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L’EUROPA E LA PROFESSIONE DI DOMANI
di Leopoldo E. FREYRIE - Presidente ACE-CAE Consiglio Architetti d’Europa
IN QUESTO AVVIO DI 2004, il governo dell’Europa ha proposto atti politici e legislativi, fondamentali per il futuro della professione, come la proposta di una nuova Direttiva sui servizi professionali su proposta del Commissario Bolkenstein, il Rapporto del Commissario Monti sulle concorrenza nelle professioni, l’approvazione in prima lettura in Parlamento della Direttiva qualifiche professionali e l’approvazione definitiva della Direttiva Appalti.

Questi atti e proposte confermano la necessità che si apra un dibattito profondo sul futuro del mestiere, perché gli architetti raggiungano una posizione chiara e condivisa sul rapporto della nostra professione con il mercato.

Il Consiglio Nazionale e gli Ordini, in questi ultimi anni, hanno promosso una politica efficace e coerente, sempre basata sull’idea che i principi della qualità dell’architettura sono prioritari rispetto a valutazioni di mera economia: abbiamo promosso i Concorsi di architettura, ottenuto la nuova tariffa dei LLPP, sostenuto le politiche per la qualità del progetto architettonico, in Europa ed in Italia.
Ora ci stiamo avviando verso un biennio fondamentale per il nostro futuro, un biennio nel quale dobbiamo dimostrare ai nostri iscritti la nostra capacità di affrontare in modo sintetico un insieme di riforme a livello nazionale ed europeo, non più procrastinabili, cercando di mantenere una visione strategica ampia per disegnare un progetto unitario, utilizzabile nei diversi ambiti politici e legislativi.
La politica della Commissione Europea che sta alla fonte di queste iniziative è fondata sull’accordo di Lisbona nel marzo 2000, quando i Governi Europei hanno lanciato una strategia per il cosiddetto mercato dei servizi, che vale il 700/o del PIL europeo, con l’ambizioso obiettivo che l’unione diventasse il leader mondiale della “knowledge economy”, entro il 2010.

A Lisbona sono seguiti una serie di atti e decisioni politiche che sono culminate nel Consiglio Europeo del 2003, che ha invitato «la Commissione a presentare le eventuali ulteriori proposte necessarie a completare il mercato interno e a sfruttarne completamente il potenziale, a stimolare l’imprenditorialità e a creare un vero mercato interno dei servizi, con il debito riguardo per l’esigenza di salvaguardare la fornitura e gli scambi di servizi di interesse generale».

È evidente quanto sia importante per noi questa priorità dell’U.E. ed è altrettanto chiaro come questa sia la chiave di lettura dei processi in atto; sta a noi affrontarla come un’opportunità senza subirne i possibili effetti negativi.
Se da un lato la Commissione Europea ha proceduto e procederà sulla strada di una progressiva liberalizzazione dei mercati, con un approccio decisamente economico ai problemi, è altrettanto vero che negli ultimi mesi, anche grazie a fatti esterni come Enron e Parmalat [che hanno messo il dito sulla piaga del rapporto tra il mercato e l’etica] oltre all’azione congiunta di diverse forze sociali, noi compresi, si è riaffermata l’esigenza di regole a difesa dell’interesse generale.
Così, i principi di liberalizzazione ora devono tenere conto di una politica forte a difesa del consumatore; dell’emergere di una richiesta forte di sostenibilità dello sviluppo, trasversale alle posizioni politiche e agli Stati; della promozione del concetto di «governance» ovvero la concertazione con i soggetti interessati alle riforme.
È proprio su questi elementi che dovremo fare perno nei prossimi mesi per salvaguardare gli interessi dell’architettura, e vediamo come.

Le politiche a favore del consumatore in passato sono state usate, anche strumentalmente, per affermare la necessità della liberalizzazione dei servizi: alcuni dei punti forti del Rapporto Monti e della proposta di Direttiva sono ispirati a tale principio.
Eppure la politica a difesa del consumatore, così come evidenziato anche dalle stesse associazioni dei consumatori, tende a coincidere con il cosiddetto «interesse generale» ricordato dal Consiglio dei Ministri dell’Unione del 2003.
Se è vero che l’80% dei cittadini europei vive in città e passa il 90% del proprio tempo all’interno di un edificio è chiaro che l’interesse del «consumatore dell’architettura» coincide con l’interesse generale.
Tale interesse coincide evidentemente anche con le necessità di uno sviluppo sostenibile, nel quale la relazione tra progetto d’architettura e vivibilità dell’ambiente è evidente e diretta, ed è un argomento fondamentale a difesa della promozione della qualità dell’architettura.
Un interesse generale, come afferma la proposta di nuova Direttiva, è dunque la discriminante sulla quale valuta-
re i termini della liberalizzazione, stabilendo le regole della cosiddetta «pre-concorrenzialità», ovvero quei principi di salvaguardia dei diritti del cittadino che stanno a monte di ogni politica economica.
Perciò, la domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: fino a dove le attività che svolgiamo sono realmente definibili di interesse generale e come dimostrarlo secondo le regole stabilite dall’u.e..

In quest’ottica è chiaro che non possiamo e non dobbiamo nasconderci dietro una posizione massimalista che affermi che ogni aspetto del nostro mestiere sia ascrivibile all’interesse generale, perchè il rischio è quello di buttare via il bambino assieme all’acqua calda. Possiamo certo sostenere con ragione che il progetto di un’opera pubblica è per sua natura di interesse generale; più difficilmente possiamo sostenere che sia tale il progetto di arredo di un appartamento privato.
Se infatti ci è chiaro che molte politiche comunitarie sono ispirate da una ideologia più liberistica che liberale, è anche vero che si sono aperti spazi interessanti che dobbiamo sfruttare: chi è abituato a leggere tra le righe dei documenti dell’Antitrust europeo, leggendo li Rapporto Monti ha visto con chiarezza come ora, finalmente, si apra uno spazio di concertazione possibile, pur partendo da posizioni ancora lontane.

A conferma che qualcosa di fondamentale è cambiato, la nuova Direttiva proposta dalla Commissario Bolkenstein riporta due importanti novità, ascrivibili alla intensa attività di pressione e promozione politica fatta in questi anni, e di cui sono stati protagonisti gli architetti italiani.
Infatti la direttiva non solo riconosce la specificità di ogni professione e in particolare delle professioni regolamentate, ma anche il ruolo degli Ordini professionali «nella disciplina delle attività e nell’elaborazione delle norme professionali».
Ricordando come solo pochi anni fa cercavamo inutilmente di rintracciare nelle direttive comunitarie una sola parola che potesse dimostrare che esistevamo, è una piccola vera rivoluzione e credo dobbiamo gioire del risultato: ora non solo esistiamo per l’Europa, ma ci dicono che hanno bisogno di noi, che i processi di riforma non possono essere imposti, ma vanno concordati.

Ma di quali riforme stiamo parlando? È dalla lettura incrociata della nuova Direttiva proposta, del Rapporto Monti e della Direttiva qualifiche professionali che possiamo capire cosa ci chiedono.
In sintesi, ci chiedono di autoriformare le regole del mestiere per renderlo competitivo sul mercato europeo e internazionale, trovando il punto di equilibrio tra salvaguardia della specificità della disciplina nell’interesse generale e capacità di essere maggiormente concorrenziali e dinamici. Per raggiungere questo difficile punto di equilibrio vengono individuati alcuni nodi problematici, sui quali intervenire:

• la semplificazione delle regole nella circolazione all’interno dell’Unione;
• la diffusione delle informazioni riguardanti la natura e le competenze del nostro mestiere, perché qualunque cittadino [e potenziale cliente] abbia ben chiaro chi siamo e cosa facciamo:
• l’assicurazione obbligatoria;
• l’abolizione dei divieti alla pubblicità, pur nel rispetto della dignità della professione;
• la possibilità, per i professionisti, di costituire anche società di capitale, pur con regole a garanzia della soggettività della prestazione;
• la revisione delle tariffe professionali, permesse solo dove siano giustificate dal pubblico interesse e comunque stabilite da un ente terzo;
• l’abolizione dei divieti delle attività multidisciplinari, purché non causino conflitti d’interesse;
• una politica per la qualità dei professionisti, mediante la formazione permanente e sistemi di certificazione;
• l’organizzazione di camere arbitrali per evitare i contenziosi presso i tribunali;
• un codice etico europeo e il controllo deontologico sugli iscritti.

Molti di questi non sono argomenti nuovi e di ognuno di questi temi abbiamo già non solo discusso, ma fatto proposte precise in sede di riforma delle professioni in Italia, sia come architetti che come Cup: l’impegno del presidente Sirica su ciò è stato non solo totale ma denso di risultati.
La novità è che ora ci vengono proposti assieme, in un quadro sintetico, all’interno di un processo di riforma che ha una scadenza precisa: la fine del 2005, quando la Direttiva verrà approvata. E qualunque sarà l’iter futuro della legislazione nazionale, entro il 2007 l’Italia dovrà avviarne il recepimento.

Parte da oggi, perciò, una discussione profonda, un progetto sul nostro futuro, fondato sui principi di qualità e valore culturale dell’architettura in cui tutti crediamo, ma anche sulla capacità di disegnare per le nuove regole del gioco, adatte alla realtà del mercato postindustriale.
Sta quindi a noi essere capaci di vincere la sfida, consapevoli che il nostro compito di architetti italiani ed europei è innanzitutto quello di migliorare la vita quotidiana nelle città, disegnando buone architetture e che dovremo fare ciò in un contesto nuovo, nel quale le nuove regole del mercato globale non dovranno reprimere la forza delle nostre idee che mettiamo, da circa tremila anni, al servizio della società.

Da l'ARCHITETTO n.172 - 1/04
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