molteplici ed efficienti massonerie urbane, che tanti danni hanno provocato nello sviluppo delle nostre città e del nostro territorio. Ecco rispetto ai tempi necessari, di cui si parlava prima, per uscire in modo efficace dalla crisi di sviluppo attuale, ho limpressione che di curve drammatiche ce ne siano molte è quella delle professioni risulta essere una di quelle strutturalmente più difficili da aggredire, perché è intorno al loro efficace coinvolgimento che si gioca un salto di qualità dellintera classe dirigente nel prossimo futuro e la loro storia mi dice che dal dopoguerra ad oggi nulla è cambiato, anzi. Quindi va bene, il politico colto, Ma è necessario che una vasta schiera di liberi professionisti, eticamente e scientificamente attrezzati siano disposti ad affrontare una nuova fase di sviluppo epocale delle nostre città e del nostro territorio euro-mediterraneo. Nel merito cosa pensa? Esiste secondo lei una specifica idea di sviluppo della città mediterranea, o meglio delle metropoli euro-mediterranee?
G. C.: Per rispondere a questa domanda non faccio riferimento, alle mie inesistenti competenze nel merito, ma alla mia formazione giornalistica. Non sono mai entrato in profondità su questi temi, sono uno specialista di politica estera, quindi non faccio il tuttologo. Quindi do una risposta di principio generale. Io non credo che ci siano delle soluzioni buone per tutte le diverse aree del pianeta. Ogni area ha le sue specificità. Ad esempio non credo che i problemi delle città mediterranee siano paragonabili a quelle delloceano indiano. Sicuramente no. Quindi è chiaro che per ogni area di fferente bisogna costruire il proprio modello, il punto chiave è quello di non fare di ogni erba un fascio e conseguentemente dire che siccome siamo in un processo di globalizzazione siamo tutti omologati. Il problema è che ogni modello deve essere costruito a partire dal proprio contesto. Non si può fare nessun ragionamento sulla città mediterranea se non si fa un ragionamento sui trasporti, sulle vie di comunicazione. Una strategia appropriata per la città mediterranea è quella appunto di costruire un sistema di porti integrati. Da qui la cooperazione con le diverse città che affacciano sul mediterraneo, con Algeri, Alessandria-Il Cairo, Atene ecc. e ragionare insieme sul che cosa ci serve, definire lagenda delle priorità e vincolarle ad una opzione strategica di medio e lungo respiro. Tutte le professioni preposte al conseguimento di questi obiettivi devono essere coinvolti, i politici. I progettisti e così via.
M. M.: Infatti già diverse città mediterranee stanno conseguendo una idea avanzata della propria trasformazione. Lo abbiamo già visto con Barcellona, Genova, Marsiglia, la stessa Atene, proprio in questi giorni, attraverso le Olimpiadi sta dimostrando al mondo intero,come sia forte la sua volontà di ridefinire una sua nuova identità urbana, e così per altre città. Meno per Napoli dove ancora non esiste una chiara prospettiva e chiarezza di intenti, ciò per molteplici motivi, ma fondamentalmente per una ragione ben precisa e cioè quella che non si è ricostruita una nuova classe dirigente e professionale allaltezza della sue potenziali sfide, si balbetta, si galleggia, si arretra, si avanza virtualmente, ma il dramma di una grande metropoli è ancora tutto lì, anzi per certi aspetti peggiorato
G. C.: Ma possiamo coinvolgere le competenze napoletane su queste tematiche?
M. M.: Certo, noi come COPA già ci siamo mossi in questa direzione.
Già qualche hanno fa avevamo proposto un progetto, adottato dal Comune ed altre istituzioni locali e nazionali, per promuovere Napoli come sede di una esposizione permanente di tutto ciò che riguarda lo sviluppo delle aree urbane che affacciano sul mediterraneo; vincolando e gemellando edifici od aree della città di Napoli ad altre città, per internazionalizzare la nostra città in tutti i suoi aspetti economici, politici, culturali e spettacolari, costruendo nei fatti una base concreta per competere di fatto a livello internazionale, a partire appunto dalla propria specificità, in piena collaborazione e cooperazione con lintera area mediterranea. Da qui il laboratorio di cui si parlava prima. Sarebbe interessante fare di Napoli un laboratorio sperimentale urbano in cui mettere a verifica quelle scelte che dovranno riguardare la svolta, la famosa curva a cui lei accennava.

G. C.: Mi sembra una buona idea, affinché più competenze possano mettere a frutto un processo strategico relazionato appunto alla complessità, alla possibilità che città importanti come Napoli diano una alta risposta di civiltà, di democrazia e di esempio, anche per altre aree urbane che hanno le stesse problematiche.
Quindi sono daccordo con questo metodo. Sono daccordo a strutturare a Napoli un confronto su questi temi e coinvolgere non solo gli architetti, ma anche le altre professioni.
Allora auguro al COPA, la vostra associazione di architetti affinché nel più breve tempo possibile ci sia a Napoli lavvio di questo progetto ed io possa dare un contributo, insieme ad altri, anche come parlamentare europeo. Allora buon lavoro, ci vediamo a Napoli.
Allestimento grafico a cura di ZOONE
Si ringrazia per la collaborazione Samuele Salmassi |