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LA LOBBY DEGLI ARCHITETTI UE
Articolo apparso su "IL GIORNALE DELL’ARCHITETTURA", n°18, MAGGIO 2004
a firma di Eldorado Piccoli

L’Architects’ Council of Europe è un’associazione che riunisce gli ordini e le associazioni degli architetti europei dei 25 Stati membri, più la Norvegia e la Svizzera. L’associazione ha 13 anni ed è a tutti gli effetti l’organismo di rappresentanza a livello europeo degli architetti: è riconosciuto come tale ed è l’interlocutore principale per l’Unione europea, della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europei. Ha sede a Bruxelles, con una segreteria e un segretario generale: è retto da un presidente — in carica per un anno, finora nominato a rotazione tra gli Stati membri — e da un’assemblea che decide le politiche. Svolge un’attività intensa di rappresentanza e promozione degli architetti e dell’architettura. Segue l’elaborazione delle direttive in materia, facendo attività di lobbying per la promozione e la difesa della professione di architetto. Collabora con l’Unione europea a numerosi programmi (da Urban a Eurocities). Tra le altre attività, tiene rapporti con le organizzazioni degli architetti di paesi terzi, promovendo protocolli di intesa per arrivare al mutuo riconoscimento (anche in collaborazione con la stessa UE). L’Architects Council of Europe si finanzia con i contributi dei membri istituzionali; non percepisce fondi dall’Unione europea.

LEOPOLDO FREYRIE, PRESIDENTE DELL’ARCHITECTS COUNCIL OF EUROPE
OCCORRE ‘AUTORIFORMA PER DIVENTARE EUROPEI
La Direttiva UE sulle professioni, prevista per il 2005, è un appuntamento cruciale per la professione

MILANO. Leopoldo Freyrie, vicepresidente del Consiglio nazionale degli architetti, è presidente per il 2004 dell’Architects’ Council of Europe (ACE); lo abbiamo incontrato nel suo studio di Milano (dove lavora in associazione con Marco Pestalozza). Il momento è senz’altro delicato: da un lato è in corso una riforma organizzativa interna, dall’altro, l’elaborazione della Direttiva europea sui servizi professionali, attesa per il 2005, rappresenta una sfida impegnativa, in occasione della quale l’ACE dovrà dimostrare l’efficacia della sua «rappresentanza» presso l’Unione europea.

Architetto Freyrie. può fare alcuni esempi dell’ attività dell’ACE?
Nella Direttiva appalti, da poco approvata, l’Associazione ha rappresentato con forza le posizioni degli architetti europei, ed è riuscita a far sì che gli emendamenti proposti fossero inseriti nel testo. Come per i concorsi di architettura, che nella direttiva appalti sono ora considerati lo strumento principe. Mentre è stato escluso il commercio elettronico dei progetti architettonici. Due nodi che vanno nella direzione di un rafforzamento del carattere intellettuale della professione.
Attualmente la sfida più importante è il progetto di Direttiva sui servizi professionali, a cura della Direzione generale per il mercato interno della Commissione europea. L’ACE sta mettendo a punto la propria posizione: abbiamo già incontrato Margot Frohlinger, della Commissione, alla quale abbiamo potuto rappresentare quali siano gli effetti della direttiva sulla professione di architetto.

I prossimi saranno due anni cruciali.
Il ragionamento che stiamo aprendo sulla nuova direttiva è decisivo. La fine del processo è vicina, e dovremo elaborare una posizione chiara e definita entro il 2004.
Quello che dobbiamo affrontare è sostanzialmente un processo di autoriforma della professione. Se non saremo capaci di ridisegnare il mestiere, ci verrà imposta una liberalizzazione che non terrà conto dei principi ai quali teniamo, e su piani determinanti: dall’assicurazione obbligatoria, alla pubblicità, alla multidìsciplinarietà, alle tariffe, alla possibilità di costituire le società dì professionisti, al codice etico europeo e così via..,

L ‘ACE è anche uno specchio delle molte posizioni degli architetti europei; si possono isolare modi contrapposti di intendere la professione?
Da un lato, è vero che ci sono tradizioni organizzative diverse. Nei paesi nordici c’è una tradizione liberale più forte, per cui gli architetti possono costituire società di capitale, possono fare pubblicità e così via; il che ha favorito la costituzione di grandi studi, strutture organizzate in senso aziendale.
D’altro lato, in Italia, abbiamo l’idea errata che negli altri paesi europei la situazione sia radicalmente diversa dalla nostra. Per anni abbiamo pensato che l’organizzazione degli architetti spagnoli fosse fortissima politicamente, oppure che la situazione in Inghilterra, dove non c’è un vero e proprio ordine, fosse completamente diversa dalla nostra. Non è così; e se gli architetti in Spagna con il governo Aznar hanno perso moltissime delle loro prerogative, alla fìne anche il RIBA svolge una funzione molto simile a quella di un Ordine
Dove ci sono confronti anche duri è sui singoli problemi. Ad esempio, nella diatriba tra architetti francesi e tedeschi sui concorsi. La Direttiva europea prescriveva che i concorsi fossero anonimi. Ma in Francia c’è una tradizione di presentazione e discussione dei progetti, da parte dei concorrenti con la giuria. Dopo un lungo confronto interno all’ACE si è deciso di proporre che il concorso fosse anonimo, ma che la giuria potesse prevedere incontri con i concorrenti in una seconda fase.

C’è chi assume dimensioni più importanti con un ‘organizzazione societaria integrando altri tipi di competenze oltre a quella progettuale pura.
E una questione di scelte. Non credo però che il mestiere dell’architetto possa essere finalizzato al business. Gli studi americani con cui ci è capitato di collaborare manifestavano fino in fondo questo approccio: nella redazione del progetto gli aspetti economici diventano preminenti rispetto alle considerazioni riguardanti la disciplina. È una scelta che riduce la possibilità di investire in progettazione anche al di là della convenienza immediata. Uno studioazienda non lo può fare, perché la struttura societaria diventa imperativa. Anche per questo, credo sia necessario individuare un «modello europeo», in equilibrio tra la scala crescente del mercato e le esigenze, anche le tradizioni, dell’architettura. Quando l’80% degli abitanti europei vive in città, e passa il 90% della vita in un edificio, il valore sociale dell’architettura e dell’abitare è evidente. Su questo gli architetti europei sono assolutamente compatti, e in questo senso la qualità dell’architettura (ovvero dell’abitare) dev’essere considerata prioritaria.

Sono aspetti che portano a rievocare il problema delle politiche per la casa e di quelle in favore del mix sociale che caratterizza le città europee. Vi muovete anche su questi piani?
Noi crediamo fortemente nei ruoli. Per questo, difficilmente partecipiamo direttamente ai dibattiti nazionali: cerchiamo di incentivare la nascita di politiche per l’architettura in senso lato, preoccupandoci che ci siano architetti in tutte le sedi dove questo dibattito si svolge.

Un’ associazione europea non dovrebbe occuparsi anche di mettere “in circolo” le notizie più rilevanti su iniziative locali e su progetti a livello comunitario?
La comunicazione è al centro del mio programma per il mandato; ma ci sono serie difficoltà. In primo luogo la storica separazione dei canali di comunicazione tra le associazioni professionali e la stampa, comprese le riviste. Inoltre, manca un collegamento diretto tra l’ACE e i suoi iscritti. Non esiste un registro europeo degli architetti; lo si dovrà costituire, pcrché la nuova direttiva chiede il coordinamento a livello europeo delle professioni.

E l’ACE può essere il “luogo” di questa e altre forme di coordinamento?
Di fatto, lo è già. È l’unico organo riconosciuto già ora da tutti gli ordini.

Il prossimo appuntamento?
Il 7 maggio si terrà alla Triennale di Milano una delle due assemblee annuali; l’assemblea vera e propria sarà a porte chiuse, ma il giorno precedente si terrà un incontro sul tema dell’architettura e del mercato. Parteciperanno, oltre all’ACE, membri della commissione europea, storici e sociologi (tra cui Richard Burdett, Gian Paolo Prandstraller e Ruth Paserman, della Commissione europea alla concorrenza).
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