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Lusso e consumo post-metropolitano
Patrizia Calefato insegna Sociolinguistica nella Facoltà di Lingue e Letterature straniere e nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell'Università degli studi di Bari. Le sue ricerche comprendono lavori sulla dimensione sociale del linguaggio e spaziano nel campo della sociosemiotica, degli studi di moda, culturali e femministi. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Cartografie dell'immaginario: cinema, corpo, memoria (2000), Lingua e discorso sociale (2001), Sociosemiotica (2002), Segni di moda (2002).
Titolo: LUSSO
Autore: Patrizia Calefato
Anno: 2003
Editore: Meltemi Melusine
Prezzo di copertina: €16,00
Il lusso è spreco, possesso eccezzionale, distinzione senza prezzo. Mette in scena l'eccesso, oltre ciò che meramente serve a uno scopo, oltre ciò di cui c'è semplicemente bisogno. Che senso ha occuparsi di questo argomento scomodo, apparentemente "frivolo" e "amorale" in un momento in cui la miseria del mondo suggerirebbe tutt'altre attenzioni?
Perchè la riflessione sul lusso -con la sua esaltazione o la sua condanna- ha accompagnato momenti cruciali della sioria? Che ruolo ha il nuovo lusso come discorso del dominio sovranazionale? Perchè il lusso attrae? O perchè repelle? Quali meccanismi di rassicurazione o viceversa di incertezze ulteriore introduce nel presente? Che rapporto ha il lusso inteso come dispendio irragionevole (di ricchezze, di energie, di sacrificio) con le ragioni profonde della guerra e del terrore?
Negli ultimi due decenni del Novecento, la parola "lusso" ha ottenuto piena cittadinanza all'interno del lessico economico e finanziario. Ma l'analisi condotta in queste pagine va oltre l'economia ristretta e il consumo. Nella sua connotazione più profondamente "umana", il lusso replica infatti alla domanda se possa esistere un desiderio che il bisogno non prevede.
Attraversando immagini e visioni contemporanee del lusso nei territori della moda e della pubblicità, dello spazio urbano e delle nuove tecnologie, dei viaggi e dell'arredamento, delle automobili e dei gioielli, Patrizia Calefato incrocia gli studi culturali, la ricerca semiotica e la riflessione estetica, inseguendo le ragioni di un modello estetico, economico e culturale che, insinuatosi nelle falle di una razionalità occidentale che non sa definire la misura del possesso, le forme del consumo, i caratteri del gusto, si riconosce nell'eccezionalità, nell'unicità, nella rarità, nell'opulenza.
Resoconto del confronto pubblico sul tema del lusso in occasione della presentazione del testo di
Patrizia Calefato,
Lusso (Meltemi editore)


La Feltrinelli NAPOLI - mercoledì 25 febbraio 2004 Ore 18.30

Intervengono:
Mauro Maldonato, Iain Chambers, Cristina Vallini e Patrizia Calefato.



Introduce:. Mauro Maldonato.
«Discuteremo di questo libro con due studiosi dell’Orientale di Napoli che sono Cristina Vallini e Iain Chambers. Io penso che questo libro che stasera presentiamo sia singolare perché insieme rigoroso, curato ma di facile lettura . E’ certo un libro che ha un lavoro molto imponente alle spalle, basta vedere la bibliografia che Patrizia Calefato ha svolto, mostrando una sensibilità che, in qualche modo è una passione. Certo l’autrice non si limita ad una descrizione fenomenologica del fenomeno lusso, non mette tra parentesi quello che questo fenomeno, questa espressione antropologica, direi, implica, significa. In qualche modo prende posizione, tuttavia lo fa abbassando la voce, senza invettiva, senza durezza, anche quando attraversa territori abbastanza controversi come il lusso sfrenato e le differenze con il suo opposto, povertà illimitate e sofferenze senza fine che evidentemente trova come contraltare all’attraversamento di questo mondo.
L’autrice mette a nudo i luoghi, gli spazi, i simboli senza pretendere di scorticare ciò che non va scorticato. Si limita ad una intensa lettura di questo fenomeno, ha una capacità di penetrazione di un mondo che è un arcipelago di sensi, di simboli, di significati. Basta semplicemente scorrere l’indice del suo libro tra unicità, spreco, eternità, ozio, viaggio, vedere come assume queste categorie centrali per farne un pochino l’anatomia, per indagarle e soprattutto per riportare dei fotogrammi ad alta definizione di questo concetto e delle espressioni, dei materiali che, evidentemente, gli danno sostanza. Patrizia Calefato riesce particolarmente bene nell’individuare il lusso come quel fenomeno di eccedenza, quell’energia che a volte rompe questa crosta sottile che è il vivere quotidiano cogliendo perfettamente l’ambivalenza tra un processo estremo, una dinamica di forte spinta, di riflessione nel tempo della riproducibilità illimitata, una sorta di conformismo sebbene ammantato di anticonformismo. Fino a dimostrare che questo tempo è un tempo che, mettendo a confronto questi due opposti, è incapace di fare mito, di produrre mito. A me sembra che questo libro sia perfettamente riuscito e adesso ne parliamo con gli altri ospiti.»

interviene: Cristina Vallini
Dico subito che sono d’accordo con le parole che sono state dette, circa la riuscita di questo intelligente percorso nel complesso territorio del lusso nella società contemporanea, uno spazio in cui l’Autrice riconosce come pertinente la fenomenologia discorsiva. Infatti il senso di questo libro, se di senso globale è lecito parlare, è che tutto ciò che può essere ascritto alla dimensione del lusso non ha valore in sé, ma lo acquista solo come risultato di un discorso complesso, che crea la premessa, il contesto e la possibilità stessa dell’eccellenza e della straordinarietà. In questo senso è estremamente efficace la dimensione autobiografica, che emerge ogni tanto nel libro, e che ci permette di riconoscere particolare momenti di agnizione, come nel gustosissimo aneddoto (è il caso di dirlo) del “salmone a colazione alle Canarie”, in cui l’apprezzamento per la scelta gastronomica di lusso sembra scaturire dalla contrapposizione arguta fra il carattere tropicale del luogo e la natura decisamente nordica della pietanza, e quindi dal riconoscimento di uno scarto stilistico. E questo per cominciare, e sottolineare l’acutezza delle analisi e insieme la piacevolezza di lettura di questo volume che sempre stimola la fantasia e permette di andare oltre.
Detto ciò, e provando a collocarmi dal punto di vista del mio ruolo in questo nostro incontro, credo di dover far vedere come un linguista con il “lusso” non dovrebbe avere proprio nulla a che fare. Infatti il linguista - o il grammatico come meglio si dovrebbe definire, per usare l’espressione di Ferdinand de Saussure – è abituato al mondo effimero, e tuttavia rigidissimo, del “sistema” in cui le cose hanno sì un valore che scaturisce loro dalla vicendevole delimitazione e determinazione, e tuttavia hanno tutte un’identica potenzialità, sono tutte indispensabili, ma anche tutte passibili di essere abbandonate e sostituite in ogni momento. Ora come può un linguista, che ha questa esperienza della lingua, occuparsi del lusso?
Partendo da questa premessa mi sono messa a guardare i titoli dei diversi capitoli del libro, e mi è sembrato che essi indicassero tutti nella direzione opposta a quella verso cui è abituato a rivolgersi il linguista. Si cominci, ad esempio con l’“Unicità”: e bisognerà ricordare che la lingua è per sua natura sociale, è qualcosa di collettivo, in cui l’unico non esiste, non è ipotizzabile. Si passi allo “Spreco” : e si dovrà ricordare che la lingua è notoriamente dominata da un principio di economia che esclude e rifiuta la ridondanza. Le cose non vanno meglio con l’“Eternità”, dato che la dimensione linguistica implica un continuo movimento, per cui l’eternità non è assolutamente concepibile. Maggiore spazio sembrerebbero ammettere le categorie di “Ozio” e “Viaggio”: effettivamente si sa che le lingue sono sempre riconducibili geneticamente ad un luogo d’origine, anche molto circoscritto, e sono dominate dallo spirito del ‘campanile’ (saussurianamente l’esprit du clocher), ma si spostano anche nel vasto mondo, seguendo il destino dei parlanti, e sono quindi costrette a confrontarsi con l’alterità, acquisendo una vocazione all’interscambio, (l’esprit de l’intercourse). Certamente le due diverse forze raggiungono un equilibrio nei parlanti: e tuttavia ciascuno che parla la propria lingua è fondamentalmente convinto che quella sia l’unica lingua, e quella vera. Un esempio: per i parlanti l’italiano di Sardegna è difficile da accettare che “l’ho visto entrando…” non significhi “l’ho visto mentre entrava…”, bensì “l’ho visto mentre entravo…”; inutile tentare di convincerli, così come è inutile tentare di convincere i napoletani che mantenere non significa tenere in mano, a dispetto dell’evidenza etimologica: io ho rinunciato da tempo a questa impresa. Quindi il viaggio è relativo: la lingua viaggia poco. Difficilmente conciliabile con le prospettive tradizionali del linguista è anche la categoria “Benessere”: ho cercato di superare questa evidenza, e mi sono confrontata con il tipo di benessere descritto da Patrizia Calefato, meditando sul carattere artificiale della sauna, e del fitness e della stessa acqua per fare il bagno. Ecco, in questo senso, la lingua non conosce questo tipo di benessere, perché la lingua è vissuta dal parlante come dimensione naturale, che esclude l’artificialità.
Ci sarebbero dunque tutte le premesse per escludere la possibilità di fare un qualunque intervento di taglio linguistico sul tema del lusso, ma questa negazione è un evidente espediente retorico, e di fatto un discorso linguistico è possibile, proprio sulla scorta di spunti contenuti nel libro, anche se l’Autrice è stata estremamente prudente. Parlo di suggestioni che inducono a perseguire la ricerca delle tracce che le lingue conservano della dimensione del lusso, non solo nelle espressioni italiane che Patrizia cita e commenta (“prendersi il lusso” e “ricoprire d’oro”, “è un lusso”), ma anche nelle radici - e nei valori semantici delle radici - delle parole che usiamo quando parliamo approfondiamo e sviluppiamo il discorso del lusso e sul lusso. Si può cominciare dicendo che proprio l’aggettivo luxus-luxa-luxum ha effettivamente in latino anche quel valore ‘lussare’che nel libro viene suggerito, valore implicato nell’accostamento etimologico ad un nucleo radicale che significa ‘sciogliere’: ecco quindi autenticato sulla scorta di autorevoli dizionari, un discorso che sottende tutto il testo della Calefato. Ma possiamo andare avanti con l’etimologia: infatti anche il sostantivo luxus-luxus (della quarta declinazione) avrebbe la stessa radice, e svilupperebbe l’idea di ‘sciogliere’ nella direzione designativa della ‘libertà’, della ‘licenza’, nel senso di un ‘andare oltre’, un ‘uscire’ che è emblematicamente rappresentato dal derivato luxuriae, usato in latino per designare in modo primario il ‘rigoglio vegetativo’, la capacità delle piante di ‘uscire fuori’ spuntando dalla terra o emettendo foglie e fiori. Un’altra suggestione etimologica è quella che riconduce “lusso” a luctari e quindi al concetto di ‘lotta’, di ‘competizione’: questo tema ricompare varie volte nel libro, ogni volta che nel “lusso” si riconosce la dimensione della ‘prominenza’, ma anche quando si sottolinea la tendenza a ‘porsi contro’, ad esempio contro un contro un canone, col risultato di creare una dialettica, uno scambio. Si tratta in ogni caso di corrispondenze fra le intuizioni dell’Autrice e le speculazioni degli etimologi: coincidenza da non sottovalutare, dal momento che, a mio parere l’etimologia non è una scienza, ma una forma di letteratura, in cui ogni contributo che si configura come “scoperta”, è in realtà una “creazione”, nel senso di “produzione”, “racconto”, configurazione di un nuovo “mondo possibile”.

Interviene: Iain Chambers
Vorrei cominciare da un locale a Parigi, negli anni ’30 , magari questo è un night, magari Django Reinhardt suona la chitarra sullo sfondo. Attorno ad un tavolo ci sono Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Raymond Aron e stanno lì a bere un cocktail e a un certo punto Aron osservò che sarebbe stato possibile costruire tutta la filosofia partendo da un cocktail e Jean-Paul Sartre subito diventò pallido di fronte a questa prospettiva.
E con questa immagine di un mondo in un grammo di sabbia o in un bicchiere da cocktail che arriviamo al libro di Patrizia Calefato e con questo vorrei sottolineare quello che emerge dal libro e anche un’inaspettata profondità ontologica che emerge dalla superficie delle cose e anche dal modo superficiale e banale con cui ognuno di noi percepisce e concepisce il mondo circostante. Allora in questo libro come abbiamo già sentito la ricchezza del concetto di lusso in tutta la sua ambiguità illuminato fino in fondo con un linguaggio che naviga, viaggia tra gli oggetti anche tra le accumulazioni, quasi come impazziti dietro a quei dettagli e tra sensazioni sfrenate.Il lusso ha certamente qualcosa a che fare con il sogno dell’altrove, il fascino della speranza dove l’eccesso permette la possibilità di uscire fuori dai miti quotidiani. Ma è chiaramente controbilanciato, in modo direi forte, dà un’idea del lusso come modello estetico, economico e culturale che dominano il nostro tempo, dove spesso il sogno rappresentato dal lusso può diventare anche un incubo , recepito da altrove.
Allora, nel concetto di lusso coesistono due tensioni, da una parte l’idea di oltrepassare i propri limiti quotidiani e dall’altra parte il senso direi quasi aggressivo di possedere e accumulare, trasformare tutto in proprietà ad uso personale. La parte su cui vorrei giocare stasera è la prima dove il desiderio di oltrepassare i propri limiti fisici, economici e culturali può operare anche una critica radicale sulla tendenza opposta cioè su quella tendenza che sta lì per celebrare il possesso del lusso come proprietà individuale. Qui si potrebbe anche parlare del lusso come sublime, il sublime del capitalismo attuale: quella cosa che ci attira e ci respinge contemporaneamente. Qui come sempre il sublime esce fuori dall’impianto che l’ha nutrito per interrogarlo, qui la prossimità con l’estetica del barocco, sebbene a prima vista la moralità, la mortalità e l’articolato spreco di vita elaborata nell’estetica seicentesca è largamente scomparso dallo schermo patinato, pulito dopo la mercificazione odierna della vita, ridotto ormai alla mortalità della moda. Ma resta comunque l’ambiguità della seduzione del lusso come il famoso sex appeal dell’organico localizzato da Walter Benjamin nella reificazione delle merci. Il lusso come ornamento - superfluo, ma come ci insegna di nuovo Benjamin, essenziale essenziale nel raccogliere il senso del sistema che lo elabora; quel segno di eccesso che potrebbe far oscillare l’edificio che lo sostiene.
Ora a parte le divisioni ovvie tra chi ama il vizio del lusso e chi non lo ama resta anche il divario più abissale e drammatico tra chi ha accesso al mondo del lusso, per esempio saremo quasi tutti in questa stanza, teoricamente ognuno ha la possibilità di accedere al lusso in qualche momento della vita, magari, e altri che non hanno nemmeno la possibilità di controllare questo eccesso del mondo del lusso, per cui stranamente dobbiamo registrare anche un corto circuito fornito dal linguaggio stesso del lusso. Lo spettacolo del lusso in un mondo completamente mediatico rende esplicito al livello planetario sia l’oscenità del ricchezza di alcuni sia l’asprezza di una risposta che arriva da quella parte – 85% della popolazione mondiale – che si trova completamente tagliata fuori. L’attacco alle Due Torri – The World Trade Center, il Centro Mondiale del Commercio – nel cuore dell’Occidente nel settembre del 2001, fu un atto spettacolare pieno di simbologie fu anche la dimostrazione che il futuro sarà giocato qui, all’interno dei linguaggi della modernità sostenute dalla tecnica e dalla potenza della rappresentazione articolata in una serie di concetti presi in prestito dalla visione paranoica di George Orwell e Philip K. Dick, e poi rielaborati nell’immaginario collettivo di Hollywood: The Axis of Evil, Enduring Freedom, Homeland Security, Shock and Awe… ovvero L’asses del male, Libertà perpetua, Casa sicura, Colpisce e stupiscet: sembrano titoli di un film; appunto della realtà virtuale che la politica ci chiede a guardare senza interrogarla.
Qui si toccano i limiti del visibile, i quali per coloro che hanno una formazione umanistica occidentale significa anche i limiti del senso e del sapere, i limit della rappresentazione. Ma oltre questo schermo, naturalmente gigante o wide screen, si sta svolgendo altri film, altre storie, utilizzando gli stessi linguaggi.
Qui vorrei portare a conclusione il mio discorso questa sera su questo lusso e dal progresso del lusso dall’altra parte che mette in questione l’economia attuale. Sulle bancarelle dei quartieri poveri di New Delhi si possono acquistare a poco prezzo i detriti del mondo del lusso occidentale cui la poetica dell’unicità di cui parla molto bene Patrizia si declina nello scambio inaspettato tra il lusso e l’abietto Gran Baazar si può plasmare il lusso dal primo mondo si può galvanizzarlo in salvo e digerirlo. Qui come dice lo studioso indiano Ravi Sundaram: “Siamo nell’impero della copia”. Qui c’è di tutto: non solamente audio e videocassette e DVD pirati, ma anche cavi per il collegamento della televisione via cavo, videoregistratori, DVD players, il computer della penultima generazione supereconomica, il MP3 player (quasi tutti fabbricati in Cina). ‘E come se, dalle rovine della pianificazione urbanistica fossero emersi i bazar della comunicazione, alimentati da queste reti in bilico tra legalità e illegalità.’
In questa zona grigia della globalizzazione emerge una riposta destinata a sfidare l’unicità del lusso; concentrata nel rifiuto di riconoscere la proprietà, e, in particolare, la proprietà immateriale e intellettuale che è diventato la nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. In un mondo in cui la produzione e la duplicazione dei beni si è liberata dai vincoli spaziali, il controllo della proprietà immateriale rappresentata dalle reti di comunicazione e la loro tecnologia è diventa centrale. ‘L’estensione dei diritti di proprietà ai beni immateriali è la chiave dell’informazione dell’economia mondiale…’.
Qui la cultura disordinata della copia è spinta sul lato sia dalla tecnologia stessa sia da un modello estetico economico e culturale del lusso ci indica la fossa del mondo sommerso che rifiuta la politica economica e giuridica da cui il lusso dipende i suoi riconoscimenti. Questo è il paradosso, il senso del lusso è anche questo la sua eccezionalità, come qualcosa per pochi eletti ci getta anche nel vortice di una economia politica culturale che investe ed interpreta un mondo reso ormai comune nella sua ambiguità ed infinita complessità.

Intervento di Mauro Maldonato
Grazie a Cristina Vallini e Ian Chambers, la prima per i suoi intelligenti esercizi e perplessità linguistiche, il secondo per avere messo intensissimamente il dito nella piaga, sulle questioni del mondo contemporaneo con una rapidità ed una intensità davvero straordinaria ed anche per avere messo davanti a tutti noi un po’ di questioni: il problema di una dignità della superficie, quanto la superficie viva di profondità perché è sulla superficie che le cose parlano, e quindi il suo rievocare in questione il progetto platonico, che soltanto nella profondità possono vivere le cose vere.

Intervento di Patrizia Calefato
Grazie moltissime a Mauro Maldonato, Cristina Vallini e Iain Chambers per le parole che hanno detto introducendo questo mio lavoro. Chi è qui è stato mosso dalla curiosità di un tema, quello di questo libro, che è un tema che non finisce.
Ecco, vorrei rispondere ad una prima curiosità che può venir fuori : “…perché parlare del lusso oggi… ?”, perché ve lo siete chiesti: Cristina se l’è chiesto da linguista e secondo me lo ha affrontato proprio per il valore che le parole assumono nel discorso del lusso. Il Lusso è diventato discorso. Certo, non solo discorso, ma anche e soprattutto discorso. Il lusso vive nelle parole che lo dicono, nelle immagini che ci circondano, nei sensi dei racconti e di come ce lo raccontiamo. Quindi in questo senso dire che il lusso è un discorso, dire che il linguista ha a che fare con il lusso significa una cosa molto profonda, di come il senso, i sensi, delle parole continuano a risuonare, continuano a riproporsi in un prosieguo mai finito. Iain ha parlato degli aspetti fastidiosi del lusso di quel senso di nausea che ha evocato, e che ha preso me nel momento in cui del lusso ho dovuto parlare. Da un lato andando a curiosare ovviamente non tanto nei luoghi del lusso che molto spesso sono nascosti, sono celati, sono separati, sono riserve, ma nei luoghi del discorso del lusso: dunque le immagini pubblicitarie e dunque le parole, dunque la moda e dunque i detriti del lusso da cui la bellissima immagine del mercato di New Delhi. Mi ha fatto venire in mente un mercato che ho visitato l’anno scorso alla periferia di Bari, nel centro nel cuore dell’Europa del Sud dell’Impero, un mercato frequentato da immigrati e da rom ma anche da persone cosiddette residenti in città , un luogo dove si trova quel detrito del lusso che nei negozi di antiquariato è il “Vintage”. Ci sono telefonini di prima generazione, stereo hi-fi di una ventina d’anni fa, tutti quegli oggetti che fanno Vintage se il discorso li propone in un certo modo, ma che invece sono la base di sussistenza, gli oggetti materiali base di sussistenza materiale e riproduzione della nuda vita nel centro dell’Occidente dove tutto è contemporaneamente centro e periferia, dove tutto è contemporaneamente detrito ed originale, copia ed originale. Allora questo scenario, di cui dico un aspetto. Ma abbiamo detto un aspetto. Ecco è lo scenario in cui la parola Lusso risuona per valenze ancora da venire: da un lato, il lusso Kitsch che ho trattato, questi alberghi di Las Vegas, per esempio. Non li ho visti personalmente, ma si possono vedere su riviste, su Internet, sui giornali, queste isole a forma di palma che stanno costruendo nell’oceano di fronte a Dubai a scopo turistico, queste “duplicazioni della natura” che soltanto il lusso rende possibile. Due settimane fa leggo un articolo su “D di Repubblica”: si intitola “ Ecoparadiso per Robinson”: Foot Luxury - Lusso a piedi nudi l’ultima frontiera delle vacanze avventura ma senza esagerare, servizi a cinque stelle, ma soprattutto attenzione alla conservazione dell’ambiente. Un modello di “Turismo sostenibile”, come si dice, un’etica che tutti probabilmente auspichiamo, però in versione di lusso. “Un eco-paradiso di Lusso”. Allora io mi chiedo: che sia soltanto il discorso del lusso, il lusso come discorso, a poter permettere oggi la possibilità di tutelare la vita sul pianeta, di tutelare l’ambiente? Mi chiedo quanto il lusso abbia a che vedere con l’altra sua faccia, cioè con la miseria nella forma del detrito e nella forma della rovina, nella forma della rovina della copia, quindi della rovina della rovina. Quanto il lusso abbia a che vedere con la tensione, che è all’interno della stessa parola che lo dice, e che io immagino immaginandola come una pallottola che esplode da un kalashnikov placcato in oro, o nel World Trade Center che viene colpito dagli aerei : 11 settembre. Il centro ed il cuore della finanza internazionale, il cuore della possibilità della condizione economica del lusso, possibilità perché noi possiamo leggere di lusso sui giornali di parlare di poli del lusso, di comprare i portachiavi, le borse di Vuitton, quella sua condizione e rovina, il lusso ed il suo contrario, l’opulenza e la miseria.
Se il lusso è contemporaneamente una cosa ed il suo contrario, oggi nello scenario contemporaneo come ha a che vedere il lusso con la sopravvivenza? Con le sorti della vita sulla terra? Con la divisione delle ricchezze e degli spazi sulla Terra? Nuove frontiere del lusso ci dicono le pubblicità “…Il lusso è più spazio per se stessi…” ce lo dice la pubblicità della Renault Espace, non certo un’automobile di lusso, ma si è data questo slogan: “E se il lusso fosse più spazio per se stessi?”. Che bella immagine, prendersi il lusso di avere spazio comprandoselo in questa automobile. Il lusso di vincere il tempo, na crema per le rughe che ci dà il lusso, muove la grande sfida, offre la grande possibilità di sopravvivere al tempo, di fermare il tempo.
Il lusso ha a che vedere con lo spazio e col tempo, da un certo punto di vista, il lusso contemporaneo, ha a che vedere con la possibilità di prendere spazio e di prendere il tempo. Ma abbiamo la possibilità di possederli, spazio e tempo? Iain parlava del possesso, del lusso come possesso. Spazio e tempo non si possiedono. “Prendersi il lusso”, questa immagine che ritorna spesso in questo libro, è una sorta di chiave per interpretare queste valenze del lusso contemporaneo, “prendersi il lusso” è, al tempo stesso, mettere alla prova il fatto che il possesso delle cose che veramente sono di lusso oggi non è possibile. Non possiamo possedere il tempo, non possiamo possedere lo spazio, non possiamo possedere il nostro stesso corpo che sembrerebbe invece quello che ci da la possibilità, su cui avremmo possibilità di decisione, allungare la vita, diminuirla. Non lo possiamo fare. Il corpo ci resiste, il corpo si ammala, muore, si perde.
Io sono molto grata a Cristina Vallini per la sua spiegazione sull’etimologia, perché questa “lussazione” che viene fuori da una radice comune con lusso, questo mettersi di traverso è qualcosa che spezza un percorso ordinato, il percorso della serialità. Pensiamo un po’ la differenza tra il lusso e la moda: si parla di moda , c’è la moda di lusso evidentemente, ma il lusso dovrebbe essere il contrario della moda. La moda è qualcosa che è sempre uguale a se stessa, è la serialità, dà il senso della copia. Il lusso invece dovrebbe spezzare, appunto lussare, la copia. Dovrebbe rappresentare l’eccezione, essere un segno di distinzione all’interno della serialità. In questo senso, Cristina diceva, non può essere come la lingua. Mentre tra lingua e moda c’è un paragone proprio in de Saussure, il lusso rappresenta, invece, proprio l’interruzione di questo.
Un’altra questione: il tempo. La moda ha a che vedere con un tempo effimero, la moda cambia, il sistema della moda è un sistema che mette alla prova il tempo al suo interno, invece il lusso ha a che vedere con l’eternità. Allora: lusso e moda. Anche la moda ha un senso molto importante nella nostra epoca, non la moda intesa semplicemente come il sistema vestimentario, ma proprio il sistema simbolico della moda, la moda oltre il vestito, la moda come sex appeal dell’inorganico, come la definiva Benjamin. Il lusso tira al rialzo, la moda è la copia, il lusso tira ancora più al rialzo. E’ una pallottola che arriva al bersaglio, lontano il bersaglio, sempre più alto, un gioco a rialzo, come gli antropologi parlano del “potlàc” , questo tipo di scambio immaginato, o reale non saprei dire, questo scambiarsi i doni, queste offerte di cibo e di banchetti che due o più comunità si scambiavano l’un l’altra e che rappresentava semplicemente uno spreco di doni, di beni, di cibo, in un gioco che era non quello dello scambio uguale ma quello dello scambio a chi offriva di più. Noi oggi facciamo un dono e immaginiamo di riceverne in cambio uno di ugual valore, il “potlàc” si basa invece proprio sul fatto di donare aspettandosi un dono ancora maggiore, ancora più sprecato, e se l’altro non lo fa, perde la faccia, nel senso che perde la propria possibilità di rappresentarsi, di agire, perde la propria immagine sociale.
Allora, qual è il senso di questo nuovo “potlàc”? Quale forma di tiro al rialzo può essere il lusso oggi? In che senso il lusso tira al rialzo? In che senso questo spreco che il lusso evoca, è un puntare alto ma allo stesso tempo mostrare l’altra faccia, mostrare la miseria? Ho amato il lusso, ho odiato il lusso. Ma il lusso è in sé qualcosa che si fa amare e che si fa odiare, ha in sé una tensione tra poli contrapposti, è in sé una parola, un concetto, un valore, che gioca su tensioni profonde, è una parola in cui ci sono valori e sensi in opposizione tra loro. Io spero, in qualche modo, di aver tirato al rialzo, in effetti con questo libro: ho cercato di tirare a rialzo anche io, anche con la scrittura per esempio, in questo senso sono molto grata all’editore, che è qui: Luisa Capelli della Meltemi e sono molto contenta che ci sia perché questa casa editrice pubblica dei libri che, come ha detto prima Iain Chambers, cercano di interpretare il presente giocando anche su terreni scomodi. Il lusso è un terreno scomodo, è spiacevole parlare di lusso, si potrebbe parlare d’altro, e sicuramente io parlando di lusso ho parlato d’altro.

Risposta di Cristina Vallini
Col mio intervento volevo semplicemente far notare come che tutte le cose di cui si parla nel libro sono iscritte nella lingua, non nella lingua in assoluto, ma nella lingua che noi parliamo, che è poi il latino, arrivato sulle nostre labbra senza soluzione di continuità. La perlustrazione del lessico latino, sulla scorta di suggestioni etimologiche ci offre molti spunti di meditazione: così accanto a luctari, verbo della competizione, della violenza, della lotta si può inserire la suggestione di un accostamento di luxus a lugere, un verbo che significa letteralmente “io piango”, ma il cui significato di base rimanderebbe ad un comportamento ‘eccessivo’, come quello che possiamo constatare in occasione di funerali, e che è designato in napoletano con l’espressione fare ‘e mmosse. Chi ha assistito a qualche funerale popolare ha potuto constatare che c’è un momento rituale in cui qualche parente, di solito una donna ma a volte anche un uomo, fa il gesto di ‘rompere tutto’, accennando a mosse autolesioniste. Questo restituisce la motivazione semantica di lugeo che vorrebbe dire “rompo” per il dolore. Rompo che cosa? ‘Mi rompo’, ‘spacco tutto’. Sempre alla dimensione etimologica, ma con la pretesa di attingere un livello più profondo, appartiene l’interpretazione del valore della porzione suffissale di luxus (sostantivo e aggettivo): il suffisso predesinenziale –s- è ricondotto ad un morfema *so / *se che viene designato con l’espressione “suffisso desiderativo”. Con questo termine si designa una modalità presente in molte lingue, in alcuni casi con emergenza a livello di paradigma grammaticale. Nella famiglia delle lingue indeuropee, a cui appartiene il latino, il suffisso compare a determinare semanticamente la radice nel senso di un “movimento” (il lusso avrebbe in questo senso la forma del ‘desiderio’, sarebbe la manifestazione –emblematica perché grammaticalizzata- di un ‘movimento’, di una ‘tensione’). È interessante, mi pare, confrontare sulla base di un’identica conformazione morfologica luxus con fluxus: qui è descritto è qualche cosa che ‘scorre con violenza’, ‘scorre con desiderio’, ‘vuole’ uscire. (Fra parentesi: l’associazione di ‘lusso’ e ‘desiderio’ è mirabilmente espressa nel poème “L’invitation au voyage” di Charles Baudelaire a cui Patrizia Calefato dedica spazio e belle osservazioni: anche qui la via etimologica ci porta ad approfondire questo spunto, inducendoci a riconoscere alla base del latino voluptas -luxe, calme et volupté…- una forma volup che sopravvive in espressioni fossilizzate come “volup est” che significa: “mi piace”, e che rinvia, attraverso un ampliamento, alla radice stessa del verbo vol-o (velle) ‘voglio’). Certamente un’analisi del lessico del ‘lusso’ dalla prospettiva dei morfemi grammaticali impiegati ci riserverà molte sorprese: infatti sono proprio gli strumenti della grammatica (preposizioni, prefissi, suffissi…) apparentemente privi di significato referenziale, ma profondamente implicati con la rappresentazione delle disposizioni spaziali e del ‘movimento’ a rivelarci dimensioni associative profondissime. Mi sembra che sia il caso del termine eccesso, che compare continuamente riferito al lusso, e che ha la sua base etimologica nella preposizione ex. Quest’ultima designa sempre un movimento ‘dall’interno all’esterno’, ‘dal basso verso l’alto’, e rappresenta, quindi in latino l’esatto contrario di in. Dunque il ‘lusso’, come eccesso, designa qualcosa che travalica, non qualcosa che, come si diceva una volta, è di moda e quindi ‘in’: in quest’ultima categoria non possono riconoscersi quanti aspirano alla libertà del lusso, ma quanti sono invece costretti dentro i canoni della moda, i “coatti”…. Il vero lusso è capacità di exire, uscire fuori, saltare fuori. Questo stesso elemento ex- lo troviamo in extremus dove constatiamo anche il suffisso -mus che serve a formare il superlativo (lo stesso che c’è in optimum, supremus).
Quindi per concludere: “cos’è il lusso?”. E’ un’estrema libertà, la libertà di volere, per cui il termine lussuria che sembrava essere il momento generatore del ‘lusso’, recupera pienamente la sua connessione semantica col temine libertino. Praticare il ‘lusso’ è un modo di liberare la volontà, svincolarsi, non essere obbligatoriamente ‘in’, alla moda, non essere ‘coatti’, ma ritenersi capaci di ‘andare oltre’. Andare oltre, come? Nel suo libro Patrizia Calefato ha mostrato tanti modi “patinati”, garantiti dalle griffe, ma si può anche andare oltre per esempio comprando le cose uniche dei mercatini, perché in questo modo si sa che nessun altro avrà una camicetta come quella che abbiamo comprato. (Talvolta anche questo modo del lusso può riservare delle sorprese: mi è capitato, molti anni fa, di comprare su una bancarella dell’usato un golfino di lana ricamato, scoprendo, con grande meraviglia, che una collega dell’Orientale indossava il gemello “di sotto” della coppia originaria, acquistato in un’altra bancarella, in un altro mercatino, in epoca diversa… La coppia dei golfini fu ricostituita!).

Risposta di Iain Chambers
Vorrei insistere su una cosa, nel senso che il ‘cocktail’ che avevo proposto non è una visione moralistica, si tratta di una prospettiva critica, nel senso che leggendo il lusso, come si vede molto bene nel libro di Patrizia, c’è condensata tutta l’ambiguità del concetto del lusso, distillato anche, come abbiamo sentito, nella formazione etimologica del termine. La cosa interessante che emerge nel libro stesso è che in qualche modo tutta l’ambiguità cade all’interno dei linguaggi e delle tecniche di uso comune a livello planetario. C’è anche chi non ha accesso al lusso ma ha in qualche modo accesso ai suoi linguaggi attraverso una serie di immagini. Qui emerge l’idea dell’eccesso che ci invita a viaggiare con questi linguaggi e queste tecniche comuni verso uno spazio “ex-centrico” in cui inevitabilmente si incontra il ritorno del rimosso. L’eccesso del lusso paradossalmente ci spinge verso gli altri per trovarsi in uno spazio eccentrico, dove si trova spinto fuori ed oltre il proprio mondo.

Interventi dalla sala

Primo intervento
Ho trovato interessante il lusso inteso, non come acquisizione di qualcosa o acquistare qualcosa, ma come rinuncia a sapersi sganciare da lacune, posizioni cui la società molte volte ci costringe, cioè permettersi il lusso di non seguire la moda che ci costringe a comprare qualcosa, a fare un certo tipo di percorso. Mi sembra molto bello questa cosa cioè: il lusso come rinuncia a qualcosa. Mi sembra una nuova idea che ci può portare a qualcosa di molto intrigante.

Secondo intervento
Certamente conosco alcuni riferimenti od accostamenti tra il lusso ed il corpo femminile. Si capisce subito anche dall’inizio, perché il riferimento a Baudelaire che anche Cristina Vallini richiamava è chiaro che è un riferimento che accosta lusso a lussuria ed a donna. Questo famoso accostamento che viene da un bellissimo sonetto di Shakespeare in cui queste tre cose vengono indicate come l’inferno che ogni uomo o maschio deve affrontare: lusso, lussuria,donna.
Effettivamente il rapporto tra lusso e corpo femminile è fondamentale. So che lei lo ha anche trattato nel libro e volevo sapere se voleva dire qualcosa a proposito.
Vorrei sottolineare inoltre il valore del lusso come gioco, che per fortuna è di tutti, perché anche chi non ha il lusso può permettersi il lusso di giocare al lusso. Nella vita bisogna avere un momento di pazzia di eccezionalità, perché il lusso è un sogno ma un sogno che ogni tanto si può realizzare, che è proprio un lusso in quanto eccezionale. L’accostamento con il corpo femminile passa attraverso i gioielli, costosi e meravigliosi come nelle illustrazioni presenti nel suo volume, ma passa anche attraverso i gioielli finti, che condiziona fortemente la seduzione in quanto storicamente fatta di lustrini. Si dice sempre è fatta di finti gioielli sui tessuti , gioielli falsi la seduzione che va dalle grandi interpreti di questa pratica fino alla prostituzione. Questa associazione di ciò che brilla e luccica è una delle principali nessi con il corpo femminile.

Terzo intervento
Innanzitutto grazie perché è stata una riflessione interessantissima, cioè non mi ero mai soffermata a pensare sul lusso come oggetto d’analisi, in particolare il discorso della doppia faccia del lusso e della miseria, era solo un’immagine che mi veniva in mente, come noi, quando compriamo i famosi prodotti del commercio equo e solidale, lo facciamo perché ci possiamo permettere il lusso di spendere qualcosa in più e quindi sta diventando una tendenza del lusso quella di permettersi i prodotti biologici quelli di stare attenti all’”altro”, che è l’altra faccia del nostro lusso. Non più attraverso l’eccesso barocco ma attraverso una volontà minimalista e solidale . Paradossalmente una persona che non si può permettere il lusso di fare è costretta comprare la conserva di pomodoro industriale e non può permettersi, perché non ha uno stipendio adeguato, di comprarsi ad esempio il tè, che rispetta l’altra parte del nostro lusso.
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