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RASSEGNA STAMPA
Sommario:
• Napoli, poca attenzione ai giovani L’ARCHITETTURA DELLE SUPERSTAR
• Risposta di Mario Mangone (non pubblicata)
• Risposta di Isabella Guarini (non pubblicata)
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO - sabato 5 giugno 2004
L’ARCHITETTURA DELLE SUPERSTAR
Se fra cinquant’anni uno storico, studiando l’evoluzione architettonica e urbanistica di Napoli, volesse sintetizzare i processi che hanno portato al suo sviluppo, individuerebbe due periodi chiari degli ultimi anni. Il primo, più legato a Bassolino, potrebbe essere chiamato l’età bassa», per via della tendenza, durante il Rinascimento Napoletano, ad occuparsi essenzialmente di pavimentazioni, marciapiedi, panchine e muretti, cioè opere di effetto immediato ma di profilo basso, mai oltre il metro d’altezza. Un periodo caratterizzato soprattutto da una furia pianificatoria (che ha portato la città a dotarsi di molti piani) condita da grandi idee, grosse speranze e da immensi sogni urbanistici (la maggior parte non realizzati), che faceva della legalità e della conservazione dell’esistente un manifesto ideologico.La seconda fase, più legata alla Iervolino (e a Rocco Papa), è invece caratterizzata da un atteggiamento diametralmente opposto: non più in basso, verso i marciapiedi e le panchine, ma in alto, verso le stelle è rivolto lo sguardo, alle star. La seconda stagione infatti, che potrebbe essere chiamata in antitesi letà alta», è caratterizzata dal fuso sfrenato delle Archistar (così vengono dette le star del mondo dell’architettura internazionale) come vera e propria strategia urbanistica: Mendini per la Villa Comunale e la stazione di Materdei (la sua chiamata fu un evento di cui si parlò molto in città nel 1999, quasi il segnale di una svolta), Gae Aulenti per piazza Cavour, piazza Dante e ora piazza del Gesù, Siza per piazza Municipio, Perrault per piazza Garibaldi, Kapoor & Future System per la stazione di Monte Santangelo, Zaha Hadid per la stazione di Afragola, e fra poco probabilmente Piano, Fuksas o molti altri.Il senso di questa seconda fase risiede nella scoperta semplice ma efficace che, rivolgendosi alle star, si tappa la bocca a tutti — architetti, soprintendenze, università e opposte forze politiche visto che nessuno ha carisma o autorevolezza sufficiente per sostenere che il progetto di Siza, ad esempio, sia brutto o sbagliato o che lui sia professionista inadeguato. Un periodo caratterizzato da una furia mediatica ma con poche idee e quelle poche, nonostante lo sguardo sia rivolto in alto. di profilo minuscolo e mortificato.Dalla città bassa siamo passati alla città alta, dall’urbanistica dei piani a quella dei media, dalla conservazione cupa alla spettacolarità vacua, dai marciapiedi alle star. Peccato che lo starsystem cominci a sgretolarsi sul piano internazionale: sempre più forti sono i segnali di critica a tale prassi che monopolizza l’offerta d’architettura, creando un legame perverso tra media, potere politico e mondo produttivo, tenendo fuori molta intelligenza e tanta capacità seria. Movimenti antistar cominciano a svilupparsi su internet. sulle riviste, fra i giovani architetti, fra gruppi alternativi e forse anche all’interno di qualche università. Se l’amministrazione cittadina non vorrà essere in ritardo rispetto a questo processo (continuando a chiamare le star sul viale del tramonto), dovrà concentrare l’attenzione su una generazione di architetti che, nell’indifferenza generale. ha costruito una propria autorevolezza vincendo concorsi nazionali, costruendo opere significative e pubblicando su riviste prestigiose: soltanto a Napoli ne esistono almeno una ventina e, visto che organizzare concorsi di architettura è cosa troppo ardua, forse ad essi, agli antistar cittadini, bisognerà presto avere il coraggio di rivolgersi per edificare il futuro serio del territorio.

DIEGO LAMA
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RISPOSTA DI MARIO MANGONE INVIATA AL DIRETTORE DEL C.d.M. MARCO DE MARCO
Premessa
Caro Direttore, in riferimento all’articolo di Diego Lama "L’ARCHITETTURA DELLE SUPERSTAR Napoli, scarsa attenzione ai giovani", pubblicato sul C.d.M. di Sabato 5 Giugno 2004, mi permetto dare un umile contributo, anche come nuovo promotore, insieme a tanti altri architetti della Provincia di Napoli, di un nuovo soggetto associativo C.O.P.A (Cooperazione Organismi Professionali Architetti www.copaweb.it), la cui presentazione ufficiale è stata avanzata con una qualificata conferenza stampa sulla nave "Costa Fortuna", il 31 Maggio scorso, nel porto di Napoli e di cui il Corriere del Mezzogiorno (e di chi se ne fa portavoce), non ha ritenuto opportuno pubblicare una sola riga; ciò va rilevato anche come scarsa sensibilità giornalistica al faticoso lavoro, che tentiamo di elargire verso una città molto difficile e complicata. Aggiungo che alla conferenza stampa era presente lo stesso Diego Lama (come rappresentante della Rivista VENTRE) ed assente invece Carlo Franco, che aveva accettato nei giorni precedenti di coordinare il confronto sul tema " Le professioni liberali e lo sviluppo urbano tra passato e futuro: ruoli, competenze, tradizioni, . Il caso Napoli", ma coinvolto in altri e più gravi impegni giornalistici ha ritenuto per chiudere la questione, offendermi personalmente. In più cosa grave oltre che scorretta sul piano giornalistico è che Carlo Franco non ha ritenuto opportuno nemmeno avvisarci per permetterci, in questo modo, di sopperire in tempo alla sua assenza e darci così la possibilità di coprire in altro modo la presenza del Corriere del Mezzogiorno. Paradossalmente, nei giorni precedenti, Carlo Franco aveva con una sua stessa bella intervista al Presidente dell’Ordine degli Architetti Paolo Pisciotta, rivelato la miseria umana e culturale del nostro Presidente il quale continuamente ci offende come professionisti e nel suo caso anche come cittadini; perché dovete sapere che l’attuale Presidente dell’Ordine degli Architetti e anche dirigente qualificato all’interno dell’assessorato all’Edilizia Privata del Comune di Napoli, come consulente esterno per il progetto SI.RE.NA. e controllore (sic!) del sistema concorsi del Comune di Napoli, in buona compagnia dell’attuale Vicepresidente dell’Ordine Arch. Ermelinda Di Porzio, attuale Capostaff dello stesso assessorato sopra riportato ed è bene precisare che i due prendono due stipendi sia dall’uno che dall’altra parte, al di là delle incompatibilità istituzionali. Per questi motivi e per tanti altri, consultabili sul nostro sito www. copaweb.it, abbiamo chiesto all’attuale Presidente del CNAPPC Arch. Raffaele Sirica, le dimissioni sia del Presidente Paolo Pisciotta che dell’intero Consiglio dell’Ordine, ma al Corriere del Mezzogiorno questo non interessa. Ma comunque veniamo all’articolo di Diego Lama, perché questi sono incidenti che con la giusta volontà e passione civile si possono superare, basti che tali elementi siano veritieri e non paraventi dietro cui è possibile giocare un’altra partita.

Per essere schietto e tentare di farmi capire fino in fondo, vorrei capire dove vuole parare l’articolo di Diego Lama. Vuole essere la critica sull’attualità di uno storico di architettura? Spero di no, perché conoscendolo non lo è ed a Napoli di storici ne abbiamo già abbastanza, impegnati anche in altre cose ed in altri temi. Vuole essere la lettura di un giornalista che analizza giornalisticamente ciò che succede a Napoli nel settore dell’urbanistica e dell’architettura? Ma non mi sembra, perché di analisi approfondite sul piano giornalistico non ne vedo ed oltretutto Diego Lama è nuovo a questo impegno professionale.Allora dove va a parare questo articolo, uguali a tanti altri sul Corriere del Mezzogiorno, in cui continuamente si ripete la cantilena che a Napoli non si produce architettura moderna? A mio avviso da nessuna parte, se non permettere ad altri di avere l’alibi strumentale di lottare contro "i cattivi" che a Napoli non vogliono che i giovani architetti dispieghino le loro inespresse potenzialità professionali, come se bastasse essere giovani ed offrire di fatto garanzie di qualità professionali ed i vecchi decrepiti da gettare via in qualche circolo culturale. La questione ritengo essere più complessa (come si soleva dire quando ero più giovane) ed il caro amico Diego Lama questa complessità ha deciso di non attraversarla, per convenienza, per non smuovere interessi consolidati? Un po’ di coraggio, caro Diego e vedrai che un posto nella storia degli architetti napoletani ti verrà sicuramente accreditato.Perché dico questo, perché anche qui come spesso si osa dire "il toro va preso per le corna" in quanto gli architetti napoletani ed in particolar modo la generazione degli architetti sessantenni e settantenni (quelli che ancora oggi decidono) è fortemente plasmata e condizionata da una storia forse lontana, ma che getta ancora molte ombre sulla nostra professione, che urgentemente richiede di adeguarsi ai processi di internazionalizzazione, non con i grandi convegni e parate, ma con reali processi di riforme strutturali della professione degli architetti e delle istituzioni che le governano, ma più in generale di tutte le professioni nel settore del terziario avanzato, tecniche e liberali. Nella storia della nostra città, proprio a partire dal dopoguerra, gli architetti napoletani non sono stati abituati ad essere eticamente o professionalmente autorevoli, autonomi dai poteri consolidati: la politica, l’imprenditoria , la finanza. Basti pensare cosa rispondeva l’Ing. Arch. Luigi Cosenza nel 1977, ad una mia intervista che inseriremo a breve nel nostro sito del COPA: "..,La legge del profitto è quella che dà il volto della città. Essa quando non è riuscita ad andare avanti con i sistemi della borghesia clericomoderata, cioè quando non ha potuto andare avanti con i mezzi di Nicola Amore, per aggredire la proprietà sul suolo e portare avanti l'appropriazione della rendita fondiaria, ha instaurato un regime che si chiama: fascismo, cioè un regime di aggressione violenta. Questa aggressione violenta non poteva svilupparsi nel campo delle esecuzioni, senza prima neutralizzare il campo della cultura. Quel fascismo doveva aggredire la scuola e ridurla nelle condizioni della Facoltà di Architettura e della Facoltà di Ingegneria a Napoli, dal 1924 al crollo del fascismo. CROLLO FORMALE! Perchè al crollo del fascismo, come sistema, come etichetta, ha contribuito potentemente una concorrenza capitalistica angloamericana, la quale non aveva nessun interesse ad abolire la legge del profitto. Tant'è vero che la venuta degli eserciti americani, salvo qualche equivoco colonnello del Minnesota, non ha fatto altro che la restaurazione, reintegrazione del fascismo, naturalmente l'etichetta nuova è stata: Democrazia Cristiana.Come la Chiesa è stata alleata del nazismo con Pio XII, così la Chiesa è stata alleata della ricostruzione fascista, quindi nulla è cambiato. Nei punti più vulnerabili di questa ristrutturazione c'è stata la scuola. Le Facoltà di Architettura e di Ingegneria di Napoli sono state alla testa di questa restaurazione e sono state tutte e due al servizio di Lauro cioè dei clericofascisti, dei monarchicifascisti. L'uno più specificamente nel campo urbanistico e di architettura, l'altro più specificamente sul piano della circolazione e ingegneria. Voi sapete che c'è questo non senso che Ingegneri che non studiano architettura hanno il diritto di firmare i progetti di architettura come persone che hanno studiato 6 o 10 anni di questa facoltà. Perchè? Perchè in verità tutti questi intellettuali non sono altro che gli strumenti con i quali il capitalismo, la borghesia con un fascismo apparente o nascosto si serve per fare quello che ha fatto. Pensate a Napoli sono stati costruiti 800.000 nuovi vani a un milione di lire l'uno di media, tra il 1950 ed il 1970, anzi molto di più, sono 800 miliardi. Su 800 miliardi fatevi i conti con tariffe professionali alla mano, che cosa il capitalismo ha dato per comprare la coscienza di questi professori che oggi vengono ad insegnarvi. Ma quello che è peggio, non è tanto la coscienza che si vende sapendo di vendersi, ma la deformazione culturale, quella che prima del fascismo, durante il fascismo, dopo il fascismo ha realizzato l'idealismo, da De Sanctis a Croce, perchè no; deformando la coscienza della gente e al posto del razionalismo, che lo porta a guardare il problema sempre daccapo con la sua ragione, introducendo i "MITI…".Ovviamente da allora molte cose sono cambiate, ma ne siamo sicuri? Vogliamo verificare questa impegnativa affermazione di ottimismo? Cosa sono oggi le "superstar" se non miti che servono a nascondere le miserie di una politica impotente ed a volte anche volgare ed offensiva? Vogliamo andare a vedere come funziona tutta la filiera della produzione architettonica a Napoli? Vogliamo iniziare questo lavoro collettivo e con il fiato sospeso appurare di quali enormi nefandezze sono plasmate tutte le vie che portano alle decisioni del fare architettura a Napoli? Allora iniziamo, caro Diego e vedrai che alla fine del percorso non ti rimarrà altro che lo spazio di un liberatorio "vomito epocale". Non è pessimismo questo, ma solo fotografia delle cose e delle decisioni in atto e cambiare ciò non è semplice, ma nemmeno impossibile per questo motivo ti invito caro Diego a creare le condizioni affinché questo lavoro venga svolto nel più breve tempo possibile. Nel fare in modo che il Corriere del Mezzogiorno si faccia portavoce di una grande riflessione sul ruolo delle professioni liberali nella nostra città e sul come possano ricostruire una nuova identità professionale capace di competere nel globale e nel locale (glocalmente) e gettare dietro alle loro spalle decenni di misero servilismo etico e culturale ai potenti di turno. Noi del COPA siamo disponibile ad andare in questa direzione, senza ambiguità e furbesche scorciatoie. Buon lavoro. del coordinamento del COPA.

arch. MARIO MANGONE
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Commento di Isabella Guarini inviato alla redazione del COPA il 6 giugno 2004
L'articolo "Architettura Superstar" di Diego Lama su il Corriere del Mezzogiorno, appare in coincidenza con l'iniziativa degli architetti aderenti al COPA-Cooperazione Organismi Professionali Architetti, che hanno sollevato questioni in merito allo svolgimento della professione di architetto in Napoli. L'autore dell'articolo usa un paradosso anacronistico per cui un fantomatico critico, tra cinquant'anni, potrebbe leggere le fasi dello sviluppo urbanistico e architettonico di Napoli secondo parametri che sono, invece, del tempo reale.Leggere il passato o il futuro con gli occhi del presente, è un errore metodologico sul piano scientifico ma agli architetti è consentito essere profetici in quanto custodi dei caratteri permanenti che rappresentano l'dentità di un luogo. Per ciò penso che sia un errore definire gli interventi in rapporto alla dimensione in metri, bassa o alta, invece che alla loro capacità di tramandare l'identità dei luoghi e suscitare emozioni condivise da chi vi abita. Ad esempio, è famosa la polemica sollevata dai Fiorentini quando si voleva sostituire la pavimentazione in cotto della Piazza della Signoria. Inoltre, non si è ancora spento l'eco delle polemiche per la sostituzione del basolato in pietrarsa nelle antiche strade in molte cittadine campane, nonchè la trasformazione della Villa Comunale di Napoli.Il micro-ambiente, ovvero l'ambiente a misura d' uomo percepito a distanza ravvicinata, è il luogo in cui si concretizza la vera qualità dell'architettura, frutto di una sapiente applicazione dell'arte del costruire le città. In questi ultimi anni, invece, è riscontrabile l'assenza di coordinamento dei vari livelli di pianificazione e realizzazione, per cui gli interventi urbani si sono trasformati o in eventi mediatici o in realizzazioni non attuative della pianificazione ordinaria, bensì ad essa parallela o sostitutiva, spesso non condivise dagli abitanti sottoposti a disagio per l'apertura in contemporanea di numerosi cantieri. La questione che si deve considerare, dunque, non è il sostituire allo star-sistem internazionale sul viale del tramonto, un altro più giovane e autoctono, riproducendo situazioni di monopolio ad escludendum, ma il promuovere occasioni per consentire il maggior coinvolgimento possibile di fruitori e progettisti. Non è stato così per l'utilizzo dei fondi europei! Si è usato l'emblema del "Rinascimento" per giustificare scelte oligarchiche alla maniera delle corti quattrocentesche, senza considerare che proprio quel decantato periodo segnò la fine delle libertà comunali e l'inizio delle signorie non certo collegabili allo stile democratico-popolare delle nostre amministrazioni civiche.Nè si può pensare di nascondere con la luce delle star il maglio del decisionismo nella realizzazione delle opere pubbliche, perchè anche questo è un comportamento culturale astorico per il fatto che le opere pubbliche, sin dall'antichità, sono servite a ridistribuire la ricchezza nell'organizzazione sociale. Gli Egiziani costruivano le piramidi per sostenere gli abitanti delle campagne, costretti a trasferirsi durante le piene del Nilo; i Greci i templi; i Romani grandi infrastruttre per riutilizzare gli eserciti in tempi di pace; i costruttori di cattedrali tennero aperti cantieri anche per novant'anni, avvalendosi dell' opera stagionale dei contadini in attesa del disgelo invernale. Nelle democrazie odierne c'è il rischio di recidere definitivamente il legame tra cittadini e opera pubblica, trasformandone la realizzazione in creazione di monadi vaganti senza porte e finestre a semplice dimostrazione della potenza tecnologica raggiunta.

Isabella Guarini architetto
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